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Pio La Torre

L’automobile percorreva Via Generale Turba quando una motocicletta di grossa cilindrata – una Honda – tagliava la strada alla 131.

di Orazio Leotta - martedì 26 aprile 2011 - 4247 letture

Pio La Torre, 54 anni, segretario regionale del PCI, fu ucciso alle 9.25 della mattina del 30 Aprile 1982, insieme al suo autista Rosario Di Salvo, 35 anni. Un commando di cinque o sei killer entrò in azione in Via Piazza Generale Turba, una stradina parallela a Corso Calatifimi, a Palermo.

L’onorevole Pio La Torre era a bordo di una Fiat 131 seduto a fianco del suo autista. L’automobile percorreva Via Generale Turba quando una motocicletta di grossa cilindrata – una Honda – tagliava la strada alla 131. A quel punto si affiancava sul lato sinistro una Ritmo e subito i killer aprivano il fuoco. Ma perché proprio lui? Perché i corleonesi individuarono in lui un bersaglio, un uomo da eliminare?

200px-Pio_la_torre[1] Facciamo un passo indietro e tracciamo brevemente la vita di un uomo e di un politico come Pio La Torre e del suo “atipico” modo di fare politica, vissuta sempre come missione. Nato nella borgata di Altarello di Baida, frazione di Palermo, era figlio di contadini poverissimi. Nel suo villaggio, fino a otto anni, non c’era la luce elettrica, si studiava a lume di candela e l’acqua potabile occorreva andarla a prendere a un chilometro di distanza.

Fu a contatto con i contadini del luogo, dormì insieme a loro per settimane intere e poté verificare come erano assenti le strutture igieniche fondamentali: a volte lo stesso secchio fungeva da pentola per bollire l’acqua o da recipiente dove si lavavano i piedi; una capra che girava libera per le case era oggetto di venerazione in quanto col suo latte venivano nutriti i bambini che altrimenti sarebbero morti di tubercolosi.

Questa fu l’infanzia di Pio La Torre: diventato comunista nel ’45 si era distinto a difesa dei diritti dei contadini partecipando fattivamente alle manifestazioni, ed aveva fatto anche carcere “preventivo”, una prevenzione che durò 18 mesi a seguito di una civile battaglia condotta nell’abitato di Bisacquino a favore dei braccianti agricoli.

Fu segretario dei comunisti siciliani dal ’62 al ’67, deputato dell’assemblea regionale siciliana dal ’63 al ’71. Trasferitosi a Roma fu deputato per tre legislature, nel ’72, nel ’76 e nel ’79, ed inoltre fece parte della Commissione Antimafia. Ma La Torre non dimenticò mai di essere siciliano e soprattutto delle condizioni di vita della sua gente: sapeva unire la bonomia mai intaccata da anni di miserie e di sofferenze alla tenacia tipica dei leader meridionali. Sapeva parlare alla gente semplice che si rivolgeva a lui con fiducia istintiva ma anche agli avversari che gli riconoscevano preparazione e lealtà.

Enrico Berlinguer ebbe a dire di lui: “La Torre non era uomo da limitarsi ai discorsi e alle analisi, era uno che faceva sul serio, per questo lo hanno ucciso”. Egli non aveva lasciato Palermo per Roma per mere ambizioni di carriera, ma perché voleva meglio poter perorare le sue battaglie. Egli stesso chiese al partito di poter tornare in Sicilia nel 1981, una Sicilia falcidiata dalla mafia e su cui incombeva la minaccia della base missilistica di Comiso.

Voleva spendere tutto il suo patrimonio di energie a sostegno di quel movimento pacifista mondiale che lottava contro l’insediamento nucleare e che inorridiva all’idea che ci potessero essere missili “buoni” e missili “cattivi”. La manifestazione dei centomila a Comiso, il 4 Aprile del 1982, fu una sua creazione; la più grossa mobilitazione per la pace mai vissuta in Sicilia.

Lanciò una petizione popolare per la raccolta di un milione di firme a favore del disarmo, da indirizzare alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Si rivolse a tutti gli schieramenti politici, costringendoli a schierarsi o a dividersi. Ma la battaglia per impedire l’installazione della base missilistica di Comiso non fu la sola battaglia che La Torre intraprese.

Ve ne fu un’altra ben più gravosa: egli era giunto alla conclusione che se si voleva fare qualcosa di serio contro la mafia, bisognava andare al cuore del problema, cioè puntare dritti agli arricchimenti illeciti della mafia. Bisognava colpire il portafoglio di Cosa Nostra e pertanto occorreva introdurre il reato di associazione mafiosa, il divieto di subappalto per le opere pubbliche, smantellare il segreto bancario, fino ad allora preziosissimo alleato delle cosche.

Il primo Maggio dell’82 aveva deciso di non andare a Portella della Ginestra per il 35’ anniversario della strage, perché riteneva più utile la sua presenza a Comiso accanto a quei dodici pacifisti giunti da ogni parte del mondo che avevano iniziato lo sciopero della fame per protestare contro i missili. Ma non fece in tempo ad andarci.

Nel 1992, il pentito di mafia Leonardo Messina, confermerà che fu per ordine di Totò Riina che Pio La Torre fu trucidato assieme al giovane comunista Rosario Di Salvo – per lui più che un semplice autista – a causa della sua proposta di legge volta a colpire il patrimonio dei mafiosi.

Centomila persone presero parte ai funerali di Pio La Torre durante i quali tenne un discorso Enrico Berlinguer. La petizione per Comiso raggiunse subito il milione di firme così come avrebbe voluto Pio La Torre, ma i lavori per la costruzione della base continuarono. Spadolini e Rognoni chiesero al Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa (con La Torre si erano conosciuti all’indomani dell’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto e si stimavano vicendevolmente) di anticipare di sei giorni il suo insediamento a Palermo. Ma poteva ancora una volta, la guerra contro la mafia, combatterla un uomo solo?


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