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Vincenzo Ananìa

Il debito, l’usura, il dividendo nel rigoroso ordine del precario
di Maria Gabriella Canfarelli - giovedì 11 luglio 2013 - 3668 letture

Appassionato scrittore di versi, direttore editoriale della rivista di poesia internazionale "Pagine", Vincenzo Ananìa si è allontanato da questo mondo circa un mese fa. Grande è il vuoto per la scomparsa dell’amico, della persona generosa con cui si parlava telefono di politica, poesia, società imbarbarita, malessere del mondo; un pensiero critico sempre vigile, il suo, che induce a rileggere i suoi libri, canto poetico dedicato alla natura, all’’umanità sofferente ed emarginata, agli affetti familiari, al sentimento della morte: un costante intreccio di moduli poetici, in equilibrio tra commossa partecipazione e pudore.

Pubblicate su riviste (Arsenale, Nuovi Argomenti, L’ozio, L’Immaginazione, Gradiva, Tempo Presente, Galleria) e in volume (Nell’Arco; Le ali di Darwin; Noi; Biblioteca; Cenni dal Caos, l’ultimo), le poesie di Ananìa, profonde, colloquiali, di genere meditativo, ironiche, di denuncia, offrono spunti di riflessione e generano interrogativi su chi siamo, perché siamo: l’universale domanda che non ha risposta se non nel ‘qui e ora’, consapevoli della nostra transitorietà, del limite posto tra la nostra finitezza e l’infinito altrove. Si tratta di un impegno di scrittura che sempre tiene conto del rigoroso ordine del precario tradotto in sequenze, nitide parti di un ricordo ancestrale (albori dell’esistenza umana, del suo cammino nel mondo); che si riconosce quale parte del tutto, goccia del fiume latteo. Goccia che ha memoria, custodisce il ricordo, pagine da inchiostrare perché ogni volto scomparso, ogni affetto trovi resurrezione tra le mani di chi ne scrive la storia minima, quotidiana ché indifferente è il Tempo a ciò che misura, / sia occhio che si schiude / o lo sbocciare di un Buco Nero, / (…) / Scorrere / è il suo solo sentimento.

Una scrittura talvolta disposta all’ironia e sconfinante nell’apologo a sfondo etico che, non solo in “Cenni dal Caos” (Passigli, 2011), nasce da un acuto sguardo critico e stigmatizza azioni, comportamenti dell’uomo contemporaneo immerso caoticamente nel mondo di qua, prima di essere assorbito da altro Caos i cui cenni, segnali il poeta avverte, intuisce. Disordine terreno che il poeta osserva e denuncia in Indagine sul caos, poesia nella quale chiede, e chiedendo pungola le coscienze, Che nesso tra l’ovazione al leader corruttore / e un gregge belante(…) /(…)/ la fame di cristi poverissimi / mentre straripano le mafie e i fiumi / (…) / Che nesso tra il nostro fiero tricolore / e i popoli migrati in fondo al mare / (…) / mentre aumentano i safari / mentre la caccia agli omosessuali? / (…) angeli in coro e infortuni sul lavoro, / preti pedofili (…) / (…) colonizzato il cielo produrrà / neo-cocomeri o bombe di potenza esponenziale, / gli dei sfrattati alloggeranno in tuguri… // Mentre il debito, l’usura, il dividendo.

La vita è anche gioco serio di amore/morte, compagni indissolubili. Così Ananìa: Morte di tanto in tanto si fa viva: / (…) / con morsi erotici mi gusta qui e là, / che sia piede o un braccio (…) / pur soffrendone ne traggo godimento, / in eccitante complicità, le indico / a volte dove più mi va. // Morsi speciali riserva al cuore / (…) a me morto preferisce / il morituro, più il gioco dura / più gusto c’è. Anche perché giocando / so far ridere, e ridere si sa / che fa buon sangue – lei ne ha bisogno / magrolina com’è.

In altre pagine il sentimento del tempo è desiderio di assoluto, sogno in cui si sogna il fantasma del mondo assassinato / e questa notte troppo nera è il mio rimorso; o stanza in cui si vive e scrive: ha il colore del tempo, / dell’esterno e del mio interiore, / è grigia, azzurra, verde (…) / (…) / secondo l’umore, / se nuvole di guerra o schiarite di pace.

L’impegno etico di Anania è voce data agli esclusi e agli abusati, in tutti i sensi. Contro i potenti e i loro servi, i corruttori, gli sfruttatori dell’uomo e della Terra il poeta lancia i suoi severi strali: e dedica poesie al muratore con il secchio blu precipitato dalle tavole ballerine, al nostro Esanime pianeta, scrive una Lettera a un nero, scrive del Trasloco(dell’anima, finita nel tubo digerente).

Poeta vitalissimo e arguto che ha vissuto la propria necessità di parola come ineludibile impegno, ne Le ali di Darwin (Loggia de’ Lanzi, 1999) Ananìa dedica versi memorabili, e forse un po’ malinconici, ai giorni che passano: Le rasature scandiscono il mio tempo:/idi, equinozi, saturnali, calende,/ ceneri e fasti, il santo quotidiano-/tutti ugualmente celebra (…)/il rituale, la cerimonia della barba. /E mentre scorrono strumento e mano/schegge di storia rievoco sul mento:/la selce, la freccia d’ossidiana, aratro/ ed erpice, (…), la spada infallibile dell’ingiustizia,/e lama dopo lama le catene di montaggio/ovunque la falce dell’assidua Mietitrice./Il mio viso il mondo: disboscato appassisce.


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