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Razzismo, immigrazione e accoglienza. Quale la giusta rotta?

Immigrazione oggi più che mai tematica attuale, l’opinione di chi ci lavora "dentro" ogni giorno...
di Riccardo Sganga - mercoledì 22 settembre 2004 - 19221 letture

Se vi è capitato di viaggiare all’estero, avrete senz’altro notato come le condizioni di vita cambino notevolmente da un paese all’altro. Il cittadino medio di un paese ricco, come Stati Uniti, Giappone, Germania, ha un reddito di dieci volte superiore a quello di cui gode il cittadino medio di un paese povero, come India, Indonesia o Nigeria. Queste evidenti differenze di reddito si riflettono in altrettante differenze nella qualità della vita: i paesi più ricchi hanno alloggi più sicuri, più automobili, più apparecchi televisivi, più telefoni, una dieta e un’assistenza sanitaria migliori e un’attesa di vita più lunga. Le famiglie povere propendono maggiormente rispetto al resto della popolazione a sperimentare sulla propria pelle la mancanza di un alloggio, i problemi di salute, la violenza domestica, la maternità precoce, l’analfabetismo, la tossicodipendenza, la disoccupazione ecc. I membri di famiglie povere hanno maggiori probabilità di commettere crimini e di essere vittime di crimini.

Sebbene sia difficile separare le cause della povertà dai suoi effetti, non c’è dubbio che la povertà sia associata a diversi mali economici e sociali. In molti paesi, tra cui l’Italia, il tema del razzismo presenta forti commistioni con quello dell’immigrazione e gli immigrati - clandestini e non - sono il primo bersaglio dei razzisti. È culturalmente scorretto confondere o accostare troppo il razzismo all’immigrazione. Il primo è un fenomeno ormai interno, che riguarda il funzionamento della società, i rapporti fra i gruppi umani diversi; il secondo è un fenomeno che rinvia ai rapporti internazionali, ai flussi migratori provenienti dall’estero, ed è il risultato di rapporti che si stabiliscono tra l’esterno e l’interno della società.

Le politiche che combattono il razzismo si inscrivono in uno spazio che le vede affiancate ad altre politiche: sociali, occupazionali, delle città, della scuola, ecc. Le politiche che si occupano di immigrazione attengono sostanzialmente alla diplomazia e all’adattamento degli interessi nazionali, economici, culturali ecc. con l’offerta di immigrazione che esiste all’estero. Tutti i paesi democratici dispongono di strumenti che permettono di affrontare il razzismo da un punto di vista legislativo, normativo e giudiziario, tutti dispongono di mezzi repressivi che consentono di combattere il fenomeno, almeno nelle sue espressioni più macroscopiche. L’azione dei poteri pubblici si esprime attraverso politiche volte a impedire o sanzionare comportamenti precisi e ad affrontare il problema alle radici per ridurne la portata e la diffusione, intervenendo sulle sue fonti, oppure correggendone gli effetti in maniera volontaristica. Queste politiche, che per molte ragioni differiscono notevolmente da un paese all’altro, tengono conto di una serie di fattori quali l’umore dell’opinione pubblica e la pressione dei media, il livello d’intervento delle minoranze interessate e delle organizzazioni antirazziste e, naturalmente, gli sviluppi e le trasformazioni del razzismo in sé. In molti paesi le politiche antirazziste obbligano i datori di lavoro a fare piani di assunzione, di formazione e di promozione in favore delle minoranze "razzizzate" ed a rispettarle; impongono ai media e alla pubblicità di dare spazio e visibilità a una data percentuale di neri, di asiatici, e così via; autorizzano le università a fare una politica di ammissione degli studenti e di assunzione degli insegnanti che tenga conto delle minoranze razziali e riservi loro un certo numero di posti; concedono licenze di commercio prioritariamente a imprese controllate da persone appartenenti a minoranze etniche. Di politiche del genere possono darsi versioni di sinistra e versioni di destra, che hanno detrattori tanto a sinistra quanto a destra.

Un antirazzismo coerente, sia che nasca dal basso o dall’alto, dalla società civile o dai poteri pubblici, non può svilupparsi altro che nella tensione, necessaria e complessa, fra l’identità rivendicata dai gruppi "razzizzati" e i valori universali del diritto e della ragione. Il problema non è tanto quello di trovare il giusto mezzo, quanto di sforzarsi di conciliare ciò che spesso è vissuto come opposto e inconciliabile. Tutto ciò è ben chiaro ai politici interessati ai problemi dell’immigrazione e dell’accoglienza degli stranieri in Italia e a chi lavora quotidianamente a contatto con immigrati e negli attuali Centri di accoglienza e di permanenza temporanea.

Da tempo in Italia si sta cercando, non senza difficoltà, di individuare la rotta giusta per rimanere all’avanguardia dell’accoglienza. Le cose da fare sono tante e complesse. Limitare l’arrivo di clandestini per impedire il loro sfruttamento ed inserimento nel circuito della microcriminalità e offrire concrete opportunità di lavoro a chi emigra regolarmente non è affatto facile. Almeno due sono però le cose da fare nell’immediato futuro: perfezionare tutte le strutture di accoglienza e di permanenza temporanea insistenti sul territorio dotandole di nuovi spazi di socializzazione e, all’occorrenza, crearne di altre moderne ed efficienti offrendo agli ospiti di tali strutture almeno una opportunità di "riscattarsi", di rimanere legalmente in Italia; integrare lo straniero nella nostra cultura impedendo atti di discriminazione.


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Razzismo, immigrazione e accoglienza. Quale la giusta rotta?
29 novembre 2006, di : jessy

ritengo fondamentale la giusta accoglienza nei confronti degli immigrati,tuttavia bisognerebbe attuare una politica più severa riguardo l’immigrazione non soltanto per limitare un fenomeno dilagante in tutt’Europa e non solo,ma anche per proteggere gli immigrati dagli abusi delle organizzazioni criminali nostrane che sempre più traggono vantaggi da questo fenomeno che può e deve essere un occasione di scambio e integrazione perchè il mondo è di tutti.