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Donazione d’organi: l’Emilia Romagna prima regione in Italia

La donazone d’organi serve a salvare vite umane. La Spagna è uno de paesi meglio proiettati verso la cultura della donazione. In Italia si prospettano ampi margini di miglioramento.

di Riccardo Sganga - mercoledì 29 settembre 2004 - 5619 letture

La donazione di organi e tessuti serve a salvare vite umane e a curare malattie gravi. Il loro prelievo viene effettuato solo dopo che la morte del donatore è stata accertata secondo una procedura che elimina la possibilità di errori. Stando agli ultimi dati del Cnt (Centro Nazionale Trapianti), la cultura della donazione in Italia ha già una buona diffusione. Rispetto a una meda europea di 17 donatori per milioni di abitanti, l’Italia arriva nel 2003 a 18,5 (contro il 18,1 del 2002), mentre il numero di trapianti effettuati passa dai 2750 del 2002 ai 2187 del 2003. L’accertamento di morte viene effettuato da una commissione di tre sanitari almeno tre volte nell’arco di sei ore. La morte di cui paliamo è la morte encefalica, o cerebrale, che significa la totale assenza di funzioni cerebrali e l’impossibilità per il cervello umano di tornare a funzionare. Non ci sono possibili confusioni con il coma, che implica l’incoscienza ma non l’assenza di riflessi, di attività elettrica e di risposta agli stimoli, cosa che accade invece solo con la morte cerebrale. Il prelievo avviene solo dopo che è stato accertato che è stato fatto tutto il possibile per salvare il paziente. Il numero medio nazionale nasconde aree tra loro disomogenee, ma la tendenza è ovunque positiva. L’Emilia Romagna dà il miglior risultato italiano con 34,3 donatori per milione di abitanti nel 2003, grazie a un’organizzazione del sistema trapianti che ha mosso i primi passi a metà degli anni Novanta. La donazione non è l’esito della sola volontà del cittadino: è necessario un sistema organizzato che la riceva e che sia in grado di gestirla efficacemente. A questa esigenza risponde, tra l’altro, la figura de coordinatore locale dei trapianti: un medico che si occupa del sistema delle donazioni per una parte stabilita del suo orario di lavoro. Il sistema è costituito poi dai Centri Trapianti Regionali e Interregionali e dal Centro Nazionale Trapianti, che lavorano insieme per garantire sicurezza del donatore e trasparenza delle liste d’attesa. Le liste sono di anni, ma il dato si riferisce alle attese medie, mentre i casi di urgenza vengono considerati come tali nel sistema trapianti. La trasparenza delle liste, cioè della scelta di un candidato al trapianto tra tutti coloro che sono in attesa, è garantita dal "verbale di assegnazione", che deve essere scritto ogni volta che viene effettuato un trapianto. L’assegnazione avviene così in base a criteri di scelta dichiarati, che rispondono ad una valutazione immunologia e clinica - verificabile - del donatore e del ricevente e all’esito dell’incrocio delle rispettive caratteristiche, per fare la scelta che risponda al meglio a tutti i criteri. L’accertamento della sicurezza del donatore è effettuato seguendo dettagliate "Linee Guida nazionali". In alcuni casi un fattore di rischio può essere accettato. Ciò significa che se si deve decidere di procedere ad un trapianto "salvavita", non è escluso a priori un donatore che non garantisce la sicurezza totale - sempre, naturalmente, informando il paziente ricevente. Una rete di cinque esperti è disponibile 24 ore su 24 per fornire consiglio e appoggio a chi deve prendere una decisione difficile, in modo che nessun professionista si trovi solo in frangenti delicati. Secondo le indagini quasi il 70% degli italiani è favorevole alla donazione. Dichiarare la propria posizione è facoltativo: vale il principio del consenso o dissenso esplicito. In pratica, se il cittadino ha espresso volontà positiva alla donazione i familiari non possono opporsi, se ha espresso volontà negativa non c’è prelievo d’organi, se invece il cittadino non si è espresso il prelievo è consentito solo se i familiari (coniuge, convivente, figli, genitori) non si oppongono. I risultati raggiunti in Italia sono positivi, ma ci sono ampi margini di miglioramento. Dobbiamo far sì che la donazione sia considerata non un mero fatto clinico ma un fatto sociale. L’esempio della Spagna in questo senso è meraviglioso: un’ottima organizzazione, ma anche un sentire comune verso la cultura della donazione.


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