Io amo Messina?

E’ stato un altro segnale, magari piccolo, per mantenere vivo l’attaccamento verso la propria città e al desiderio di renderla più vivibile.
di Piero Buscemi - sabato 6 ottobre 2012 - 4116 letture

Ma che vita vorremmo veramente? Per noi? Per i nostri figli? Per le generazioni che verranno dopo? Dovremmo essere più determinati nel dare delle risposte. Non è neanche più una questione di latitudine. Forse non le è stato mai. Magari è stato l’alibi che ci ha fatto delegare ad altri la soluzione anche dei nostri problemi.

Siamo cresciuti con l’immagine delle città del nord a contrastare le nostre contraddizioni e le nostre arti d’arrangiarsi. Noi giovani dei decenni della rassegnazioni, da un profondo sud che non siamo più riusciti a tracciarne i confini. Collezionavamo cartoline del Duomo di Milano, più confusi di un Totò e Peppino di circostanza.

Ma Milano è diventata sempre più Palermo, Napoli, Bari o Messina. E non solo per le invasioni meridionali degli ultimi cinquant’anni. Qualcuno è tornato ad accendere focolai di protesta, come abbiamo visto in questi giorni. E tutto questo sa di Italia unita. Più di quella che ha ingannato la storia dei nostri libri scolastici.

Perché ci si sveglia troppo spesso in estati d’ottobre che ammansiscono la voglia di ribellione verso un futuro che hanno già ucciso, prima ancora di avercelo lasciato solo sognare. E assuefarsi a soprusi, angherie, disoccupazione, lavoro precario, città invivibili e quant’altro i nostri politici sporcano con il pensiero, a volte più che con le parole, diventa quasi uno scudo dietro il quale custodire la rassegnazione.

E talvolta, anche la morte è un motivo di ordinaria distrazione. Anche quella tragica che venerdì pomeriggio a Messina si è voluta ricordare, davanti quella saracinesca di macelleria, rimasta chiusa, a una settimana da quando il titolare, Natale Lembo, è stato falcidiato da un Tir in Via La Farina.

Siamo tornati davanti a quella saracinesca chiusa, insieme al per Comitato La Nostra Città, insieme a Saro Visicaro e ai suoi compagni di battaglie, insieme a tutti i messinesi che sapevano di non poter restare in silenzio. Stavolta anche più che in altre occasioni.

Divisi in due gruppi, tra le strisce pedonali scompute dall’indifferenza degli amministratori cittadini, hanno distribuito la loro rabbia e la voglia di cambiamento, scarabocchiate in volantini che inneggiavo a un semplice "Fuori i Tir da Messina". Quei Tir che da troppi anni scivolano sul Viale Boccetta, lasciando scie di sangue innocente. Invadono le strade cittadine, già arroccate in doppia fila. Inquinano quello che è rimasto ancora da inquinare, tra un falso messaggio ecologista, che corre sui binari del tram, e una gestione ambientale della città, che definire sufficiente, è molto di più che un eufemismo.

Siamo tornati perché il rispetto di una vita umana si misura anche dalla semplice presenza in queste occasioni. Molti automobilisti di passaggio hanno rallentato per raccogliere il messaggio. Anche qualche autista di Tir, che auspicherebbe il suo passaggio in città attraverso un percorso più sicuro. Per se stesso e per i cittadini.

E’ stato un altro segnale, magari piccolo, per mantenere vivo l’attaccamento verso la propria città e al desiderio di renderla più vivibile. Non è un percorso facile, quello di coinvolgere i messinesi ad iniziative del genere. Non lo sarebbe per qualsiasi altro cittadino italiano. Un periodo come quello che stiamo vivendo, dove l’incombenza principale è riuscire a mantenere un lavoro, non sempre dignitoso, spesso in nero, ricattato, mal pagato, sfruttato ed anche estorto, non aiuta ad intraprendere queste battaglie sociali.

Occorre rimanere attenti, però. Vigili difensori della propria voce. L’unica che, forse, riesce ancora a far traballare il potere costituito. Se non fosse così, i potenti non si impegnerebbero così tanto, per provare ad imbavagliarci.

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