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Di virus e picnic

C’era una volta un re. Che aveva una corona. Potrebbe essere l’inizio di una favola, ma non lo è. Che lo si chiami col suo nome fiabesco (coronavirus) o in sigla (covid-19), il virus venuto dall’oriente ci spaventa.
di Alessandra Calanchi - mercoledì 26 febbraio 2020 - 688 letture

C’era una volta un re. Che aveva una corona. Potrebbe essere l’inizio di una favola, ma non lo è. Che lo si chiami col suo nome fiabesco (coronavirus) o in sigla (covid-19), il virus venuto dall’oriente ci spaventa. Come è giusto che sia. Siamo talmente abituati, nel nostro Paese, a terrorismi e psicosi artificiali o gonfiate, che stavolta che l’abbiamo in casa, che tocchiamo con mano (possibilmente guantata) la realtà dei fatti, quasi non ci sembra vero. E invece sì. Fa effetto, a quelli della mia generazione che non hanno conosciuto la guerra, l’idea che scuole e università siano chiuse, che siano sospesi concerti e manifestazioni sportive.

Nella tragedia che ci sta investendo, voglio fare, provando a mantenere il sangue freddo, due considerazioni. La prima: mi stupisce che ci si stupisca che un virus, nell’era della globalizzazione, sia appunto globale – o in altre parole virale, un aggettivo che, scusatemi la tautologia, fino a un mese fa era usato solo nei social network e solo in senso positivo (un meme che diventava virale era un segno di successo). La seconda: credo che dovremo rivedere, o quantomeno riformulare in maniera più corretta, l’equazione recentemente assunta come vera da psicologi e sociologi della comunicazione (nel campo di chi si occupa di cyberbullismo, a esempio) per cui “virtuale è reale”. Sacrosanto, ma ci stiamo rendendo conto d’un tratto che non è vero il contrario: cioè, reale non è virtuale. Reale, ahimè, è e resta reale. Stiamo spaccando il capello? Forse. Ma la matematica ci insegna la proprietà simmetrica dell’equivalenza (se A = B, allora anche B = A), e qui non funziona. Sarebbe bello se anche il reale fosse virtuale, se i contagi e le morti fossero cancellabili dal telefonino, con un click. Se esistesse una app per annullarli. Purtroppo non è così.

Ogni società ha quel che si merita. Noi abbiamo il terrorismo, il cambiamento climatico, la peste suina, l’aids, l’ebola, il coronavirus. Se dobbiamo ricercare le radici dei nostri disastri, troviamo segnali che evidentemente non abbiamo letto, avvertimenti a cui non abbiamo dato la giusta attenzione, profezie che non abbiamo ascoltato, praticamente in tutti i secoli passati. Abbiamo ignorato, per cominciare, un assioma assoluto che ci veniva dalla sapienza antica dei Lakota: Mitakuye Oyasin, ovvero: nell’universo tutto è collegato. Uomo, animali, piante, terra, tutto era concatenato nel cerchio della vita – qualcosa di analogo lo dicevano in Africa e in Asia.

Essendo io un’americanista, e per di più volendo mantenere un profilo laico, mi limiterò a segnalare un libro bellissimo e spaventoso, purtroppo mai tradotto in italiano e poco conosciuto (prevedibilmente) anche negli USA. Il titolo è Mars as the Abode of Life (Marte, il rifugio della Vita) e il suo autore mette in guardia i suoi connazionali dicendo che se continueranno nella loro opera dissennata di deforestazione, di canalizzazione, e nel settore della comunicazione, il pianeta ha i giorni contati… tanto che si renderà necessario ripiegare su Marte. Pensate che l’autore sia un collega di Elon Musk, e che stia cercando proseliti per la prossima missione umana nello Spazio? Eh, no.

Pensate che sia uno sciamano visionario ex hippy? Eh, no. L’autore si chiamava Percival Lowell e fu il maggiore astronomo americano dell’Ottocento. Scienziato, scrittore, pensatore, illustratore, pubblicò quel libro nel lontano 1908. Ed è un capolavoro assoluto. Lo dico con amarezza, perché è stato ignorato e dimenticato. Vedere per credere.

Torniamo al virus. Lo combatteremo? Ne usciremo sopraffatti o vincitori? La fantascienza abbonda di scenari del genere. Solo che di solito, alla fine, sono gli alieni a soccombere (La guerra dei mondi), quando ci sono gli alieni; in caso contrario, qualche superscienziato trova, all’ultimo momento, l’antidoto.

Noi, per ora, chiudiamo le scuole, gli stadi e le chiese, fermiamo i mezzi pubblici, indossiamo mascherine, ci laviamo spesso le mani e starnutiamo nell’incavo del gomito. Due giorni fa ho fatto vedere ai miei studenti Duck and Cover, un meraviglioso cortometraggio educational del 1951 che insegnava a bambini e adulti come comportarsi in caso di esplosione di una bomba atomica. Giuro. Guardandolo, ci si sente un po’ nella stessa condizione. Inermi. Eppure le immagini che vediamo e le parole che ascoltiamo ci raccontano l’ottimismo, l’efficienza, la resilienza, la resistenza. La famiglia americana che si protegge dal fall out con una tovaglia, durante un picnic, ci fa particolarmente tenerezza. O rabbia, se pensiamo alle famiglie giapponesi a Hiroshima e Nagasaki. Decidete voi.

Per i meno ottimisti, segnalo l’allegra canzone di Tom Lehrer, We Will All Go Together When We Go (1959): in una strofa dice che sarà bellissimo andarcene tutti insieme, come una bella padella di patatine fritte.

E’ bello riderci sopra, ma io spero che la scienza ci salvi anche se non ce lo meritiamo.


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