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Quisquilie&Pinzellacchere n. 124 - "32 Dicembre’’

di Franco Novembrini - mercoledì 9 dicembre 2020 - 755 letture

Nel film "32 Dicembre’’ diretto da Luciano De Crescenzo, tratto dal suo libro Oi Dialogoi, in uno dei tre episodi che lo compongono potrebbe esserci la risposta al ’’drammatico’’ problema che angustia una parte dell’Italia, cioè sciare a Natale e Capodanno. E’ ovvio che dello spinoso problema si sono fatti interpreti i nostri politici, non dico partiti, perché secondo me non si possono definire così gruppi di potere che si combattono sotterraneamente su ogni minima poltrona o prebenda e la cosa, ovviamente, ha tenuto banco per giorni sui giornaloni padronali e su tutte le tv accogliendo gli alti lai dei padroni degli alberghi e degli impianti di risalita che parlano di personale e straparlano di attività sportive. Del personale capisco le preoccupazioni e le loro ansie, sulle attività sportive ho qualche dubbio ricordandomi le scene viste in tv in questi anni nelle quali si ammiravano sciatori scendere come proiettili su piste frequentate anche da neofiti delle ’’discese ardite e delle risalite’’ che sembrava, ma forse mi sbaglio, fossero lì più che altro per sfoggiare le nuove attrezzature e nuovi modelli di sci, come a volte si vedono in città girare con Suv nuovi fiammanti che dovrebbero essere usati nei deserti o nei terreni impervi con spostamenti di poche centinaia di metri. Ma veniamo all’episodio del film.

Un trentenne napoletano rimasto disoccupato va in cerca da parenti ad amici di 100 mila lire, a quei tempi non esistevano gli euro, per comprare i ’’botti’’ di Capodanno. Lo fa perché li ha promessi ai figli e per osservare una tradizione dalla quale a Napoli non ci si può esimere per una questione di prestigio sociale. Purtroppo non ci riesce e la famiglia è costretta a stare sul terrazzo a vedere e sentire gli scoppi dei vicini fortunati, ma il padre promette solennemente che appena possibile provvederà ai desideri della prole e per risalire nella considerazione dei vicini e dei lontani. Per metterla in politica non sparare i fuochi sarebbe come se l’Italia accettasse il MES facendo la figura della stracciona nei confronti dei paesi europei che dicono di accettare ma non loro non lo fanno. A metà di gennaio la svolta. Il nostro protagonista trova un lavoro e grazie ad un anticipo può comprare i fuochi: tricchetracche, bomba Maradona, castagnole e botta e mezza botta e la sera stessa cominciano ad accenderli. Un poliziotto, loro vicino di casa, lo ferma contestandogli la pericolosità dei botti e la loro rumorosità minacciando addirittura l’arresto. Dopo una lunga diatriba il padre di famiglia riuscirà a cavarsela con una semplice ammonizione in quanto in quanto minacciava di rivelare che aveva visto il poliziotto usare anche lui i fuochi artificiali ed il fatto che fosse Capodanno non lo assolveva in quanto esisteva una normativa emessa dalla Prefettura che li proibiva e lui doveva dare l’esempio. Insomma una sceneggiata che consiglio di vedere ed ascoltare bene. I motivi per i quali non si possono usare i botti è che sono pericolosi e che l loro uso provoca ogni anno molti feriti e qualche morto. La morale dell’episodio può essere questa, perché voler sciare nei periodi in cui ci sono assembramenti e di conseguenza pericoli di contagio esportabili poi al ritorno a parent ed amici ed ai vecchi che sono i più esposti alle tragiche conseguenze del contagio, anche se sono tutti da studiare gli effetti secondari del Covid e suoi danni che si possono manifestare dopo anni, magari come quelli del vizio del fumo o dell’alcol? Non potrebbero gli ’’sportivi’’ andare a sciare in periodi successivi in tutta tranquillità e con le piste libere?

Non ci vuole molto poi per capire che alimentare con assembramenti in città, al mare o in montagna la pandemia può provocare la morte di molte di molte preziose persone quali infermieri, medici e personale di soccorso e ripeto, particolarmente i ’’vecchi’’, preferisco una parola nobile e in disuso come questa agli orrendi neologismi quali terza, quarta età ed anche ad anziani quando ci si riferisce ad ottantenni come me. Quello che vorrei sapere da questi novelli Alberto Tomba (nomen omen), quante discese può valere la vita di un vecchio? Non facendo nessuna distinzione fra di loro, che siano famosi o meno, ricchi o poveri, che abbiano avuto un vita operosa oppure che siano dei politici che usufruiscono di prebende e privilegi. Certo si sono viste anche le differenze nella prima e seconda ondata della pandemia ed altre se ne vedranno ancora, magari da parte di vacanzieri facoltosi e magari anche negazionisti come se ne vedevano e se ne sentivano questa estate a difesa delle loro discoteche e bagni riservati. Il trattamento riservato ai comuni cittadini è stato molto diverso perché molti sono morti nell’anonimato per la mancanza delle cure minime come avvenuto in Lombardia dove una sanità, da alcuni ritenuta la migliore del mondo, non ha saputo garantire loro tamponi, mascherine e vaccini antinfluenzali e per quelli specifici del Corona virus non prevedo niente di buono. Quello che invece non è mancato è stata la marea di ipocrisia che ha sommerso tutto dicendo che siamo le fasce deboli, che vanno protette e poi nascondendo le morti dietro i lagnosi ’’ci ha lasciato’’, ’’non è più fra noi’’, ’’è assurto in cielo’’ ed altre frasi ipocrite dello stesso tenore per gente che aveva voglia di restare in questo mondo e di contribuire con le proprie esperienze al miglioramento della qualità della vita e perché no, ad una migliore democrazia e giustizia sociale.


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