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L’equazione e la nuvola

Piera Mattei. La semiotica dell’invisibile ne L’equazione e la nuvola (Manni, 2010).
di Maria Gabriella Canfarelli - venerdì 23 novembre 2012 - 3934 letture

Traversata desertica, là dove c’è sorpresa di refrigerio, l’oasi di un pensiero innestato da cui germina una succosa e misterica abbondanza d’uva. Qui bisogna fermarsi, liberare e lasciare scorrere le parole alla lingua: qui nasce il nuovo che dal vuoto appare/(...)/lo osservi sorgere come un seme che l’acqua .../come un fiore che l’acqua.../che apre i suoi colori al giorno. Nasce dal deserto la poesia, viva forma e sostanza: dal buio ostile, immersa dentro la stessa/invisibile onda che tutto muove.

Piera Mattei trae assunti sintattici di sobria e indubbia eleganza stilistica, come del resto in tutta la sua opera poetica e narrativa. Nomadi o monadi, a testa in giù non sempre/sempre intorno a un asse/a un centro che mai tocchiamo/(...) tutti nel movimento/che ci sorprende/ - spinta o sussulto/rincorriamo l’astro/che assorto nell’orbita/recita l’inganno d’oggetto piccolo /(...)/dormiamo la testa tra le ginocchia / in ostinata posizione di stiliti come se l’universo e le sue forze, il mondo e le sue insospettate, invisibili realtà fossero altro da noi. Da qui il titolo emblematico dell’ultima opera in versi L’equazione e la nuvola(Ed. Manni,2010, viaggio nella semiotica dell’invisibile d’uno scenario aperto alle infinite variabili dell’immaginazione, mobilissimo e ricco di possibilità. Ché, tra tappe, soste, cambi di direzione, ritardi, imprevisti di un percorso cronotopico (spostamento del corpo, un moto a luogo della mente soprattutto), abbaglianti quanto improvvise epifanie germinano da una contemplazione attiva, particolare stato di grazia che penetra il non visibile a occhio nudo, e prende in sé le impalpabili immagini fuori/del campo visivo, fuori del cerchio/dell’onda sonora.

Il viaggio intrapreso non è - dunque- mera visitazione di luoghi, non patinata descrizione paesaggistica ma esperienza vissuta al massimo grado, cognizione totale di un’anima vòlta alla percezione di sé e del mondo, in amorosa adesione alla natura ‘corpo vivente’ con cui comunicare e identificarsi. Opera interstiziale, aperta a flussi e scambi sintattici da una composizione all’altra, L’equazione e la nuvola è dedicato ad orizzonti non reperibili sulle mappe geografiche.

La differenza tra il turista e il viaggiatore, allora, è data dalla specificità metafisica del “sentire” e “vedere”, dal momento che il Viaggiatore/Poeta è (mutuando da Elèmire Zolla) esploratore di verità nascoste all’evidenza. Verità da apprendere anche da un ritaglio, un campione di pelle dal quale riconoscere la flemma, la deduzione - (...) -/dello scienziato innocente; e ancora: verità della mente, che celebra(...)il culto della sua/ della voce di altri/senza scrivere mai/poi entra nell’ombra/della gratitudine/vi sprofonda/come volasse via la sciarpa dal collo/e il collo resta muto nel suo scheletro; verità, precaria e rinnovabile, delle invisibili forze che (...)/tengono compatti i grani volatili,/indispensabili a un’impresa che vale/e non vale la pena, parlo del percorso/delle biglie dentro i camminamenti stretti.

Nulla è come appare, anche la vita è pura immagine/che attende d’essere trafitta dalla rivelazione della parola poetica,come nella composizione-incipit in cui l’assunto poetico di Keats (Verità è Bellezza)rivive nella forma di una nuvola viaggiante: veloce è entrata/dalla finestra una nuvola/- le pagine del libro se ne intridono - se voglio toccarla fugge/spirando verso la cupola moresca//bellezza è verità/ripete il libro/e ora questa nuvola/protagonista di una storia/(...)/si diffonde al giallo dei lampioni.

Per Mattei è importante cogliere l’Essenza, non nella modalità solitaria e stanziale dello stilita sulla colonna di pietra che, escludendosi, esclude; piuttosto in funzione centripeta, accogliente ed empatico abbraccio del movimento degli astri e dei pianeti, del puro suono, del battito d’un altro ‘dove’. Indicativa è la sezione Palinsesti, riscrittura del mondo in variazioni, rimandi, allitterazioni e pseudoanagrammi (ascolto una città animale/che geme d’ingordigia / e lo stridere di lamine ferrose /su calamite aeree),con cui l’apparente in-significante è messo a fuoco dalla lente/occhio nudo di ingrandimento,come già ne La finestra di Simenon (Zone Editrice, 1999),le cui poesie sono in parte disseminate in quest’ultimo libro. Segni dell’invisibile sono i pensieri, si vedono e si leggono quasi fossero stampati, prima di prendere corpo tipografico e forma di parola scritta, passando per la volatile sostanza del fiato, della voce; nell’aria, elemento ricorrente, avviene lo spostamento veloce degli uccelli e della nuvola/poesia, e degli umani in volo: Appoggio pollice e medio alla vena/del polso e ascolto il cuore della Terra/battere robusto dalle parti di Chicago, dal lato Sud dell’enorme Lago,(...)/col richiamo di uccelli equilibristi.

La materia indagata dalla scienza è l’esteso Giardino di cui Mattei fa parte: è lei, l’ape operosa dickinsoniana che sugge il polline volando da un punto all’altro, di poesia in poesia, mostrando un repertorio cromatico di folgoranti immagini di alberi, foglie, fiori e animali; dunque l’oro delle foglie, ventagli di palme, un platano paziente, il gelsomino che si abbassa strisciando con nuvole di bianco/sulle tegole rosa, il ramarro verdissimo spillante linfa d’esagerato rossore. Ecco la corteggiata Natura definita A capricious Lady da un consesso scientifico, la natura seduta tra uomini/molto seri, una risata breve, un brivido/nervoso d’intesa, Lei, la Signora, la sola in veste variopinta d’insetto, che nel volo svela la sua forma tridimensionale. Se muto e sordo è lo spazio terreno, un canto armonioso presiede al movimento dei pianeti e a quello dell’immaginazione creativa: è il canto a guidare la mano in un disegno/essenziale nella raccolta penombra in cui si cela l’infinitesimo, il non visibile cui Piera Mattei dona evidenza grazie a una scrittura ariosa sapientemente sorretta da robuste concatenazioni lessicali cui si innesta il legame tra l’io e il molteplice.

Trasformazione, permutazione della materia in un laboratorio di parole dalle ali invisibili, viaggio senza bagaglio della coscienza verso un luogo lontanissimo ma non irraggiungibile. Del resto, scrive Th. Stearn Eliot “solo andando troppo lontano è possibile scoprire sino a che punto si può giungere: sebbene occorra essere un poeta assai grande per giustificare avventure così rischiose”.


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