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Shoa in bianco e nero

Quel giorno a Dachau faceva freddo. Le immagini che scattavo rivedendole oggi mi mettono in forte imbarazzo, mi sono portato a casa, la realtà di quello che è successo ed un mio ricordo di famiglia.

di Enzo Maddaloni - giovedì 1 febbraio 2007 - 8447 letture

Il XX secolo sarà ricordato nella storia per essere stato il secolo dell’atomo, della scoperta dello spazio e dei cip informatici usati anche nella macchina digitale di mia figlia ma, anche, per lo “sviluppo” che la stessa fotografia ha raggiunto dopo le prime scoperte del XIX secolo.

Per "fortuna" che il bianco nero in questo XIX secolo viene sostituito dalla foto a colore, addirittura digitale, quasi a tracciare un confine tra la parte dei ricordi e la nostra realtà. Tra il sogno e la verità. Tutto ciò servirà e forse è già servito anche un po’ per difenderci dai ricordi della realtà vissuta in questo secolo passato e così lontano.

Oggi se guardiamo le immagini dell’epoca, dei campi di concentramento delle SS, ci sentiamo lontani da quei luoghi, apparendoci gli stessi quasi sconosciuti. Rassicurati dal fatto che la realtà è a colori e non può essere in "bianco e nero". Al massimo questo potrà rappresentare il brutto ricordo di qualcun’altro. Noi siamo a colori!

Il colore è realtà, mentre il bianco e nero è il ricordo: di altri! Come l’esigenza di raccontare un regime ed avere la necessità di costruire un “Istituto Luce” come strumento per trasferire un’immagine "dal negativo in positivo".

Il rischio è che tutto possa sfumarsi nella nostra mente. L’impressionismo, di un’immaggine che appartiene ad altri luoghi e ad altri tempi, fantastici. Solo successivamente una precisa presa di coscienza con la foto analitica e documentaristica che conquista anche il cinema con il suo “realismo” si è passati a rappresentare la cruda realtà sociale di quel pezzo di vita che resta confinato, in ogni caso, per certi versi all’irrealtà di un’immagine in bianco e nero.

Sin dall’inizio, la fotografia si è divisa in due tendenze: una che badava alla riproduzione della realtà (documento) in un modo diciamo, meccanico; l’altra, che cercava di interpretare la realtà partendo da presupposti “pittorici” o anche puramente “ideologici”. Ogni immagine di per se è bella anche se per certi versi rappresenta sempre la “morte" del soggetto.

Avendo consapevolezza di questo dualismo della fotografia e delle due epoche “tecniche” - bianco/nero e colore - ho cercato sempre di scoprire se dietro alcune immagini "estranee", quale "distanza" vi fosse, e quali "certezze" nascondesse. Nella sostanza, se certi luoghi potessero essere effettivamente reali e non l’immaginazione di un qualsiasi “artista”.

Forse questo è uno dei motivi che mi hanno spinto, per ben due volte, a visitare il campo di concentramento delle SS di Dachau in Germania. Il Campo è a soli poche centinaia di metri (in linea d’aria) dall’omonimo paese e ad appena a venti chilometri da Monaco di Baviera.

La prima volta che sono arrivato a Dachau mi è rimasto difficile capire i motivi del fatto che gli abitanti del paese, quando ti fermi a chiedere indicazioni per la strada, ti rispondono di non sapere dove è il campo.

In questo caso mi venne il primo dubbio: ma fa che non esiste? Eppure vivo a colori e più in la intravedo alcune segnalazioni stradali che, prima di perdermi, mi indicano la strada per il campo: Museo Nazionale alla Shoa.

Certo è veramente troppo vicino al paese ed allora si poteva anche giustificare questa cosa di non sapere, per “sopravvivere”! Ma, come si fa a “giustificare” ancora oggi una non risposta a questa mia richiesta di sapere quale strada fare ?

Si appena un anno fa - il 4 gennaio del 2006 - ero Monaco di Baviera, la città dove abita mia cognato. È una delle più belle città della Germania, dove tutta la spazzatura è riciclata (al 99%) e dove tutto funziona alla perfezione, anche gli ospedali, la metropolitana, gli autobus al massimo li aspetti tre secondi dall’orario annunciato e poi adoro mia cognata Monica, nata a Monaco di Baviera, per la sua immensa gioia di vivere che ti trasferisce in ogni suo gesto. E’ una vera "meridionale germanica" e questo ci avvicina molto nel carattere e mi sento molto a casa mia.

Così sono ritornato per la seconda volta nel Campo di Dachau. Questa volta non ho neppure avuto bisogno di chiedere informazioni conoscevo la strada. Faceva freddo. Un freddo secco e pungente, che però non ti da fastidio. Certo all’epoca doveva entrare nelle ossa, se tutti erano coperti solo di qualche panno.

Camminando sul selciato del campo, l’unica cosa che senti è lo scricchiolio del ghiaccio che si rompeva sotto le scarpe, con l’aiuto delle pietre del viale in terra battuta.

Lo scricchiolare del ghiaccio sul selciato segnano il viale che separa le camerate (che adesso non ci sono più) dalle camere a gas e dagli inceneritori.

Quello scricchiolio mi trasferiva tutta la sofferenza delle anime che senti ancora circolare il quel luogo e che ogni volta rivivono con te. Più che al mio passaggio per quel luogo sentivo il rumore dei passi di centinaia, di migliaia di persone che avevano vissutop quel luogo. In quel momento stavo percorrendo anch’io insieme a mia moglie il tratto che separa le camerate dalle baracche della camere a gas e dagli inceneritori. La cosa che più mi ha impressionato è la vicinanza tra le camere a gas e gli inceneritori. Era impossibile non comprendere neppure per loro qual’era la strada. Questa credo che sia la verità più angosciante di questo luogo.

I passi, sono le voci dell’anima che calpestato ancora oggi anche il tuo ricordo di quel passaggio che giunge alla morte. Una morte che sai dov’è!

Per fortuna che tutte le foto nel museo sono in bianco e nero, e queste per certi versi ti aiutano un pò a ritornare alla "tua" realtà allontanandoti quel luogo. Per certi versi ti aiutano a "ritrovare" la strada per ritornare a casa.

Un’altra sensazione molto forte che ho provato è stata quella di essere immerso nell’ovatta. Sembrava tutto così pulito e così neutro: bianco e nero, ancora oggi. La giornata era nuvolosa e tutto appariva così irrealmente ancora in bianco e nero.

Provavo una strana sensazione di impotenza e di frustrazione nel vivere l’impossibilità di non riuscire a fare foto a colori, non c’era una sfera di sole, e tutto continuava ad apparire in bianco e nero e ciò non ti consentiva neppure di esorcizzare "la realtà" che vivevi li adesso il quel luogo.

Sentivo forte l’esigenza di contrastare tutto ciò che solo pochi anni prima in - “bianco e nero” - era stato quel luogo, proprio attraverso l’immagine di qualche foto a colore. Certo lo so era un tentativo maldestro il mio di "cancellare il ricordo".

Non ci sono riuscito. Con questa sensazioni di impotenza, pensavo di quanto fossimo stati fortunati ad aver vissuto in un mondo tutto a colori e di come, tutto quel mondo in bianco e nero, non ci appartenesse più.

Pensando a queste cose, adesso riuscivo anche a comprendere meglio, perché è così difficile per gli abitanti del paese di Dachau, darti delle giuste indicazioni per trovare la strada del campo.

Troppo ingombrante perchè il peso di quel luogo lo potessero continuare a vivere da soli .. troppi voci dell’anima che ti salgono da sotto i piedi camminando per quei viali. Ecco neppure io, a pensarci bene, trovo oggi il coraggio di indicarvi la strada per raggiungere questo luogo.

Il tempo non può riuscire a concellare, questa oggettiva difficoltà, che pesa ancora oggi, a distanza di tanti anni, continuando quasi ad esercitare ancora oggi il tentativo di allontanare, nonostante la pochissima distanza, l’incubo di quei giorni.

L’unica cosa che "forse" è riuscita a far conoscere questo luogo ancora così ostile, è l’efficientismo tedesco con le indicazioni stradali in diverse lingue che prima o poi incontri. Manca l’italiano, (spagnolo, francese ed inglese) be un pò hanno anche avuto ragione a non "tradurcelo" questo luogo. Tutto ciò ancora a testimoniare che questo passato vive e deve vivere nel ricordo di tutti i popoli, e non solo in quello degli abitanti di Dacau, come soli e unici testimoni....

È proprio questo aspetto che alla fine ti da maggiore consapevolezza della realtà e di cosa è stato quel luogo che ancora oggi incute un così profondo dolore e vergogna, non solo per un popolo così "gioioso e colorato" come quello bavarese, ma per tutti noi.

"L’immagine" che più mi ha colpito di questa visita è vedere, ad un tratto, mia moglie passare davanti ad una delle camere a gas del campo (docce).

Qui mi vennero in mente immediatamente i reportage di Life che fu il settimanale che senza dubbio ha pubblicato le foto più importanti del periodo della seconda guerra mondiale ed al quale hanno collaborato i migliori fotografi. Rividi tante altre immagine che poco prima avevo visto nel museo del campo. Non avvevo la mia macchina manuale e così la fotografai con la macchina digitale di mia figlia. Rivedendola nel display a colori quell’immagine... piansi... era venuta in bianco e nero.

Brant fu uno dei primi fotografi che ci ha lasciato alcune delle testimonianze sociali più incredibili degli anni trenta e fu il precursore del futuro e forse più famoso fotografo di reportage di guerra Robert Capa anche lui per Life.

Per fortuna che sono tutte foto in bianco nero e ci aiutano a separare quegli anni, da quelli della nostra generazione, tutte a colori. Ci tranquillizzano perché quegli anni non possano più tornare. La fotografia è documento, impressione, emozione, fantasia. La realtà è solo a colori!

Quel giorno a Dachau faceva freddo. Le immagini che ho scattato rivedendole oggi mi mettono in forte imbarazzo. Questa foto che scattai a mia moglie oggi mi dà la consapevolezza che tutto ciò può capitare ancora e che non possiamo fare altro che tentare di fotografare a colore... il bianco e nero è morto!


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Shoa in bianco e nero
25 aprile 2009, di : Francesco Zicchiero

Quando sono stato a Dachau non faceva freddo, anzi, era un fine agosto molto caldo... ma il freddo l’avevo dentro! Mi graffiava l’anima. Questa poesia l’ho scritta quel giorno: ha dato inizio ad una raccolta di poesie che hanno scritto i miei alunni dopo una tristissima visita al campo di Mauthausen.

Pellegrino a Dachau

“...Non portai fiori

al campo della sofferenza

e neppure preghiere

nei miei occhi.

Solo pena e lacrime d’amore...”

Non ho sentito grida

di dolore.

Solo silenzio

lungo

profondo

tagliente.

Come lama di coltello

alla gola

a togliere il respiro.

Voi

non parlate più

nella dignità dei morti

con miserabili vivi.

    Shoa in bianco e nero: due popoli due stati
    27 aprile 2009, di : Enzo Maddaloni

    Molto bella. grazie per il suo regalo ai vivi.

    Ho due carissimi amici di origine ebraica profughi dalla Libia che vivono oggi a Roma David Gerby è un "Costruttore di Pace" insieme a suo cugino Sidney Journò, mio fraterno amico.

    In particolare David racconta in un suo libro dal titolo proprio ‘Costruttori di Pace’, uscito alcuni anni fà presso l’editore ‘Appunti di Viaggio’ un suo sogno (lui è psicoterapeuta junghiano): andare in Libia ed abbracciare il mussulmuno che abitava nella casa dove era nato e che la sua famiglia fu costretta a lasciare per salvare la vita.

    "Vittime di un pogrom che si sviluppa in Libia nel ’67. L’Egitto, in seguito alla Guerra dei Sei Giorni, fomenta le popolazioni arabe del Nord Africa, in particolare della Libia, contro gli ebrei residenti.

    Ci sono degli eccidi, c’è molta violenza, si vive chiusi in casa perché si ha paura di uscire per strada. Alla fine chi non è stato ucciso viene imbarcato su delle navi e molti decidono di venire in Italia. Questa è la sorte della famiglia di David e di molte altre, per cui a Roma c’è una comunità abbastanza numerosa di ebrei di Libia. Altri decideranno di andare in Israele, altri in altri paesi."

    Nel 2001 David comincia a pensare alla sua vicenda e a scrivere il libro. Ed è interessante che il primo titolo che gli viene in mente è ‘La Ferita del Rifugiato’, proprio perché è importante riconoscere la profondità dei traumi subiti in fasi precedenti della vita: prigionia, pogrom, esilio ecc.

    Però poi, man mano che il progetto dentro di lui prende corpo - anche con l’aiuto dei sogni, che hanno un ruolo molto importante in questa vicenda - decide alla fine che il libro si chiami ‘I costruttori di pace’. Come dire: rimanere ancorati alla ferita del rifugiato, in qualche modo significa rimanere ancorati al passato.

    Invece il "costruttore di pace" è colui che guarda avanti, che fa i conti fino in fondo con quello che è successo; non getta dietro le spalle, ma riattraversa, rivive nei minimi dettagli quello che gli è capitato, per poter diventare quello che in alcune tradizioni viene definito il ‘guaritore ferito’: proprio chi ha subito certe ferite è la persona più adatta per aiutare gli altri o comunque per promuovere processi di amicizia e di pace. Essere testimone, come diceva Levi, in "se questo è un uomo" e "la tregua".

    Quindi David matura il bisogno di tornare in Libia e di fare i conti con la sua parte libica, con la sua parte araba. Siamo negli anni durissimi della seconda intifada, quindi degli scontri quotidiani tra palestinesi e israeliani.

    L’11 settembre. C’è proprio un episodio chiave di David l’11 settembre: lui sta uscendo da un gastroenterologo perché sta male, ha delle somatizzazioni. Si ferma in un bar vicino Piazza Cipro, qui a Roma, e la televisione trasmette le scene dell’11 settembre.

    Questa cosa lo colpisce, perché gli tornano in mente i rumori della folla che dava la caccia all’ebreo, le grida che ha sentito da bambino: “Uccidete l’ebreo! Uccidete l’ebreo!”.

    Rivive sulla scena che la televisione trasmette da New York il suo ricordo, l’imprinting profondo della violenza subita. Ebbene, questo diventa un ulteriore elemento per cercare in qualche modo un percorso di pacificazione.

    Alla domanda che anch’io gli ho fatto:

    “Ma a che cosa serve questo tuo progetto?”, David risponde: “In primo luogo serve per guarire, perché io voglio guarire”.

    "E, a questo punto succede un’altra di quelle strane coincidenze come quella di oggi: in una festa del matrimonio di un parente David in maniera abbastanza casuale viene a sapere che una sua lontana parente, Rina de Bache, una prozia, è ancora viva in Libia. E’ una donna molto anziana che tutta la famiglia che è riuscita a fuggire qui in Italia, così come l’altro ramo che si è rifugiato in Israele, pensavano morta. "

    Invece questa donna è viva.

    "A questo punto ecco che il desiderio, il sogno di David di tornare in Libia, prende un aspetto estremamente concreto: riportare la zia in Italia, questa zia che è chiusa in un istituto per anziani, che non parla più, che sembra venga assistita in maniera più che buona dalle competenti autorità sanitarie libiche, ma che è lì sola. Inizia un lavoro certosino di David. Siamo nell’estate scorsa, il periodo in cui ci incontriamo.

    Io una sera d’agosto gli dico: “Mi sembri una trivella”; non dava pace ai funzionari dell’ambasciata italiana a Tripoli e dell’ambasciata libica in Italia. Alla fine, a settembre dell’anno scorso, David riesce ad avere il biglietto aereo per andare a Tripoli. Tranne pochissimi casi per motivi esclusivamente commerciali, è il primo ebreo a ritornare in Libia dal 1967."

    Torna in Libia, visita questa zia – è una pagina molto commovente del libro - visita i luoghi della sua infanzia, torna nel negozio del papà e nella casa dove è nato e ha vissuto per 12 anni. E lì matura la decisione di non chiedere la restituzione di quello che gli è stato tolto.

    "Pensa che sia un vero gesto di pace e che possa essere un invito a tutti i profughi di qualsiasi parte: rinunciare a chiedere quello che gli spetterebbe per diritto.

    Adesso io non voglio entrare ulteriormente nei dettagli, ma oggi 7 ottobre 2003 – ed è anche questa è una coincidenza, visto che questa nostra data è stata decisa per rispettare lo shabbat, mentre di solito gli incontri del Cipax sono il venerdì sera - alle 16, Rina de Bache, la prozia, ultima ebrea viva in Libia, è sbarcata all’aeroporto di Fiumicino. Poche ore fa. C’era la stampa, la televisione e i parenti che l’hanno accompagnata e la ospiteranno nella loro casa. David un’oretta fa era in albergo dove stanno il personale sanitario e i due funzionari libici che hanno accompagnato questa anziana. Quindi una storia straordinaria. Io oggi pomeriggio, riflettendo su questo incontro, pensavo a una storia a noi di One by One molto cara, che molti di voi conosceranno, quella del raccoglitore di stelle marine: c’è un uomo che guarda un altro uomo che sulla spiaggia si alza, si china e si rialza. Gli chiede: “Scusi, ma lei che cosa fa?”. Quello risponde: “Vede, ogni volta che c’è la bassa marea anche le stelle marine rimangono all’asciutto: io le prendo e le riporto in mare, in modo che non muoiano”. E l’altro: “Ma lei è pazzo, non riuscirà a mai a salvarle tutte”. “Sì, lei ha ragione, però vede, per questa stella marina una differenza c’è”."

    "DUE POPOLI DUE STATI" se ne dovrà parlare ancora, per il momento ancora grazie della sua poesia, è molto bella.

    ops ..dimenticavo il suo sogno l’ha realizzato!

    brani tratti da un interveista a Gerbi in un incontro con Giorgio Piacentini e Roberto Mander dell’ottobre 2003

    www.cipax-roma.it/TestiIncontri/A.42%20Gerbi%202003.doc -