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Se la ’ndrangheta parla

Due considerazioni su Nicolino Grande Aracri
di francoplat - mercoledì 5 maggio 2021 - 1521 letture

La tradizione e il senso comune vogliono che la ‘ndrangheta abbia goduto, rispetto a Cosa nostra, di una maggior tranquillità giudiziaria in virtù degli stretti legami parentali delle famiglie criminali, meno orientate verso il pentitismo e la collaborazione con lo Stato. Senza contare un profilo criminale più sotto traccia, più larvato, meno eclatante nei metodi. È vero che l’organizzazione mafiosa calabrese non ha ancora avuto il suo Buscetta. Tuttavia, la recente notizia della volontà del boss di Cutro, Nicolino Grande Aracri, di collaborare con la giustizia è stata accolta con grande attenzione e qualche scetticismo dalle fonti di informazione e, si presume, con qualche apprensione da parte di chi con il boss e il suo sistema mafioso ha intessuto relazioni e complicità.

Chi è Nicolino Grande Aracri? Il profilo criminale del boss di Cutro emerge con una certa chiarezza dalle carte giudiziarie, quelle dei tanti processi che lo hanno visto imputato e, in qualche caso, condannato. Affiora dal Crotonese la figura di Grande Aracri, nei primi anni Ottanta, pronto a colmare il momentaneo vuoto di potere lasciato da Antonio Dragone, il “bidello della scuola di Cutro”, detenuto a Quattro Castella (Reggio Emilia) in regime di sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. È a partire da questo momento che “mano di gomma”, come viene chiamato, costruisce un proprio potere personale, orientato, da un lato, a creare una struttura mafiosa locale autonoma dalle cosche reggine e, dall’altro, a edificare un sistema criminale al Nord in grado di intessere rapporti con molteplici frange della società politica, economica, sociale.

Grande Aracri, don Nicola, è stato quindi capace di dar vita a un potere paritetico a quello della casa madre della ‘ndrangheta, come emerge dal processo “Rinascita-Scott” che disegna una geografia mafiosa facente perno su tre province: Reggio Calabria, Vibo Valentia e, appunto, Cutro, con supremazia sulla Calabria mediana e settentrionale. L’irresistibile ascesa di Nicolino Grande Aracri, prima braccio destro e poi nemico del vecchio boss Antonio Dragone, passa attraverso una lunga sequela di omicidi, all’interno di uno scontro tra clan rivali che vede la famiglia Grande Aracri a Cutro e quella Nicoscia a Isola Capo Rizzuto contendere il potere, rispettivamente, ai Dragone e agli Arena. A farne le spese, fra gli altri, fu proprio Antonio Dragone, ucciso nel 2004 con un bazooka poco dopo il suo rilascio dal carcere, e per il cui omicidio Nicolino Grande Aracri è stato condannato in via definita dal processo "Kyterion". La spregiudicatezza, la mentalità imprenditoriale, le relazioni pericolose intessute dal boss lo qualificano come moderno ‘ndranghetista, in grado di allargare la sfera d’azione del traffico di droga ben oltre le frontiere nazionali, in Germania, Svizzera, Francia.

Non solo Calabria, dunque. Attraverso i processi che hanno contrappuntato gli ultimi vent’anni e che hanno visto imputato il boss – processi “Scacco Matto”, “Edilpiovra”, “AEmilia”, il più grande processo intentato contro le cosche criminali al Nord, “Grimilde” –, è stata disegnata, inoltre, la trama fitta del graduale consolidamento degli affari e degli interessi della cosca di Cutro al Nord, in particolare tra Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia. Non si tratta di una novità, in realtà. Il fiato delle organizzazioni criminali in quelle regioni è di lunghissima data, origina dalla fine degli anni Cinquanta, quando Procopio Di Maggio, già membro del clan di Al Capone, mise piede a Castel Guelfo, in provincia di Bologna. Da allora, alla fine del secolo, oltre duemila criminali furono inviati in regime di soggiorno obbligato nei comuni emiliani: tra essi, Tano Badalamenti, Giacomo Riina, il casalese Raffaele Diana, il calabrese Rocco Antonio Baglio.

Il clan Grande Aracri si muove, dunque, in un territorio già ampiamente collaudato, nel quale l’Osservatorio provinciale Antimafia di Rimini ritiene agiscano, oggi, circa 50 cosche mafiose, tra camorristi, esponenti di Cosa nostra e affiliati alle famiglie di ‘ndrangheta. In questa realtà, gli uomini di “mano di gomma” hanno dato vita a una realtà complessa, a un collaudato sistema di drenaggio delle risorse locali: armi, droga, usura, incendi, bancarotta fraudolenta, gestione e controllo di settori quali edilizia, ristorazione, smaltimento rifiuti, rapine, ricettazione e riciclaggio, lavori di ricostruzione nelle zone terremotate dopo il 2012. A tale proposito, non mancano pure in questo caso, come è capitato nel terremoto abruzzese, telefonate di mafiosi, raccolte dalle intercettazioni, che ridono di un disastro che aprirà loro le porte della ricostruzione.

Ma l’illecito cutrese, la forza del clan Grande Aracri ha nell’interlocuzione con il ceto politico locale e con la zona grigia della società civile uno dei suoi punti di forza. Non potrebbe essere altrimenti, non può essere altrimenti, se non nella logica di chi ancora parla di colonizzazione, di invasione del male nelle terre incontaminate e vergini. Perché è dalla penna dei giudici della corte d’appello di Bologna, nelle motivazioni della sentenza emessa contro 60 imputati al processo “AEmilia”, che proviene un concetto chiaro e inequivocabile: al Nord e in Emilia esiste una borghesia “mafiosa” fatta di «imprenditori, liberi professionisti e politici che ricercavano il contatto con la cosca in ragione delle ampie opportunità offerte dall’appoggio dell’organizzazione». Dal canto suo, Antonio Nicaso, in un editoriale apparso su “il quotidiano del Sud”, ci ricorda che don Nicola «comandava su mezza Calabria e vantava addentellati massonici in grado di condizionare processi e sentenze» (18 aprile 2021).

Millanterie di un ‘ndranghetista? Forse, ma ai lettori del fenomeno mafioso, della sua capacità di penetrazione graduale e profonda ben al di là delle zone di origine, non serve ricordare che la linea della palma a cui si riferiva Sciascia, sostenendo che si fosse spostata al Nord, può essere intesa come il clima propizio alla crescita della pianta in regioni lontane da quelle assolate e favorevoli meridionali. In altre parole, a un contesto capace di accogliere, per ragioni di avidità o di necessità, le suggestioni illecite offerte dalle mafie. Allora, risulta più facile comprendere come e perché Grandi Aracri avesse contatti con Roberta Tattini, consulente bancaria e finanziaria della cosca per il reinvestimento di proventi illeciti in attività legali, o con il giornalista Marco Gibertini, reo di aver procurato interviste a due degli imputati al processo “AEmilia” prima e dopo la loro condanna per 416-bis. Entrambi condannati, in Cassazione, alla pena rispettivamente di 8 e 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

E, accanto ai professionisti, vi sono i politici e gli amministratori locali. Giulio Gerrini, ad esempio, già responsabile dei Lavori Pubblici del Comune di Finale Emilia, condannato a 4 anni per aver favorito l’assegnazione di appalti alla Bianchini Costruzioni Srl; ditta, questa, esclusa dalla Prefettura di Modena dalla lista sull’affidamento dei lavori post-sisma del 2012 per i legami con la famiglia Grande Aracri. Vicenda nella quale è stato coinvolto anche l’ex senatore Carlo Giovanardi, accusato dalla Dda di Bologna di essersi mosso per rimuovere l’interdittiva alla ditta Bianchini. È da un dettagliato resoconto riportato sul sito del movimento delle Agende Rosse, relativo al processo “AEmilia ter”, che si scopre che «l’allora senatore Carlo Giovanardi, membro della Commissione Antimafia e avvezzo a difendere le imprese raggiunte dalle interdittive antimafia, fosse al corrente della (…) presenza del boss Bolognino Michele nei cantieri della Bianchini» (www.19luglio1992.com/tag/nicolino-grande-aracri/). Bolognino, va ricordato, è il boss che procurava e gestiva i lavoratori nel reggiano per conto della ditta Bianchini, con metodi spicci: il lavoratore che osava protestare si trovava una pistola alla testa.

Né le relazioni mafia-politica si fermano qui. Come attesta il processo Grimilde, concluso in primo grado lo scorso 26 ottobre, illeciti erano i rapporti tra il nipote di Nicolino, Salvatore, e Giuseppe Caruso, ex presidente del Consiglio comunale di Piacenza (FI) ed ex dipendente dell’Agenzia delle Dogane. Caruso è ritenuto colpevole di associazione delinquere di stampo mafioso, estorsione, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Si tratta, in questo caso, di un raggiro all’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (Agea), ente pubblico che distribuisce i fondi europei per il settore. I legami dei Grandi Aracri con la politica affiorano, ovviamente, pure nella terra d’origine. È dello scorso 19 novembre l’arresto del Presidente del Consiglio regionale della Calabria, Domenico Tallini (FI), accusato di concorso esterno e voto di scambio per aver favorito la famiglia Grande Aracri nel business dello smercio e della distribuzione di farmaci.

È sufficiente questo elenco per comprendere la caratura di Nicolino Grande Aracri, il sistema criminale integrato a cui ha dato vita, le zone di collusione, l’ampiezza delle entrature del boss. In tal senso, la notizia scoop del 16 aprile scorso di Antonio Anastasi su “il Quotidiano del Sud”, relativa alla volontà di don Nicola di collaborare, non può che risultare suggestiva e densa di interesse. “Mani di gomma” avrebbe deciso di parlare con l’altro Nicola, Gratteri. Ma è così? Se alcune fonti di informazione hanno accolto con entusiasmo l’articolo di Anastasi, altre si sono dimostrate più caute verso il possibile pentimento del boss, come Antimafia Duemila, ad esempio.

Per chi scrive, la cautela è d’obbligo. Lo è perché è notorio che le dichiarazioni di alcuni presunti pentiti siano risultate poco utili o palesemente false all’intendimento degli inquirenti: è il caso, fra gli altri, del reggente della cosca a Reggio Emilia, Nicolino Sarcone, le cui presunte confessioni durante il processo “AEmilia” sono state rigettate dai magistrati. È necessario essere cauti, inoltre, perché la levatura del mammasantissima lascia immaginare un possibile terremoto giudiziario nel caso di una collaborazione a tutto tondo. Che interesse avrebbe Grande Aracri a sollevare quel polverone? A chi gioverebbe? Che ne sarebbe dell’esercito di 500 uomini fedeli lasciati allo sbando dalle sue potenziali dichiarazioni e cosa potrebbe accadere ai famigliari del boss, i quali, a quanto pare, hanno rinunciato al programma di protezione offerto dallo Stato? In una recente intervista, presente sulla piattaforma 19luglio1992.com, il procuratore capo di Catanzaro, Gratteri, ha detto di non poter rispondere a una domanda sul valore del pentimento di Grande Aracri e ha accompagnato la frase con un sorriso appena accennato. È possibile che Gratteri abbia già una qualche idea dell’effettiva volontà di don Nicola di collaborare, è possibile che abbia sorriso pensando, magari, al divario tra le aspettative attorno al pentimento e la realtà giudiziaria di cui sta prendendo coscienza.

Appare, dunque, inevitabile e sicuramente saggio attendere. Anche se la notizia può fare audience e se è ricca e opulenta, la realtà è e resta al di là dei titoli eclatanti, dimora lontana dai clamori, si muove nella dimensione piatta e ordinaria della crescente ibridazione tra l’homo mafiens e il sapiens, nel loro accoppiarsi, nel loro mescolarsi, rendendo sempre meno distinguibili le due specie. È l’antropologia mutante del crimine che richiede di gioire moderatamente per l’affiorare di un nuovo collaboratore di giustizia, per quanto rilevante come Nicolino Grande Aracri.


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