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Agromafie e "nuovi schiavi": Marco Omizzolo al liceo Cottini di Torino

Da secoli ormai, anzi da millenni, centinaia di milioni di persone hanno vissuto e vivono la drammatica condizione di oppressi, dominati, sfruttati

di francoplat - mercoledì 31 gennaio 2024 - 694 letture

Le campagne, in particolare, hanno conosciuto una violenta forma di prepotenza dell’uomo sull’uomo, anzi sullo schiavo o il semi-schiavo, le campagne di ogni plaga della Terra, di ogni terra su cui si sono piegati e sfiancati i corpi dei braccianti. E non solo ieri, come si è detto, ma oggi, nella civile democrazia italiana, ancora oggi si aggirano i “nuovi schiavi”, quella massa silenziosa e formicolante che si china, raccoglie, pota, vanga, zappa, nelle campagne note di Rosarno, di Villa Literno, in quelle meno note dell’Agro pontino e del tutto ignote del Cuneese, dell’Emilia, del Veronese. Lavora e muore per quella conserva con la quale condiamo la nostra pasta quotidiana, quei cocomeri con i quali ci dissetiamo e plachiamo l’arsura estiva.

Ad alcuni insegnanti del Piemonte, il racconto in streaming di queste tragedie spesso senza nome è stato porto con intensità e una passione contenuta, ma distinta e veicolata da un timbro dialettale accattivante, da Marco Omizzolo, il primo ospite del corso sulle mafie organizzato dal liceo artistico di Torino “Renato Cottini” e dalla sezione torinese delle Agende rosse, giunto alla sua terza edizione. Marco Omizzolo è una personalità suggestiva: sociologo, ricercatore Eurispes, docente a contratto in Sociopolitologia delle migrazioni alla Sapienza di Roma, presidente dell’associazione “Tempi moderni”, autore di numerosi saggi sullo sfruttamento del lavoro agricolo, in particolare quello dei lavoratori stranieri, autore di opere come “La quinta mafia” (RadiciFuture editore, 2022), “Sotto padrone” (Fondazione Feltrinelli editore, 2019), consulente della Commissione antimafia, insignito dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, del titolo di Cavaliere della Repubblica per meriti di ricerca e impegno contro le agromafie e lo sfruttamento del lavoro, candidato dall’Unesco al premio “Madaneet Singh” assegnato alle personalità distintesi per la lotta non violenta a favore dei diritti e della pace.

omizzoloMarco, come ha chiesto di essere chiamato ai partecipanti al corso, inizia il suo racconto partendo dal presupposto teorico del suo lavoro, nel quale antropologia e sociologia si uniscono, portando gli strumenti concettuali sul campo, tentando di associare alla ricerca l’azione, come spiegherà in seguito. Ciò si è tradotto in quella che definisce “osservazione partecipata”, ossia la scelta di condividere, per un anno e mezzo, la vita con quella della comunità dei sikh indiani presenti nell’Agro pontino, circa 30.000 persone, emarginate e, come si vedrà, ridotte in stato di sostanziale schiavitù. In capannoni fatiscenti di circa trenta metri quadrati, carenti di tutto, se non degli elementari servizi igienici, si accampavano dalle dieci alle quindici persone, con le quali l’ospite del Cottini ha cercato un contatto, un dialogo, al fine, come afferma, di far sì che l’orizzontalità dei rapporti e lo scambio consentisse di superare la reificazione delle persone, la loro trasformazione in oggetti, in cose.

Poi, spiega, per tre mesi è vissuto come infiltrato nelle campagne, per fare l’esperienza del bracciante, per documentare quella condizione drammatica e per comprendere dall’interno cosa significasse vivere la quotidianità di uomini e donne costretti a essere reperibili 24 ore al giorno, nessun giorno escluso, nessuna ora esclusa. Quindi, si è recato in Punjab, in India, per vedere come funziona il meccanismo della tratta internazionale dei nuovi schiavi, garantita, precisa, dalle norme stesse, orientate e organizzate al fine di consentire il reclutamento internazionale di manodopera. Dall’India, racconta, i lavoratori arrivano con l’aereo, non sono individui che approdano su barconi fluttuanti sul mare, si arriva regolarmente, si arriva con la speranza di lavorare, facendo indebitare le famiglie per quel viaggio, finendo nelle mani di imprenditori criminali, i “padroni e i padrini”, presso i quali inizia il calvario e la sottrazione di ogni elementare forma di indipendenza.

Ci porta ai dati, ai numeri, usando le cifre fornite dall’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil: nel 2014 erano censiti 450.000 braccianti agricoli che vivevano varie forme di disagio abitativo e di sfruttamento e, di questi, circa 120.000 rientravano in una condizione para-schiavistica; giusto per precisare tale condizione, Marco osserva che quei lavoratori pagano 3-5 euro per poter essere reclutati per i lavori nei campi, che l’orario giornaliero è di quattordici ore, con lavori massacranti resi ancora più duri dalle intimidazioni dei “caporali” che chiedono di accelerare i ritmi, e con due pause di dieci minuti durante l’intera giornata. La subordinazione ai padroni è totale, ai braccianti viene intimato di non parlare, di non denunciare; pena punizioni corporali e oltre. Torna ai dati, Marco: negli anni successivi, il numero complessivo dei lavoratori resta invariato, ossia 450.000 unità, ma aumenta drammaticamente quello dei soggetti a condizioni servili, 160.000 nel 2018 e 230.000 nel 2022; non solo immigrati, si badi bene, anche italiani e italiane, in una percentuale significativa, ossia il 20%. Uomini, e donne, che da Rosarno si spostano nel Cuneese e, poi, ritornato a Rosarno, secondo la stagione, con una migrazione interna, una transumanza umana che sfugge ai nostri occhi. Ma non ai loro corpi. Uomini e donne come Jerry Masslo, sudafricano fuggito dall’apartheid, ucciso a Villa Literno da bracciante, nel 1989, impossibilitato, all’epoca, a conseguire la condizione di rifugiato, perché era negata tranne a coloro i quali giungessero dall’Est Europa; come Paola Clemente, morta nel 2015 ad Andria, di stenti e fatiche derivanti dal lavoro di acinellatura dell’uva, in condizioni proibitive, a cinquanta gradi sotto i teloni, in una giornata che iniziava alle tre del mattino.

A questi lavoratori è imposto il silenzio, non devono denunciare i tanti infortuni che avvengono, cadendo da un trattore, da una scala, tagliandosi con qualche arnese; silenzio, si viene presi, trasportati dai caporali vicino a un pronto soccorso, lasciati là, nessun cenno a un incidente sul lavoro, ci si è fatti male litigando con un vicino. Perché il silenzio? Perché la denuncia di un infortunio arriverebbe in procura, il magistrato potrebbe far intervenire per un controllo le forze dell’ordine; non si può rischiare un’ispezione degli sbirri, certo. E perché i sikh tacciono? Per tante ragioni, osserva il relatore, la più intuitiva delle quali è che hanno paura, paura della violenza e non è una paura immotivata: si sono perdute tracce di tanti uomini e donne nelle nostre campagne, invisibili uccisi e sotterrati, nascosti, mai più riemersi dopo una qualche insubordinazione o, più semplicemente, una richiesta di condizioni meno aberranti. Inoltre, si tratta di persone vittime di tratta internazionale, che devono pagare un debito con chi li ha tradotti in quelle campagne, che temono per l’incolumità della famiglia se non assolvono quel debito. E poi hanno bisogno di sopravvivere, di lavorare, di rinnovare il permesso di soggiorno e senza il CUD non possono farlo.

Sono schiavi, i braccianti, a partire dalle parole, dal linguaggio loro imposto dagli sfruttatori. Nel dialogo con loro, Marco, domanda dove lavorino, come lavorino, e la risposta è padrone bravo; è il sostantivo pregnante, quel “padrone” che è una parola martellata dentro le loro menti, a cui segue la postura davanti al bravo padrone, un passo indietro e chinare la testa. Così si deve stare davanti al padrone. C’è da stupirsi se, negli ultimi otto anni, una ventina circa di braccianti si siano suicidati? No, affatto. Suicidatisi impiccandosi nelle serre, almeno la maggior parte di loro, precisa l’ospite del Cottini, in aziende agricole con 20-30 milioni euro annui di fatturato, gestite da manager, non grezzi bifolchi incrostati di fango. Suicidatisi in modo altamente simbolico: la serra, il loro luogo di reclusione, lo spazio del “fine pena mai”, non a casa, dove la loro morte sarebbe stata derubricata come suicidio e basta, ma nello spazio lavorativo, imponendo alle istituzioni quei controlli assenti o latitanti, obbligando le autorità a intervenire e ad avviare indagini.

Sono schiavi, i braccianti. La notte Marco, dormendo con loro, vede 17 lucette accese, quelle dei cellulari. Che cosa faranno si domanda e domanda? Qualcuno tra gli insegnanti risponde: «chiameranno le famiglie». No, buona risposta, ma sbagliata, afferma il relatore, è quanto aveva pensato anche lui, ma non c’è niente di intimo e affettivo in quelle luci, la ragione è un’altra: sono reperibili, si è detto, 24 ore su 24, il padrone ha detto loro di stare con i cellulari accesi, potrebbero essere chiamati alle quattro del mattino, un carico da fare, urgente, l’ipermercato ha bisogno che sugli scaffali arrivi il prodotto in tempo, fresco, pronto, bisogna raccoglierlo al mattino presto o alla sera tardi, in qualsiasi condizione climatica. E la grande distribuzione – per garantire a noi un prodotto a costo basso e dominando il mercato – impone qualche sacrificio ai nuovi schiavi. Come potremmo pagare la conserva così poco se fossero rispettati i contratti provinciali dei lavoratori agricoli, che prevedono una paga oraria lorda di 9 euro per sei ore e mezza lavorative al giorno, se questi braccianti non fossero pagati 50 centesimi l’ora – nei casi più drammatici – o tre euro quando fortunati. Anzi, in qualche caso, se fossero semplicemente pagati, perché non è infrequente che le paghe siano differite, latitino, che i lavoratori siano costretti a elemosinare il dovuto.

Sono schiavi, i braccianti. Perché se domandano possono ricevere schiaffi e bastonate, se danno del tu al padrone possono ricevere schiaffi e bastonate, a qualcuno è toccato in sorte di essere bruciato in una spedizione punitiva e di monito per tutti. Sono schiavi dei padroni e dei padrini, di quel sistema agromafioso che si sostiene con la paura dei nuovi schiavi e con il supporto di tante figure, oltre quelle dei padroni, dei padrini, dei caporali: avvocati che reclutano immigrati, banche compiacenti, i silenzi e l’indifferenza scostante delle istituzioni. Marco racconta ai docenti di essere andato in prefettura, insieme a un rappresentante della Cgil, un amico, per denunciare la condizione dei braccianti dell’Agro pontino. La risposta del servitore dello Stato: «noi gli indiani li vediamo solo nei film di John Wayne”. Testuali parole, che attestano una certa confusione etnica tra amerindi e indiani propriamente detti, e che testimoniano un problema di fondo: perché le istituzioni non intervengono? Così domanda, con un certo accalorato candore non privo di sdegno, una docente. Perché il prefetto ha risposto così?, chiede Marco. Perché quando lui è stato audito in Commissione antimafia mancavano due senatori eletti in provincia di Latina poi incriminati e condannati per sfruttamento del lavoro? «Il padrone vota e il sikh non vota», osserva l’ospite del Cottini, il sistema agromafioso produce 24,5 miliardi euro l’anno, una bella cifra, pari o superiore a una finanziaria. Come mai le campagne elettorali in provincia di Latina vengono aperte nelle aziende agricole?

Coerentemente con la cornice generale del corso di cui è ospite, il prof. Omizzolo converge sul tema delle mafie: nel sistema agromafioso sono coinvolti circa venti, trenta clan, in un processo produttivo che è ben più ampio del solo momento della raccolta o del solo campo agricolo. Ci porta ai mercati ortofrutticoli, quello di Fondi, ad esempio, in provincia di Latina, il quarto in Europa, condizionato dalla mafia, ma non sciolto per tale condizionamento; o il mercato ortofrutticolo milanese, il primo in Europa, anch’esso viziato dalla presenza ‘ndranghetista, uno dei cui boss ha ottenuto il visto dei responsabili del mercato per entrare con la sua Ferrari nello spazio mercatale.

Contro tutto questo abominevole dominio sui corpi e le anime dei braccianti, Marco ha iniziato un percorso di consapevolezza dei sikh e di tutti gli sfruttati dei campi, anche italiani e italiane, sottoposte, queste ultime, a ricatti e violenze alla pari delle braccianti straniere. Un percorso di educazione, di formazione linguistica, di costruzione di un sapere intorno ai loro diritti, di decifrazione del burocratico linguaggio dei contratti, di conoscenza della storia dell’antimafia, di recupero del senso della dignità che era stata infranta. Ciò attraverso il richiamo a quella “pedagogia degli oppressi” di Paulo Freire, pubblicato nel 1968, e ancora vitale, non un’imposizione dall’alto, una deportazione coatta – ancora una volta – a una manifestazione, ma la consapevolezza della propria oppressione e la presa in carico del proprio quotidiano. Il 18 aprile 2016, circa 4000 persone, con Omizzolo e la Cgil, hanno scioperato, si sono mosse verso Latina, con le biciclette, con mezzi privati – perché qualcuno aveva bloccato quelli pubblici – e hanno chiesto il rispetto dei loro diritti.

Anche da questa clamorosa protesta, che impone tutt’oggi a Marco di vivere sotto tutela delle forze dell’ordine dopo alcuni attentati subiti, nasce una legge importante, la 199 del 2016, contro le agromafie, la prima in Europa ad aggredire il capitale e non solo il caporale, secondo quanto suggerito dagli stessi braccianti, le cui riflessioni hanno rappresentato uno dei tessuti concettuali della norma: il problema sono i padroni, non i caporali. Una legge che recepisce al suo interno l’intuizione della normativa La Torre – Rognoni, che comporta la confisca dei beni mafiosi, e che ha portato al sequestro di centinaia di aziende, oltre a far luce su altre forme di sfruttamento: ad esempio, quello legato alla Bartolini, ai cui lavoratori era chiesto di restituire parte dello stipendio per acquistare nuovi furgoni, o alla Fincantieri, accusata di sfruttamento dei lavoratori del Bangladesh.

Si avvia a concludere, il prof. Omizzolo, Marco. Lo fa rispondendo ai docenti, disorientati davanti alle luci accesesi sui campi coltivati che ci lambiscono. Senza moralismi, con un forte richiamo al senso civico, l’ospite del liceo invita a una cittadinanza consapevole, a essere certo buoni consumatori, scavalcando una certa filiera macchiata di schiavismo, ma anche operatori attivi del cambiamento, consapevoli della gravità della situazione, dei nodi complessi che legano i padroni, i padrini ai poteri, di cui sono parte integrante, delle leggi che garantiscono questa forma attualissima di schiavitù. I nuovi schiavi, quelli che pagano 800 euro il rinnovo della carta d’identità, una parte dei quali va all’impiegato corrotto dell’anagrafe, o 50 euro al medico del pronto soccorso. Sono quelli che garantiscono, con il loro e il nostro silenzio, il nostro apporto calorico, quelli che consentono agli italiani brava gente di poter pensare che i migranti vengono a rubarci il lavoro.


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