La Casa delle Libertà, salvo sorprese dell’ultim’ora, ha dunque
riconquistato Catania. Rieleggendo il sindaco uscente Umberto Scapagnini
dopo un teso duello con uno sfidante del calibro e della notorietà di Enzo
Bianco. In chiave locale, questo risultato si segnala come la gemma più
preziosa di una piccola corona di vittorie che conferma sia la perdurante
forza sia i nuovi problemi («autonomisti») dell’alleanza di centrodestra in
Sicilia.
In termini politici generali, rappresenta invece una sorta di
premio di consolazione in fondo alla primavera elettorale più amara della
storia del centrodestra berlusconiano. Una stagione scandita da una sequela
di sconfitte che avevano indotto protagonisti e comprimari della CdL a
vivere con timore e tremore (dando vita a polemiche interne di
impressionante intensità) la vigilia del responso popolare nel capoluogo
etneo. E quel bilancio nettamente negativo, grazie al verdetto di Catania,
non è certo capovolto e neppure ridimensionato.
Ma a tutt’oggi neanche l’attuale maggioranza parlamentare - sebbene
politicamente ridimensionata a causa dei consensi che le sono stati tolti,
dei segnali d’insoddisfazione che le sono stati recapitati e degli aspri
antagonismi tra leader e alleati che sono definitivamente emersi in queste
ultime settimane - può essere realisticamente considerata capovolta. E i
portavoce dell’opposizione, che pure sono tenuti a dichiarare il contrario,
sanno meglio di chiunque altro che solo i partiti di centrodestra possono
mandare a casa il "loro" governo e creare le condizioni perché gli italiani
siano chiamati a una verifica elettorale anticipata.
A quanto è dato di capire, una svolta così drammatica e drammatizzante non è
nel programmma di nessuno degli alleati di Berlusconi. Il che però non
significa che una crisi di legislatura e un conseguente, inedito, voto
politico d’autunno siano da considerare del tutto impossibili. Si cade non
solo perché si riceve uno spintone, ma anche e soprattutto perché si
inciampa. E se non si ha un’idea chiara di dove (e perché, e come) si deve
andare è assai più facile perdere l’equilibrio. Ed è un fatto che la CdL -
superata con non pochi sbandamenti l’ardua prova della crisi del Berlusconi
II e della nascita del Berlusconi III - continua a scoprire che il suo
cammino è costellato da sempre nuovi passaggi a rischio, generati da una
situazione economica e sociale del Paese che si va facendo sempre più
allarmante.
Ma è proprio su questo percorso che bisogna andare avanti,
perché non ne esistono di alternativi. Così come non c’è alternativa a una
presa di responsabilità fatta di scelte ragionate, ma anche nette e
risolute. Il governo e la sua maggioranza hanno davanti pochi mesi di lavoro
e devono decidere quali obiettivi - due o tre al massimo - meritano di
diventare effettive «priorità». Doveri non più negoziabili, né tra alleati
né con il libro dei sogni aperto a inizio legislatura. Si è detto, insomma,
che nei prossimi mesi si terranno in ordine i conti pubblici, si
puntelleranno i redditi delle famiglie e si sosterranno le attività delle
imprese? Non è affatto poco, sarebbe davvero tanto. E sembrerebbe saggio se
qui ci si concentrasse, senza distrazioni e senza rimpianti. È questo, oggi,
il «contratto con gli italiani» che il governo deve dimostrare di saper
onorare.
Articolo di Marco Tarquinio, www.avvenire.it, 17 maggio 2005