Cronache giornalistiche da basso impero(2)

Chiudono sempre più edicole e si vendono meno quotidiani. Si chiude anche "Micromega" mentre le "querele temerarie" continuano per far tacere i giornalisti
di Adriano Todaro - mercoledì 16 dicembre 2020 - 876 letture

Continua l’emorragia delle chiusure delle edicole e, di conseguenza, le copie dei quotidiani che diminuiscono sempre più. I numeri sono terribili in tutti e due i casi. Nel primo semestre del 2020 a livello nazionale hanno chiuso 1.410 edicole che salgono a 2.027 se si includono anche i punti non esclusivi e la previsione è di perderne un altro migliaio entro l’anno. E ci sono posti, come a Pantelleria (7.695 abitanti), dove c’è una sola edicola la quale non viene rifornita delle copie cartacee dei quotidiani. Un altro diritto costituzionale che viene meno. E, oltre ai quotidiani, si chiudono anche testate storiche e importantissime come Micromega perché non più confacente ai nuovi padroni del gruppo Gedi (Repubblica, La Stampa ecc.), i discendenti degli Agnelli.

Per quanto riguarda i quotidiani venduti in edicola, quindi sole le copie cartacee, si tratta di numeri da brivido. Non si raggiungono neppure i 2 milioni di copie giornaliere vendute. Se ne vendevano 8 milioni di copie, 15 anni fa. Se prendiamo il mese di febbraio 2020, sono state vendute 1.827.584 copie, 159.415 in meno di un anno fa. In totale, le copie vendute nel 2019, sono state 1.986.999; quelle del 2020, 1.827.584. In ogni caso tutti i giornali perdono copie, tranne poche eccezioni che non fanno testo.

La concorrenza online certamente, ma non solo. Ormai si ha la convinzione che sia inutile spendere 1,50/2 euro ogni mattina. Tanto le notizie fra Tv e telefonini le abbiamo gratuitamente. E non ci si accorge che in questo modo essi resteranno degli analfabeti disinformati perché le notizie che ascolti (e vedi) in tv sono volatili nel senso che entrano da un orecchio ed escono dall’altro. In testa non resta nulla. Solo la lettura può darti la cognizione di capire un determinato avvenimento. E qua bisogna dire che i quotidiani, o meglio, chi dirige i quotidiani, hanno le loro colpe. Il quotidiano è strumento ormai “vecchio”, non può competere con mezzi come internet e neppure può arrivare prima nel dare una notizia della radio o della Tv. La notizia l’ascolti nel telegiornale la sera e l’indomani la trovi sulle pagine del quotidiano. Proprio per questo, per non morire, il quotidiano non deve fare concorrenza a questi mezzi di comunicazione, ma deve ritagliarsi uno spazio che questi mezzi di comunicazioni, pur velocissimi, non potranno mai avere, cioè la riflessione.

E invece i nostri quotidiani sono zeppi di cronache politiche, notizie trash, commenti dati in appalto a qualche illustre e pagatissimo guru che la mattina, magari, lo vedi in tv e l’indomani lo leggi sul tuo quotidiano. Sono pieni di gossip politico, diventano bavosi quando c’è qualche omicidio, specialmente se oltre l’omicidio c’è stata anche la violenza. E le altre notizie? Le notizie che riguardano le persone senza potere, quella battaglia continua che le famiglie debbono ingaggiare nei confronti della burocrazia, le battaglie per mantenere o trovare un posto di lavoro, le battaglie nei confronti di chi inquina o non paga le tasse, contro le mafie. Quando un’inchiesta sul perché spendiamo tanti miliardi per armarci? O un’inchiesta su dove va a finire il pattume? Oppure una sulle periferie delle grandi città, sui mostri edilizi creati da costruttori senza scrupoli e politici con meno ancora.

E si potrebbe continuare. Il fatto è, si dice, che le inchieste costano e non convengono. È vero, le inchieste costano. Costano perché il giornalista deve essere staccato dalla routine normale di tutti i giorni, il giornalista deve studiare il problema, approfondirlo e mentre fa questo non può fare altro. E allora meglio un po’ di aria fritta, meglio una bella intervista in ginocchio davanti al politico del momento e, accanto, il parere dell’esperto di turno. Inoltre, in questo modo, non ci sono problemi, ripercussioni.

Sì perché questo sta diventando un problema enorme. Quali sono i problemi, le ripercussioni? Sono quelle che vengono chiamate “querele temerarie”. In pratica, appena il giornale scrive su quel personaggio e le sue malefatte, oppure scrive chessò di un’azienda che sparge i suoi veleni nell’aria, ecco puntuale che arriva la querela. Arriva non l’azione penale, ma quella civile perché chi detiene il potere ha capito benissimo che non serve mandare in galera il giornalista (difficilmente ci va), serve maggiormente un’azione intimidatrice, cioè la possibilità di far pagare migliaia di euro al giornalista che non vuole stare alle regole del gioco. Regole create da “lor signori”.

Ma la “querela temeraria” ha anche un altro scopo. Quello di limitare il lavoro degli altri giornalisti, di farli autocensurare per paura di essere portati in tribunale. Perché, pensa il giornalista, se io scrivo che quella azienda inquina, il padrone mi querela e mi chiede 100 mila euro. Il padrone di quella azienda può andare avanti anni, ha gli avvocati a disposizione, insomma non ha problemi. Il giornalista, invece, spesso è solo. Il più delle volte è precario, magari guadagna 3/5 euro al pezzo e sulla testa ha la mannaia di dover pagare 100 mila euro. Se consideriamo che un processo civile ha la durata media di 1.650 giorni… Il fatto è che chi sceglie l’azione civile contro il giornalista non paga nulla. Fra duemila giorni si farà causa e i suoi avvocati stanno lì, ben pasciuti, davanti al giudice a spiegare l’onestà e la buona fede del proprio cliente. Il giornalista, invece, si presenta, spesso, con un avvocato che nulla sa di questioni di diritto dell’informazione e della comunicazione. Ma per 2 mila giorni il giornalista ha vissuto con la mannaia sopra il collo, non ha dormito la notte, si è esaurito a forza di pensare a come risolvere la questione.

Questo della “querela temeraria” è uno di quei problemi dove è lampante il ritardo della politica. Essa se n’è sempre fregata, ha lasciato le cose nell’immobilità più completa, spesso per convenienza. Poi ecco che un parlamentare dei 5 Stelle ‒ Pino Di Nicola, giornalista per 30 anni all’Espresso e poi in altre testate ‒ presenta qualche tempo fa una proposta di legge così da difendere i giornalisti. Ma non è solo una difesa per i giornalisti, è una difesa della libertà di stampa. La positività del disegno di legge di Di Nicola è che lo stesso è composto da un solo articolo. Questo il testo:

“Art. 1. 1. All’articolo 96 del codice di Procedura civile, dopo il primo comma è inserito il seguente:

«Nei casi di diffamazione commessa con il mezzo della stampa, delle testate giornalistiche online o della radiotelevisione, in cui risulta la mala fede o la colpa grave di chi agisce in sede di giudizio civile per risarcimento del danno, su richiesta del convenuto, il giudice, con la sentenza che rigetta la domanda, condanna l’attore, oltre che alle spese di cui al presente articolo e di cui all’articolo 91, al pagamento a favore del richiedente di una somma, determinata in via equitativa, non inferiore alla metà della somma oggetto della domanda risarcitoria».

Così chi querela il giornalista con scopo intimidatorio deve stare ben attento a sparare cifre perché se non hai elementi solidi per sostenerlo in giudizio, come avviene di solito, a quel punto sai che rischi di lasciare sul campo il 50% della somma che chiedi. Una norma di buon senso. Evidentemente, però, il buon senso non dimora nelle aule parlamentari. Cominciano i fuochi di sbarramento. Il progetto di Di Nicola è sempre rinviato fino a che si giunge a un compromesso: invece del 50%, l’indennizzo diventa il 25%. A dicembre dello scorso anno la Commissione giustizia del Senato dà via libera. Poi s’incaglia nuovamente ed ora è tutto fermo.

Questa legge dà fastidio a molti, soprattutto ai partiti, visto che le nuove norme bloccherebbero il loro potere intimidatorio. E così Italia Viva ha proposto di legare la legge Di Nicola a quella sulla diffamazione del forzista Giacomo Caliendo. Una legge, questa, in alto mare vista la contrarietà sia dei giornalisti e sia degli editori, per una volta insieme sulla stessa barricata. Per questo agganciare le cause civili alla diffamazione, equivale a bloccare la proposta di Di Nicola.

Intanto, ogni giorno, continuano le cause intimidatorie nei confronti di giornalisti e testate non allineate. È di questi giorni la notizia che l’Eni (azienda con partecipazione pubblica), a causa delle inchieste del Fatto quotidiano, ha chiesto 350 mila euro di danni. E ha chiesto 5 milioni di euro per il libro di Claudio Gatti “Enigate”, libro della casa editrice del Fatto. Anche la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati vuole soldi dal Fatto: esattamente 150 mila euro. Matteo Renzi ha avviato finora 18 azioni legali nei confronti del Fatto e dei suoi giornalisti. Lui vuole 2 milioni di euro. In totale fanno 7,5 milioni di euro. Pensate un po’ che il capitale sociale della società editrice del Fatto è di 2,5 milioni di euro!


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