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Bologna: Immigrati e Croce Rossa

In una vecchia caserma ristrutturata una settantina di clandestini interagiscono tra di loro, con operatori Cri e con le Forze dell’ordine: Il difficile compito della Croce Rossa Italiana nel Centro di permanenza temporanea di Bologna

di Riccardo Sganga - giovedì 2 settembre 2004 - 5669 letture

In una vecchia caserma modernamente ristrutturata una settantina di persone vivono un’esperienza di massimo sessanta giorni che li porta a confrontarsi tra di loro, con gli operatori della Croce Rossa e con le Forze di polizia presenti. Un uragano attraversa a volte il cervello di questi ospiti che non mancano di brevi momenti di riflessione. Sono clandestini che cercano di raccontarsi e di raccontare agli altri le loro gesta, i loro meriti e spesso anche i loro demeriti.

Scoppi di voce così singolari, intonazioni così inattese e un’involontaria comicità non possono trattenermi dal sorridere mentre camminando tra un settore e l’altro, fiducioso, penso al motivo di quel particolare comportamento. Il sorriso è contagioso, è vero, e così gradualmente la tristezza scompare anche dai loro cuori! Passato l’uragano, la serenità e l’allegria ricompaiono sui loro volti e la vita continua a fare il suo normale corso. Ciò accade soprattutto all’inizio del periodo di permanenza o comunque nei giorni immediatamente successivi all’arrivo. Pare sia la visione più o meno distorta del Centro, oltre che della vita, a provocare quel comportamento a volte, ahimè, preceduto da atti di autolesionismo. Sono individui molto diversi per attributi mentali e fisici: alcuni sono forti, altri deboli; alcuni sono intelligenti, altri stupidi; alcuni sono estroversi, altri timidi. Queste ed altre caratteristiche personali determinano il loro comportamento nella vita e nel Centro. Dopo l’arrivo in Italia, molti di loro si sono ritrovati in breve tempo in condizione di vivere in lussuosi appartamenti, di viaggiare in auto di grossa cilindrata e di andare in vacanza in rinomate località turistiche; altri, invece, sono stati costretti a vivere in piccolissimi monolocali o in squallidi seminterrati, a prendere l’autobus solo nei giorni festivi e ad andare in vacanza ai giardini pubblici.

Facile intuire l’attività lavorativa degli uni e degli altri: spacciatori, prostitute e delinquenti i primi; venditori ambulanti, raccoglitori di frutta o verdura, colf, badanti, muratori e operai i secondi. In alcuni giorni sembra di ritrovarsi immersi in una strana fiera: chi cammina serenamente con un orologio di valore al polso di qua; chi, in preda a crisi d’astinenza, chiede ripetutamente psicofarmaci al medico di là; chi legge giornali in completa solitudine; chi, agitato, si prepara all’ennesimo tentativo di fuga; chi baratta sigarette e vestiario in cambio di caffè, telefoni cellulari o soldi; chi inveisce contro le Forze di polizia e chi invece tenta con queste un dialogo pacifico e amichevole. La religione risponde a bisogni della struttura biopsichica della persona umana, alla necessità di sicurezza, di conforto, di difesa dalle frustrazioni, dal senso di precarietà, dal timore della morte, e via dicendo. Certi ospiti pregano, anche più volte al giorno; altri, invece, imprecano più volte al giorno. Alcuni ballano muovendosi lentamente, come le onde del mare; altri se ne stanno seduti a scrivere lettere o a leggere sottovoce poesie ad operatori e amici.

C’è inoltre chi urla e poi si ferisce alle braccia e chi prima si ferisce e poi urla. C’è anche chi ride a crepapelle, ma raramente si vedono lacrime scorrere dagli occhi di persone indurite dalla vita. Solitamente le donne si limitano ad assistere questo viavai col cuore in gola, attraverso la rete di protezione che delimita il proprio settore. Creandosi inevitabilmente delle aggregazioni sulla base della lingua, della storia, della cultura e della religione condivise, a rendersi palese piuttosto rapidamente è un atteggiamento di chiusura e di superiorità - e spesso anche di aggressività e di conflitto - di alcuni gruppi rispetto ad altri. In particolare, al contatto con gli ospiti maghrebini - in genere in superiorità numerica e in possesso di una discreta conoscenza dei costumi e della lingua italiani, nonché di alcuni dialetti - rumeni, polacchi, slavi, russi, sudamericani, cinesi, libanesi, pakistani, giordani, senegalesi, sembrano assumere un atteggiamento passivo, di natura difensiva; inevitabile dunque un certo tentativo di gerarchizzazione dello spazio e delle risorse disponibili da parte dei primi. Tuttavia, grazie al faticoso e difficile lavoro d’intermediazione messo in atto dagli operatori della Croce Rossa, raramente si raggiunge l’acme dell’intolleranza e della discriminazione.

Mentre molti uomini scaricano parte delle loro tensioni giocando a calcio o con carte da poker, le donne ascoltano musica, disegnano, ricamano, creano origami. Le donne si ritrovano spesso riunite a chiacchierare ora in camera dell’una ora in camera dell’altra instaurando veri e propri rapporti di amicizia, di consiglio, di pettegolezzo, che spesso finiscono per coinvolgere la vita di molti altri ospiti. Certo, durante il periodo di permanenza non c’è possibilità di andare in discoteca o in pizzeria oppure di passeggiare all’interno di un parco; non c’è il cinema all’aperto, ma la tv è presente in ogni camera e lo spazio per fare due passi o per chiacchierare in libertà non manca. La colazione e i pasti principali sono sempre assicurati e abbondanti e i locali per consumarli sono ampi e tenuti costantemente puliti da un’impresa di pulizia che provvede quotidianamente all’igiene dell’intero Centro.

Operatori della Croce Rossa si preoccupano della distribuzione gratuita di vestiario, scarpe, asciugamani, sigarette, giornali, schede telefoniche, detersivo, bagnoschiuma, shampoo, sapone, dentifricio, spazzolini e dell’acquisto all’esterno di tutto ciò che potrà servire ad un ospite ad integrazione di quanto gli viene offerto gratuitamente. Lontani dai pasti, dalle visite e dalle terapie mediche, lontani dalle notizie dell’avvocato o da quelle del giudice, lontani anche da piccoli atti vandalici e da qualche scaramuccia, alcuni clandestini si dedicano all’amore con la "A" maiuscola, l’amore platonico, l’unico consentito all’interno del Centro. "Moglie e buoi dei paesi tuoi": donne e uomini differenti per nazionalità, per etnia, per cultura, per religione, incuranti dell’antico proverbio, tentano spesso di costruire storie d’amore. L’ospite corteggiata diminuisce gradualmente gli incontri con le altre amiche dedicando parte del proprio tempo all’amato. Un antico proverbio cinese dice: "L’amore è una pentola d’acqua fredda che piano piano viene scaldata, sino a divenire bollente".

Causa un certo grado di isolamento la stragrande maggioranza degli ospiti parte con la pentola già bollente. Inevitabilmente questa si raffredda e a volte si gela. Trattandosi di forzature, di "contratti temporanei", molti amori risultano essere effimeri e svaniscono nel giro di pochi giorni o addirittura di poche ore. Ovviamente, tra un’attività e l’altra gli ospiti riescono a trovare tempo sufficiente per telefonare, per incontrare parenti venuti a far visita o per avere colloqui con la psicologa, con responsabili della Caritas e di altre associazioni umanitarie. Col tempo, mentre singole e diverse esigenze vengono alla luce, altre divengono meno rilevanti o rientrano nell’ombra. Gli operatori della Croce Rossa sono sempre lì, pronti a soddisfare ogni possibile richiesta e a dar colore alle loro vite dando informazioni riguardanti nomine di avvocati, permessi di soggiorno, richieste di asilo politico, e così via. A volte bastano poche parole e un sorriso per far ritornare la tranquillità: donne e uomini si rimettono in gioco, rimettono in gioco il loro futuro parlandone con piacere. Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna ed altre città italiane sono viste come "fabbriche", come strumento di produzione, di scambio, come fonte di lavoro e quindi di "reddito".

Un giovane marocchino, da otto anni in Italia, se ne sta seduto in un angolo accanto ad un suo amico che avrebbe desiderato fare il muratore. Entrambi sono decisi a lasciare il Belpaese per recarsi in Francia. Parlano di Marsiglia, delle opportunità di lavoro che la città francese offre, del costo delle case, degli affitti e, sinteticamente, del loro paese d’origine, dei divertimenti e dei problemi connessi con la salute, con l’igiene e con l’istruzione. Una ragazza russa di una ventina d’anni è in piedi, vicino ad una parete di cemento sulla quale piccoli disegni si alternano a firme e brevi frasi d’amore. Vestita sobriamente con T-shirt bianca e jeans blu "a zampa d’elefante", di tanto in tanto accarezza i capelli lisci e scuri che le scendono sulle spalle. È visibilmente felice: i suoi occhi nocciola brillano. Abbraccia e bacia amiche ed operatori perché avendo fatto richiesta d’asilo politico la sua permanenza al Centro è finita. Uno slavo racconta di prosciutti e di olio rubati, di auto scassinate, di botte; poi rimane per un istante in silenzio e con l’orgoglio di un soldato innamorato mostra ad altri la foto della sua fidanzata che tiene gelosamente custodita nel portafoglio.

A tarda sera, esaurite le ultime energie, calate giù le maschere, lasciati da parte Khaled e Cotabita’, Che Ghevara, Maradona e Zidane, Bob Marley Alegrova e Madonna, spenti stereo e televisori, accantonati fogli penne e matite, a tenere compagnia ad un ristretto gruppo di irriducibili intenti a disegnare le loro ombre sul pavimento rimangono soltanto i fari che illuminano il perimetro del Centro. La giornata finisce così per la maggior parte degli ospiti, ma non per le Forze di polizia e per gli operatori della Croce Rossa pronti a continuare ininterrottamente i propri rispettivi servizi.


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