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Uomo al volante pericolo costante…

L’archetipo del maschio assassino ha sostituito la ricerca e l’analisi della verità.

di Salvatore A. Bravo - venerdì 23 febbraio 2024 - 258 letture

Il Nobel Parisi in alcune dichiarazioni ha denunciato il pericolo delle morti su strada, inquadrando gli incidenti come "pedonicidi", con un neologismo dotato del suffisso "cidio" che è quantomeno fuori luogo, in quanto invoca una volontarietà dell’atto, e ponendo l’accento sul fatto che metà delle vittime siano statisticamente anche donne, per cui il problema rinvierebbe a un’esacerbazione della tragedia del femminicidio, ovvero dell’assassinio della donna in quanto donna, già di per sé piaga sociale. Naturalmente il femminicidio, termine discutibile, presuppone l’assassino, che non è il maggiordomo, ma è sempre il maschio. Ogni omicidio è egualmente da condannare a prescindere dal genere e da ogni specificità culturale, poiché gli esseri umani sono semplicemente tutti umani. Le circostanze devono poi essere valutate in giudizio. Si equipara l’incidente, dunque, all’assassinio, in quanto il maschio uccide anche al volante. A Propaganda live su La7 Parisi ha affermato:

“La prima cosa da fare è cercare di diminuire i pedoni morti in Italia. Quello che mi fa impressione è che in Italia ci sono 400 pedonicidi, li chiamo così, contro un centinaio di femminicidi; metà dei pedonicidi sono in realtà femminicidi perché i guidatori sono quasi sempre maschi che ammazzano e la metà delle vittime sono donne quindi ai 100 femminicidi si aggiungo 200 femminicidi di pedoni. È una situazione che dobbiamo assolutamente risolvere.”

Per dissuadere i guidatori da commettere i reati il fisico ha anche suggerito di mettere videocamere puntate sulle strisce pedonali. L’educazione non è contemplata, quale possibilità per migliorare la consapevolezza dei guidatori, solo il controllo può dissuaderli dal commettere i reati automobilistici. Si compara il “pedonicidio” al “femminicidio” e l’incidente all’assassinio Gli uomini strutturalmente immaturi e assassini necessitano di un controllo e di legge ferree per impedire che uccidano. Tutto questo rammenta un vecchio pregiudizio che un tempo gravava sulle donne “donne al volante pericolo costante”, oggi il pregiudizio ricade sugli uomini con una formula più inquietante “Uomini al volante omicidio-femminicidio costante”. Ogni incidente diventa omicidio, e tra gli omicidi la morte di una donna diventa femminicidio. Non sono considerati omicidi gli uomini che defungono a causa di incidenti stradali.

Nessun cenno vien fatto per gli uomini e per le donne che tornano da lavoro e muoiono in incidenti.

Dovremmo uscire dalle contrapposizioni, le quali consolidano un sistema che nella sua totalità è violento. Incidente e atto intenzionale non sono concetti eguali e ciò è evidente, tanto più che ogni caso andrebbe giudicato nella sua particolarità. Vi è il rischio che i fatti possano essere deformati dai nuovi pregiudizi: se un uomo è sempre peggiore di una donna, il giudizio potrebbe esserne inficiato a priori.

Ciò che inquieta e turba in tutto questo è la deriva di un sistema che in modo polifonico sta cancellando la realtà con i suoi reali problemi strutturale e sovrastrutturali. Le strade e il traffico in una società capitalistica sono diventati luoghi competitivi nei quali mostrare e dimostrare la superiorità sociale, ma sono anche luoghi della disperazione prodotta dalla società liberale e nichilistica. Molti incidenti avvengono per giovani uomini e donne che spesso si mettono alla guida ubriachi o drogati. Non può che esservi condanna per loro, ma chiediamoci il motivo per il quale questo avviene, se non si individuano le cause strutturali ed etiche della disperazione che emerge in ogni espressione della vita: famiglie, scuola, lavoro e traffico non usciremo da tali tragedie che lasciano sul selciato tanti innocenti. Le colpe e le responsabilità personali non possono essere scisse dai modelli culturali ed economici. “Il vivere alla grande” tanto pubblicizzato nel capitalismo per spingere ai consumo e fuori da ogni limite è la causa di tante tragedie rimossa in tante analisi. Per rendere la realtà dobbiamo riconquistare il senso delle parole che il sistema capitale divora e distorce.

L’archetipo del maschio assassino ha sostituito la ricerca e l’analisi della verità. Per uscire dalle logiche di vecchi e nuovi pregiudizi dobbiamo riprenderci la cultura marxista integrandola con nuove categorie. La battaglia culturale è iniziata, bisogna lottare contro i nuovi pregiudizi organici alla conservazione del sistema attuale. Si deve dialogare anche con coloro che con le migliori intenzioni costruiscono analisi debolmente fondate, in modo da inaugurare un modello culturale che trascenda le logiche della contrapposizione preconcetta che hanno la funzione di dividere. Solo l’analisi condivisa può fessurare un sistema che sembra invincibile, ma che ad una analisi critica mostra le sue falle logiche e strutturali.


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