La politica in carriera

Caso Catania e conflitto di interessi

di Redazione - domenica 15 maggio 2005 - 5300 letture

A Catania, per l’elezione di circa 200 tra consiglieri comunali e di circoscrizione, si sono presentati quasi 4.500 candidati. Molti non sono attirati dall’esercizio di una funzione pubblica, ma dalla ricerca di un posto e di un compenso quinquennali.

Numerosi dipendenti pubblici di origine meridionale che lavorano al Nord scoprono una vocazione politica nel proprio comune di origine, pur di assicurarsi un’aspettativa o un congedo e di poter tornare a casa. Non sempre, dunque, chi intraprende una carriera politica lo fa per motivazioni ideali (poter servire la collettività) o per ambizioni di potere. C’è anche chi è mosso dal desiderio di «sistemarsi», di trovare un posto o la «pagnotta », sia pur solo per un quinquennio.

L’episodio catanese di questi giorni e la prassi già nota della carriera politica meridionale di dipendenti pubblici con sede di lavoro al Nord sono solo due sintomi di una diffusa malattia, che riguarda i modi di selezione della classe politica e le tecniche di separazione tra gli interessi personali dei titolari delle cariche pubbliche e le funzioni che essi sono chiamati a svolgere per conto della collettività.

Per scoraggiare chi inizia una carriera pubblica solo per sfruttarla a fini personali, il governo ha presentato, nel 2004, la ben nota legge sul conflitto di interessi. Questa legge stabilisce che i titolari di cariche di governo «si dedichino esclusivamente alla cura degli interessi pubblici » e non possano ricoprire altre cariche o uffici, svolgere compiti di gestione in società, esercitare attività professionali e qualsiasi tipo di impiego o lavoro pubblico o privato. Sappiamo poco dell’effettivo rispetto di questi divieti. Aspettiamo, in proposito, le informazioni che l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, chiamata a vigilare sul loro rispetto, vorrà dare. Ma sappiamo che qualche ministro è caduto dalle nuvole quando gli è stato chiesto se avesse abbandonato la sua attività professionale o i suoi precedenti impegni, come se la legge fosse stata proposta dal governo a sua insaputa e approvata dal Parlamento di soppiatto.

Per evitare che l’esercizio delle cariche pubbliche venga utilizzato per scopi personali, leggi degli inizi degli anni Novanta hanno stabilito il principio della separazione tra politica e amministrazione: chi ricopre cariche pubbliche elettive può dirigere e controllare, non prendere singole decisioni, che potrebbero favorire questo o quell’interesse personale. Neanche queste leggi hanno avuto successo. Infatti, la precarizzazione dei dirigenti pubblici, la cui sorte è ora legata a filo doppio ai politici, ha rimesso nelle mani di questi ultimi la gestione amministrativa. Qual è il dirigente amministrativo che non piegherà il capo dinanzi alle interferenze politiche nell’attività di gestione, se sa che, dopo pochi mesi o un anno, le sue sorti sono decise, senza controlli e senza dover motivare, dal politico di turno?

Dunque, non hanno avuto successo né il tentativo di costringere i politici a liberarsi dei propri interessi privati né il tentativo di allontanare i politici dalle singole decisioni amministrative. Il rapporto tra affari privati e interessi pubblici resta, pertanto, aperto. E resta aperto il problema generale della selezione della classe politica, delle motivazioni che inducono a scegliere la «carriera» politica e degli incentivi che possono essere introdotti perché la classe politica, specialmente a livello locale, non diventi sempre peggiore.


L’articolo di Sabino Cassese è stato pubblicato su www.corriere.it il 15 maggio 2005


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