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Un ricordo di ´Nzinu Bombaci

Il 3 novembre 1918 nasceva Vincenzo Bombaci, che fu sindaco di Lentini e svolse una lunga attività politica e sociale
di Ferdinando Leonzio - domenica 25 ottobre 2020 - 475 letture

´Nzinu lo chiamavano i suoi parenti e i coetanei suoi amici.
Io non mi sarei mai permessa tanta confidenza: per me, molto piú giovane di lui, era l´avv. Vincenzo Bombaci, per cui mi rivolgevo a lui con l´appellativo di „avvocato“, che egli ricambiava con „professore“.
Ma quello che era nato come un rapporto formale, che di fatto era limitato al semplice saluto, era destinato a diventare, imprevedibilmente, un´amicizia sincera e affettuosa.
Io lo ricordavo, da giovane, come il piú autorevole leader della destra conservatrice lentinese, efficace comiziante democristiano antagonista di Neddu Arena, a sua volta esponente di primo piano del PCI ed oratore di elevatissime capacità, durante l´intensa ed emozionante campagna elettorale per le elezioni amministrative del 6 novembre 1960 [1].

L´avevo poi „ritrovato“ nel Consiglio Comunale eletto nel 1970, di cui entrambi eravamo componenti, io per il PSI e lui per la DC, di cui Bombaci era anche prestigioso capogruppo.
Di questa consiliatura, dominata dalla forte personalità del sindaco Marilli, ricordo come Bombaci fosse l´unico dei 40 consiglieri comunali a saper tener testa, specialmente sui temi dell´intricata normativa urbanistica, al preparatissimo sindaco.
Lo riebbi collega anche nella legislatura 1975-80, durante la quale, in seguito alle complesse vicende consiliari di allora, egli fu eletto sindaco, a capo di un bicolore DC- PSDI di minoranza per una breve stagione [2].
La fine della legislatura segnò per entrambi la fine dell´attività pubblica. Nelle intenzioni doveva esserlo anche dell´attività politica in genere: ma ciò era assai piú difficile e perciò richiese molto piú tempo per entrambi.
Ci perdemmo dunque di vista.

Anni dopo, mentre mi dirigevo, assieme a mia moglie, alla cassa di un bar, dove avevamo comprato qualcosa, fui fermato da una voce robusta e imperiosa, che proveniva da uno dei tavoli sparsi nel locale: „Pagato!“. Sorpreso, non potei che ringraziare l´avvocato.
Lo rividi, tempo dopo, in un altro bar, dove ogni tanto mi vedevo con un caro amico, il sig. Cirmi.
Ancora una volta quella voce ripeté lo stesso generoso comando e mi invitò al suo tavolo. In breve diventammo un trio stabile di amici, che per alcune estati si riuní attorno a una granita, a conversare di tutto, ma specialmente di politica.
Pagamento, però, a rotazione.

Fu allora che quell´uomo, creduto per anni un tipo coriaceo e determinato, mi apparve per quello che realmente era: un uomo solo, gentile e generoso, faceto e intelligente, saggio e coltissimo; e anche molto curioso di conoscere tutte le vicende politiche che allora a Lentini si snodavano senza posa fra partiti, gruppi, sottogruppi, fuoruscite, rientri, alleanze, aspirazioni, promesse, delusioni, ritorsioni: un guazzabuglio in cui nulla era chiaro, ma che l´avvocato assorbiva avidamente.
Capii pure, egoisticamente, che l´avvocato era una miniera di notizie storiche, in cui spesso famelicamente mi addentrai.
Un giorno gli chiesi: Avvocato, vorrei scrivere la sua biografia politica. È disposto a farsi intervistare da me?. Aveva stima di me, avendo già letto qualcosa di mio, e acconsentí.

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Vincenzo Bombaci nel 1979

Al Nostro, secondo di quattro fratelli, era stato imposto il nome non solo di Vincenzo, già deciso dalla famiglia, ma anche quello di Trieste, essendo nato a Lentini il 3 novembre 1918, giorno in cui le truppe italiane erano entrate a Trieste, e le campane della Città suonavano a festa.
Dopo aver completato a Lentini gli studi ginnasiali, egli proseguí gli studi classici dapprima a Siracusa, per un anno ospite di padre Francesco la Rosa, un sacerdote che si rivelerà per molti un´efficace guida spirituale ed anche politica; successivamente passò al liceo Spedalieri di Catania.
Conseguita la maturità, si iscrisse a Giurisprudenza e si laureò il 18 giugno 1940, pochi giorni dopo l´ingresso dell´Italia nella seconda guerra mondiale, a fianco della Germania nazista.

La formazione di Bombaci era stata la stessa di tutti i giovani vissuti nel Ventennio nero, che egli – originario di una famiglia della media borghesia - accettò in maniera acritica, attraversando tutti i gradi delle organizzazioni in cui il fascismo aveva intruppato la gioventú italiana: balilla, avanguardista, membro del Gruppo Universitario Fascista (GUF) e infine del Partito Nazionale Fascista (PNF), della cui sezione lentinese finirà per diventare vicesegretario [3].
Ma Bombaci aveva anche ricevuto una profonda educazione religiosa, da una Chiesa allora in apparente simbiosi col regime [4], anche se, sotto la cenere, covava un forte antagonismo tra essa e lo Stato totalitario, entrambi desiderosi di monopolizzare l´educazione dei giovani. Tale educazione religiosa alla fine avrà la meglio sulle future scelte politiche di Bombaci [5].
Ad interrompere quella che poteva diventare una brillante carriera politica del Nostro, sopraggiunse la sua chiamata alle armi del 10 luglio 1941.
Destinato dapprima a Milano, poi a Forlí, fu infine inviato a Gela, proprio nel periodo dello sbarco alleato in Sicilia.
Catturato dagli americani il 12 luglio 1943, fu poi „ceduto“ agli inglesi, che lo inviarono dapprima a Tunisi, poi a Tangeri ed infine in Scozia, dove rimase fino alla fine della guerra.
È probabilmente un eufemismo dire che egli amava assai poco i suoi britannici carcerieri.

A questo punto, entrato – tra una granita e l´altra - ormai in confidenza con lui, un giorno gli chiesi:
Avvocato, posso farle una domanda personale?
Dica pure…
Come mai suo fratello Ciccio, che era diplomato, era tenente e lei, che invece era laureato, oltre che piú anziano di età, era semplicemente sergente?
Ci pensò un po’ prima di rispondere, con una certa ritrosia:
Sa, per via dell´altezza…
Mi dispiacque di averlo messo, seppure involontariamente, in imbarazzo.

La Lentini che il reduce trovò al suo ritorno, avvenuto il 16 aprile 1946, cioé un mese dopo le prime elezioni amministrative libere [6] del 17 marzo 1946 e poco piú di un mese prima del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, era assai diversa da quella che egli aveva lasciato cinque anni prima.
Non piú le marce cadenzate delle camicie nere, gli altoparlanti installati in piazza che diffondevano la vigorosa oratoria del Duce, il saluto fascista, ecc.; non piú – aggiungiamo noi - il regime che gli aveva rubato cinque anni di vita, ma una città attraversata da immensi cortei dei socialisti guidati da Delfo Castro e dei comunisti, al seguito di Cicciu Marino, con le rispettive fanfare che suonavano l´Internazionale, Bandiera Rossa e l´Inno dei lavoratori, mentre le rosse bandiere che sventolavano libere e festanti sembravano annunciare il sol dell´avvenire...
Erano scomparsi dalla piazza gli orfani del regime, gli agrari, i conservatori, i nobili...
Essi avevano trovato un ultimo rifugio nel Circolo Alaimo, loro antico presidio, ed avevano attirato nel loro nuovo progetto politico vari esponenti della borghesia benpensante, riuscendo a predisporre una lista per le comunali, senza però ottenere alcun seggio.
Queste novità avevano avuto un effetto traumatico per il giovane avvocato, cresciuto in ambienti assai lontani dal frastuono di un´imminente – cosí sembrava – rivoluzione, ma abituati, invece, alla moderazione e alla comoda e rassicurante stabilità sociale.

Intanto molti elementi della variegata destra cittadina avevano trovato rifugio nel nuovo partito dell´Uomo Qualunque (UQ) [7], che si sarebbe presentato alle elezioni per l´Assemblea Costituente, contestuali al referendum del 2 giugno.
La Democrazia Cristiana, allora alleata nel governo e nel Comitato di Liberazione nazionale (CLN) [8] con i socialisti e con i comunisti, era invece ancora considerata inaffidabile dal punto di vista della borghesia conservatrice e di coloro che in qualche modo erano collusi o simpatizzavano col crollato regime mussoliniano.
A scuotere il giovane reduce dal suo smarrimento e dalle sue esitazioni furono gli avvenimenti del 21 aprile 1946, quando un movimento anarcoide animato da una folla di disperati, disoccupati e affamati si diede al saccheggio di forni e di case di abbienti, al fine di requisire derrate alimentari, non risparmiando neanche quella dei Bombaci.
Tutto questo sembrò troppo al Nostro, da pochi giorni rientrato in patria, ancora frastornato dai residui del militarismo, dalle sofferenze della lunga prigionia, dal crollo dei valori in cui aveva creduto e dall´incertezza dell´avvenire. Decise perciò di raggiungere i suoi amici nel nuovo partito [9].

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Simbolo dell\’Uomo Qualunque

Benché avesse conseguito a Lentini un buon successo, sia alle elezioni del 1946 per l´Assemblea Costituente [10], che a quelle del 1947 per la prima Assemblea Regionale Siciliana (ARS) [11], il movimento qualunquista era destinato a rapidamente dissolversi, sia sul piano nazionale che locale, dividendosi praticamente in tre filoni: quello liberaleggiante che andrà nel PLI, quello nostalgico che rimpolperà il MSI e quello cattolico che finirà per confluire nella DC, dopo la rottura di quest´ultimo partito con le sinistre e la sua strepitosa vittoria alle elezioni politiche del 18 aprile 1948.

A quest´ultimo filone apparteneva il giovane avvocato che, pressato dalle autorità ecclesiastiche, che avevano intuito le sue notevoli qualità politiche, e sempre piú coinvolto dal pensiero e dall´azione di don Luigi Sturzo e di Alcide De Gasperi, finí per aderire alla DC, partito che ormai incarnava in pieno i valori in cui egli credeva, sia religiosi che civili.
Si trattava però di un partito tutto da costruire nel Lentinese e Bombaci si dedicò anima e corpo all´impresa di crearne una struttura organizzativa nel territorio; essa acquisterà una certa consistenza solo nel 1950: nel 1951 egli fu nominato commissario zonale della DC nel „triangolo“ [12]. Nello stesso anno si aprí una sezione della DC a Lentini.
Alle amministrative dell´anno seguente la DC presentò una lista assieme ai liberali, la quale elesse quattro consiglieri, di cui due del partito cattolico [13]: l´avv. Alessandro Tribulato [14] e il prof. Alfio Moncada, in seguito dimissionario, a cui subentrerà, il 13 dicembre 1954, il Nostro [15].
Da allora i riconoscimenti gli piovono uno dopo l´altro: nel 1956 é nominato componente della Commissione Provinciale di Controllo (CPC) [16], nel 1960 vicedelegato (vicepresidente) dell´Amministrazione Provinciale [17].
Nel 1961, con elezioni di 2° grado, sarà consigliere provinciale e assessore anziano (vicepresidente) ancora dell´Amministrazione Provinciale, carica da cui si dimetterà poco prima della fine della legislatura.
È proprio in quest´ultimo periodo che si andava affermando, nel locale firmamento democristiano, un nuovo astro, destinato a sconvolgere gli equilibri politici interni del partito: quello del giovane avvocato Enzo Nicotra.
I due uomini interpretavano due diverse concezioni della politica e del partito: Bombaci quella per cosí dire aristrocatica ed idealista; Nicotra quella popolare ed empirica.

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Primi anni Sessanta - Visita di Scelba a Lentini - Vincenzo Bombaci a sinistra, Enzo Nicotra a destra

Quando il conflitto si fece acuto e il gruppo nicotriano divenne maggioritario, l´avv. Bombaci si decise ad uno strappo, vissuto con sofferenza, mai veramente voluto e certamente non auspicato, e lasciò il partito che aveva cosí tenacemente costruito e guidato nei primi anni [18]. Tenace e combattivo di natura, fondò un „Circolo Luigi Sturzo“, cosí chiamato per sottolineare la continuità della sua posizione politica.
Il circolo, in occasione delle elezioni comunali del 1964, organizzò una lista, denominata Torre e Bandiera, assieme ai liberali, la quale elesse due consiglieri, di cui uno appunto l´avv. Bombaci [19].
La frattura con la sezione ufficiale democristiana non poteva però essere definitiva, vista la comune matrice cristiano-democratica di tutti i protagonisti, sicché Bombaci nel 1966 rientrò nel partito, nelle cui liste sarà rieletto nel 1970 e nel 1975, come già piú sopra ricordato [20].

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Inaugurazione del Poliambulatorio dell\’ospedale di Lentini nel 1978

Quando il mio articolo su di lui fu pubblicato [21] l´avvocato ne rimase molto soddisfatto, tanto che volle inviarmi una lettera che conservo gelosamente fra i miei ricordi piú cari:

Caro prof.,
Lei ha voluto scrivere di me, della mia vicenda esistenziale la parte piú impegnativa, dopo la famiglia forse la piú importante.
Emozioni di ricordi che, senza nostalgie né rimpianti, se nel tempo sopiti, pur restano vivi e presenti nello spirito e nella mente.
Ma lei, altresí, mi ha fatto un regalo prezioso ed impagabile, ha scritto della sola eredità che posso lasciare ai miei figli: un patrimonio di valori ideali e morali, perché altro non ho.
Per non trascendere nella retorica, una sola parola, semplice nella forma, ma densa e forte nei sentimenti: „Grazie, veramente grazie di cuore“.
Con cordialità e stima, con gratitudine ed affettuosa amicizia.
Aff.mo
Vincenzo Bombaci

Tempo dopo, parlando con lui della sua intensa vita, buttai giú una battuta:
Avvocato, io ormai di lei ne quasi quanto i suoi figli!
Tolga quel quasi. Lei ne sa molto di piú dei miei figli. I giovani non si interessano piú di queste cose!
Un motivo di piú, pensai, per scriverne ancora.

Se aveva lasciato l´impegno istituzionale ad appena sessantadue anni, tuttavia l´avv. Bombaci non rinunciò mai alla politica, come testimoniano i suoi numerosi interventi nelle vicende locali, che amava seguire fin nei minimi particolari, con articoli, interviste e lettere sulla stampa.
Intanto la sua visione ideale si era evoluta in direzione di un´interpretazione piú sociale dell´impegno dei cattolici in politica. Sicché, quando la DC si sciolse, egli aderí, se non organizzativamente, certamente emotivamente alla parte piú avanzata della sua diaspora, cioé al Partito Popolare Italiano (PPI) che egli riteneva il piú accreditato continuatore della tradizione cristiano-sociale che si richiamava a Romolo Murri, a Filippo Meda, a Luigi Sturzo e ad Alcide De Gasperi.
Fu per lui in qualche modo una delusione la confluenza del PPI nella Margherita, in quanto pensava che cosí si sarebbe disperso il patrimonio politico caratterizzante il solidarismo cattolico in cui egli profondamente si riconosceva.
Le sue speranze di rinascita del vecchio partito si riaccesero di nuovo assieme al tentativo neodemocristiano di Sergio D´Antona e della sua nuova formazione centrista „Democrazia Europea“ (DE), assieme alla quale ben presto naufragarono le sue residue speranze di un ritorno della DC sulla scena politica italiana.

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La copertina del libro di Ferdinando Leonzio La diaspora democristiana (ZeroBook 2019)

Nonostante le delusioni per questi tentativi mancati e per il dover assistere allo spappolamento in mille rivoli [22] di quello che era stato un partito fortemente unitario, grazie soprattutto al collante della religione, egli rimase sempre un inossidabile assertore del credo democratico cristiano, che considerava un fenomeno politico- culturale di valenza universale.

Inalterato rimase in lui il carattere passionale e irruente con cui aveva vissuto la sua stagione politica. Quando gli portai a casa, in omaggio, il mio nuovo libro sulla vicenda politica del suo antico commilitone e antagonista democristiano Enzo Nicotra [23], egli ebbe un istintivo e impercettibile moto di disagio. Ad un altro forse avrebbe detto: „Ma proprio a me lo vieni a portare?!“. Ma mi voleva troppo bene per dire una simile frase. Del resto fu solo questione di un attimo, durante il quale forse rivide le aspre polemiche interne e gli accesi dibattiti sezionali di un tempo ormai lontano. Si riprese subito e mi ringraziò e qualche giorno dopo mi ringraziò di nuovo per la mia obiettività.
Di piú, quando il Lyons Club organizzò la presentazione del libro, egli volle essere presente. Ed io ebbi occasione di vedere il suo incontro con Nicotra, improntato a sentimenti reciproci di grande affabilità e di cordialità sinceramente affettuosa...

Il giorno piú brutto della nostra amicizia fu quando mi comunicò che non sarebbe piú venuto al bar: Sa, a causa della mia persistente fibrillazione cardiaca, il medico mi ha vietato di uscire...
Il gruppo della granita si sciolse, ma non la nostra amicizia. Egli aveva bensí un paio di amici, di quelli che lo chiamavano ´Nzinu, un medico e un avvocato in particolare, che periodicamente andavano a trovarlo, ma nessuno di loro si occupava dell´intricata cronaca politica cittadina, che sempre lo appassionava.
Quando andavo a trovarlo, nella sua casa di via Zenone, egli mi tempestava di domande sull´argomento preferito e, quando mi congedavo, mi diceva spesso: Lei oggi mi ha reso felice…
Povero amico mio, di quanto poco egli, che aveva frequentato i piani alti della politica, si contentava! Ero io che avevo molti motivi di ringraziarlo per le cose che da lui apprendevo e che ormai da cronaca si erano fatte Storia.
Aveva un senso assai forte della famiglia: quando gli accennai alla mia amicizia con suo nipote Stefano (figlio di Ciccio, che gli era premorto), il quale frequentava suo figlio, mi disse: Quelli non sono cugini: sono fratelli!
Ricordo, in particolare, la volta in cui portai con me un altro mio caro amico, Salvatore Martines, che era stato l´ultimo rappresentante ufficiale (il „Reggente“) della DC a Lentini e che aveva voglia di rivederlo un´ultima volta.
Ebbi cosí la ventura di assistere, io che ero socialista quanto loro due erano democristiani, a un incontro „storico“ fra il primo e l´ultimo dirigente della DC lentinese. Fra loro due stavano 50 anni di storia cittadina e non solo, di lotte, di vittorie e di sconfitte, di passione e di fede… ora sublimate da un intenso calore umano.

Un giorno il Rotary Club di Lentini mi chiese di tenere, in occasione di una sua ricorrenza, per i suoi soci, una conferenza su argomenti di storia locale; sapendo della mia frequentazione con lui, mi fu chiesto anche di trasmettere all´avvocato l´invito a partecipare all´importante evento, in qualità di unico sopravvissuto fra i fondatori di quell´associazione. L´avvocato fu lusingato da quell´invito, ma non era piú in condizione di uscire; mi pregò perciò di chiedere al club il permesso di inviare a quella cerimonia, al suo posto, suo figlio, come suo rappresentante.
Richiesta subito accolta.

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Conferenza del prof. Ferdinando Leonzio (a sinistra) al Rotary Club di Lentini

Nel corso della conferenza ebbi occasione di imitare la voce dell´avvocato come udita nel corso di un vecchio comizio da lui tenuto in piazza. Seppi poi che la bambina che il giovane Bombaci aveva portato con sé, gli disse: - Papà, l´ha fatta precisa la voce del nonno...

Fra non molto né la nipotina né io avremmo piú sentito la voce dell´ex sergente, che custodiva dentro di sé una grande umanità.

Stavo in piazza quel giorno, quando qualcuno mi disse di colpo, crudemente: È morto l´avv. Bombaci; il funerale sarà questa mattina…
Mi precipitai quasi di corsa alla chiesa della sua parrocchia: la cerimonia funebre era già cominciata e il mio caro amico se n´era andato senza che io avessi potuto vederlo un´ultima volta. Se n´era andato, portando con sé un pezzo della mia vita e tanti ricordi che ora – chissà perché proprio ora – sono riaffiorati nella mia mente.

Addio, amico mio. Dovunque lei sia, mi dovrà raccontare ancora tante cose, tra una granita e l´altra...

Ferdinando Leonzio


[1] In quella occasione, per la DC, fu eletto consigliere il fratello Ciccio (Francesco) Bombaci, cui l´avvocato era legatissimo.

[2] Allora il sindaco era eletto dal Consiglio Comunale. Bombaci fu sindaco dal 27-7-1978 al 3-1-1979.

[3] A tale incarico lo aveva chiamato il locale segretario politico del PNF, ultimo della serie, Paolo Manganaro.

[4] L´11-2-1929 erano stati siglati i Patti Lateranensi, che avevano posto termine a 50 anni di rivalità tra la Chiesa Cattolica e il Regno d´italia.

[5] A simboleggiare fisicamente il parallelismo tra le due educazioni ricevute da Bombaci, quella religiosa e quella laica, c´era (e c´è ancora) la contiguità tra la Chiesa Madre e l´ex Casa del Fascio (sede del partito), con la differenza che la Chiesa ancor oggi domina spiritualmente e architettonicamente la piazza principale della Città, mentre l´ex Casa del Fascio, ormai orfana degli antichi clamori del regime, intristisce malinconica e abbandonata.

[6] Vi avevano trionfato le sinistre, che - caso rarissimo in Italia - avevano conquistato (anche grazie al meccanismo della legge elettorale) tutti i 30 seggi del Consiglio Comunale, andati 18 ai socialisti e 12 ai comunisti. Era stata formata una Giunta Municipale monocolore socialista, presieduta da Filadelfo Castro.

[7] Movimento politico di destra fondato nel 1945 dal commediografo Guglielmo Giannini, che si caratterizzava per la critica esplicita e globale dell´antifascismo, compreso quello cattolico.

[8] Del CLN di Lentini per la DC, benché non ancora presente organizzativamente nel territorio, fecero parte i cattolici prof. Alfio Rossitto e gli allora universitari Sebastiano Panebianco e ´Nzinu (Vincenzo) Ragazzi.

[9] Facevano parte del gruppo dirigente dell´Uomo Qualunque di Lentini l´avv. Vincenzo Bombaci, suo fratello geom. Francesco, l´avv. Francesco Consiglio, i fratelli avvocati Delfo e Alessandro Tribulato.

[10] A Lentini l´UQ ottenne 767 voti, pari al 6,0 %. L´avv. Bombaci si schierò per la Repubblica, quasi in anticipatrice assonanza con la posizione assunta da don Luigi Sturzo, allora ancora negli USA, dove era andato in esilio durante il fascismo.

[11] Alle elezioni regionali siciliane del 1947 l´UQ si presentò assieme ai liberali nel “Blocco democratico liberalqualunquista”, che a Lentini ottenne ben 3129 voti (22,9 %), dimostrando cosí la presenza di una forte destra nella roccaforte rossa, quale era allora considerata Lentini. Nel collegio di Siracusa tale risultato risultò determinante per l´elezione del liberale francofontese Sebastiano Franco (1897-1953).

[12] Altri pionieri che lavorarono al suo fianco per l´organizzazione del partito democristiano furono il prof. Alfio Moncada, il cap. Alfio Parisi, il prof. Alfio Rossitto, il cav. Pasquale Valenti e i giovani dell´Azione Cattolica.

[13] I due liberali erano gli avv. Giuseppe Bruno e Alfio Sgalambro.

[14] Alessandro Tribulato in realtà aderí successivamente alla DC. Intellettuale di notevole prestigio, ricordava il tipico gentleman all´inglese ed era un galantuomo di vecchio stampo, di formazione liberaldemocratica. Egli sarà, negli anni ´60, il primo sindaco democristiano di Lentini.

[15] Le sinistre ottennero 24 seggi su 32 ed elessero sindaco il prof. Peppino Ferrauto, socialista. Nel 1958 Bombaci sarà, per cinque mesi, segretario provinciale della DC siracusana.

[16] Organo di controllo per le pubbliche amministrazioni. Tale carica era incompatibile con quella di consigliere comunale; di conseguenza egli non si ripresentò alle elezioni comunali del 1960, ma sostenne il fratello Francesco, che fu eletto.

[17] Delegato era il dc siracusano Marcello Sgarlata (1927-2004).

[18] Da allora l´opposizione interna della DC lentinese sarà guidata da un altro giovane avvocato: Salvatore Moncada, futuro Presidente della Provincia di Siracusa.

[19] L´altro era il leader liberale avv. Alfio Sgalambro (1920-1984), noto intellettuale e ispettore onorario ai monumenti.

[20] Bombaci fu anche assessore nella giunta Amore (PSDI-DC) e vicesindaco nella giunta Insolia (DC-PCI-PSDI).

[21] L´articolo fu pubblicato, in due puntate, sul numero unico Pancali del 7-12-2004 e sul numero unico Pankali del 23-12-2004.

[22] Si può vedere, in proposito, il recente libro di Ferdinando Leonzio La diaspora democristiana, ZeroBook, 2019.

[23] Il libro, intitolato Intervista a Enzo Nicotra, comprende la biografia politica del popolare deputato lentinese, attraverso una lunga intervista, una storia completa della locale DC e alcuni dati sul partito. Esso, ormai introvabile, é però reperibile presso la Biblioteca Comunale di Lentini o presso privati.


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