Campagna infuocata sotto l’Etna

Bianco, arrivato a Catania sicuro di vincere ora punta sui voti dell’Udc. E Scapagnini bacia la mano a Silvio.

di Redazione - domenica 15 maggio 2005 - 5150 letture

Enzo Bianco prova a riconquistare Catania, ma stavolta per l’ex ministro e presidente del Copaco il plebiscito non è più così scontato. E neppure la vittoria. Se sondaggi entusiasmanti lo avevano convinto molti mesi fa a scendere in campo per strappare la città del vulcano al centrodestra e al sindaco di Forza Italia Umberto Scapagnini, in questi ultimissimi giorni di campagna elettorale il centrosinistra ha scelto di non badare più a calcoli e previsioni, e di buttarsi a capofitto nella campagna elettorale, «la più sporca che si sia vista in città», dicono tanti. Certamente una delle più accese, e affollate. Con sette aspiranti sindaco, un numero record di liste, 31, e di candidati: più di 1300 per 45 posti da consigliere in Comune. Si vota domenica e lunedì, e mai come adesso il risultato di Catania è stato così atteso dai leader politici nazionali, ansiosi di verificare se sarà confermato il calo del Polo, o se dalla Sicilia arriverà ossigeno a Berlusconi e compagni. E l’Udc Luca Volontè ieri non ha usato mezzi termini: «Se si perde a Catania, si dovrà ripensare al conteso della coalizione, a cominciare dai programmi e dalle facce».

Bianco torna a Catania dopo cinque anni di incarichi istituzionali a Roma, pieni anche di inciampi e scivolate; meno gratificanti forse rispetto ai sette anni da sindaco che lo portarono alla ribalta nazionale e al Viminale. Era stato eletto nel `97 per il secondo mandato, e col 63 per cento dei consensi aveva surclassato l’avversario di centrodestra Benito Paolone. Poi la scelta di lasciare in anticipo, di accettare l’incarico nel governo Amato e riaprire i giochi nella città che sembrava ormai saldamente conquistata dal centrosinistra (storico il ballottaggio del `93 tra lo stesso Bianco e Claudio Fava, vinto dal primo per un soffio), e che invece qualche mese dopo passò dall’altra parte e scelse come suo successore il medico di Berlusconi. Scapagnini volò sull’onda lunga del Cavaliere suo amico personale, e conquistò soprattutto i quartieri popolari, delusi da Bianco che aveva certo promesso più di quello che ha realizzato, a cominciare dal piano regolatore assunto come impegno prioritario, redatto dall’architetto Pierluigi Cervellati, e rimasto nel cassetto. In questi cinque anni la giunta Scapagnini ha soprattutto rifatto piazze - restaurandone una decina - e scarnificato strade storiche per ripavimentarle con mattoncini di pietra lavica. Un vecchio cavalcavia è stato abbattuto, un altro hanno cominciato a raderlo al suolo ieri.

Ma i problemi veri della città sono rimasti lì, senza risposte. La disoccupazione incrementata dalla crisi di aziende storiche preoccupa moltissimo, e non servono certo a rincuorare le esitazioni di St, che continua a rinviare l’apertura del nuovo stabilimento che darebbe 5 mila posti di lavoro nell’Etna Valley. E molti catanesi hanno cominciato a mostrare disaffezione, e ad avere nostalgia di Bianco che sul ricordo di quegli anni pieni di speranze e di proclami sulla trasparenza sta puntando moltissimo, riuscendo a coagulare attorno a sé tutta l’Unione, e anche Rifondazione. Con gravi lacerazioni con quella sinistra che Bianco non lo ha mai amato e che probabilmente non lo voterà neppure adesso, decidendo di astenersi. In molti, quand’era sindaco, lo avevano accusato tra l’altro di non aver mai messo in discussione la subalternità del comune ai potentati economici della città, in primis quello di Mario Ciancio, che come editore-direttore del quotidiano cittadino e padrone di due emittenti televisive regionali, determina ascese e cadute di amministratori e politici (e in questi giorni sta tirando la volata a Scapagnini) mentre da imprenditore fa investimenti a tutto campo, dall’edilizia alla sanità.

Nella città dei poteri blindati, però, Bianco è sembrato ancora l’unico in grado di battere la corazzata Scapagnini, partita male e in ritardo con Fini a tentare di imporre l’ex presidente della provincia Nello Musumeci - certamente più popolare - al posto del farmacologo, e Berlusconi a ribattere a muso duro che su Scapagnini non si discuteva. Un accordo in extremis ha cooptato Musumeci nell’insolito ruolo di candidato co-sindaco, ma intanto Bianco intanto era partito alla grande. Consapevole dei difficili rapporti con la sinistra, si è mosso in altre direzioni. Ha presentato ben quattro liste civiche a suo nome e mostra chiaramente di voler puntare piuttosto a conquistare l’altra parte, gli «scontenti del centrodestra». Uno, Ottavio Garofano, forzitaliota della prima ora, lo ha proposto per la giunta; un altro, l’ex rettore Ferdinando Latteri (potente ex dc) lo ha imposto come presidente regionale della Fed, annunciandolo già pubblicamente come potenziale candidato presidente della regione.

Non gli è ancora riuscito però il colpaccio: annettere l’udc Raffaele Lombardo, attuale presidente della Provincia etnea, poderoso rastrellatore di voti e reduce da uno scontro coi vertici del suo partito che lo ha costretto a lasciare l’incarico di coordinatore regionale. Ufficialmente schierato con la Cdl, ammette pubblicamente che un terzo dei suoi elettori userà il voto disgiunto, sceglierà cioè Bianco. Questo potente ex democristiano sembra esser diventato il vero ago della bilancia del voto catanese, i cui esiti negli ultimi giorni sono diventati apertissimi, soprattutto dopo l’arrivo di Berlusconi in città negli ultimi due giorni; per la gratitudine Scapagnini gli ha persino baciato la mano in pubblico. Oggi chiusura in grande per Bianco che terrà l’ultimo comizio con tutti i neoeletti governatori dell’Ulivo e il sindaco di Roma Veltroni; mentre per la Cdl è atteso Fini.


L’articolo di Patrizia Abbate, è stato pubblicato su Il Manifesto il 13 maggio 2005.


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