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Pëtr Alekseevič Kropotkin

Pietro Kropotkine con la sua storia e biografia di anarchico-comunista testimonia che la classe sociale di appartenenza non è un destino; non è la gabbia ideologica alla quale il soggetto umano deve necessariamente adattarsi e plasmarsi.

di Salvatore A. Bravo - domenica 10 marzo 2024 - 466 letture

L’anarco-comunismo di Pietro Kropotkine

Pietro Kropotkine [1] con la sua storia e biografia di anarchico-comunista testimonia che la classe sociale di appartenenza non è un destino; non è la gabbia ideologica alla quale il soggetto umano deve necessariamente adattarsi e plasmarsi. L’essere umano è libero, può scorgere le contraddizioni che scuotono e muovono la totalità dell’assetto sociale per immaginare e ipotizzare, a partire dalle condizioni contingenti, un sistema sociale altro, in cui il soggetto umano non è un mezzo ma il fine. L’umanesimo è in tale centralità dell’essere umano, che con la prassi risolve le condizioni reificanti che umiliano la natura umana. In una realtà sociale segnata unicamente dal profitto, tale è il capitalismo, ogni soggetto umano rischia di diventare “il corpo doloroso” che vive e pone relazioni di violenza non riconosciute. L’anarchico e comunista russo Pietro Kropotkine al di là delle leggi che determinano la storia secondo la visione marxista, in primis, valuta eticamente e quindi politicamente il sistema capitalistico, per poter progettare il suo superamento con il metodo scientifico e marxista. Senza lo scandalo etico non c’è politica e non cìè pensiero, ma solo tatticismo e adattamento omologante.

Di nobili origine decise di abbandonare la propria condizione privilegiata nella Russia ottocentesca per progettare e pensare l’esodo dal capitalismo. Il dominio con le sue strutture gerarchiche nega la natura libertaria dell’essere umano. Il capitalismo con la sua struttura proprietaria improntata all’accumulo infinito di profitto è la “compiuta peccaminosità realizzata”. Il capitalismo ha incorporato la tecnica grazie alla quale produce una quantità di merci che il mercato non riesce a smaltire e pur di tenere alti i prezzi delle merci distrugge ciò che potenzialmente potrebbe soddisfare i bisogni del popolo. Il capitale crea la penuria mediante la quale alza i prezzi. In tal modo si impedisce a non pochi di accedere al “pane” e ai “beni essenziali”, si condanna ad una vita di stenti i subalterni che, così, rovinano nell’indigenza. I mezzi di produzione potrebbero soddisfare i bisogni di tutti, ma il loro uso è finalizzato solo al profitto e allo sfruttamento. La tecnica e i mezzi di produzione nei quali vi è il lavoro sociale di tecnici e operai sono negati nella loro “verità comunitaria” e sono utilizzati contro i subalterni:

“Coloro che detengono il capitale, riducono la produzione coll’impedir costantemente di produrre. Non parliamo di quelle botti intere di ostriche che vengono gettate a mare, per impedire che l’ostrica diventi un alimento per la plebe e perda la sua specialità di ghiottoneria della gente agiata; non parliamo dei mille e mille oggetti di lusso, stoffe, alimenti, ecc. ecc., che hanno la medesima sorte delle ostriche. Ricordiamo soltanto il modo col quale vien limitata la produzione delle cose necessarie a tutti. Vi sono eserciti di minatori i quali non chiederebbero meglio che di estrarre ogni giorno il carbone e inviarlo a coloro che tremano dal freddo. Ma, molto spesso, un buon terzo o due terzi di questi eserciti di minatori sono impediti di lavorare più di tre giorni per settimana, poichè si deve mantenere elevato il prezzo del combustibile” [2].

Vi sono le condizioni per il benessere universale, invece si perseguono gli interessi oligarchici e dei dominatori. La tecnica e la scienza al servizio della comunità rendono possibile la prassi volta a realizzare una struttura sociale nella quale quantità e qualità possano essere riconciliate. La ricchezza materiale condivisa non è solo quantità ridistribuita, è qualità che ridetermina le relazioni sociali orientandole all’emancipazione e alla partecipazione consapevole del destino storico della comunità:

“Sì certo, noi siamo ricchi, infinitamente più ricchi di quel che non si pensi. Ricchi per quel che già possediamo; ancora più ricchi per quel che possiamo produrre cogli attuali meccanismi; infinitamente più ricchi per quel che potremmo ottenere dal nostro suolo, dalle nostre manifatture, dalla nostra scienza e dal nostro sapere tecnico, se tutto ciò fosse applicato a procurare il benessere universale” [3].

Contraddizione e Rivoluzione

Le contraddizioni sono le doglie della Rivoluzione. Si giunge alla Rivoluzione in condizioni storiche date, ma tali contingenze necessitano di essere concettualizzate, affinchè possano portare alla prassi e alla Rivoluzione. Determinismo e indeterminismo trovano in questo il loro equilibrio, poiché nella storia vi sono cause che determinano effetti che l’essere umano vive e con cui si deve confrontare, ma egli può pensare le cause e gli effetti e dare alle potenzialità insite in esse la direzione politica. Le condizioni per il comunismo sono determinate dalla struttura economica e dalle contraddizioni, ma solo gli esseri umani possono avviare il processo verso il comunismo e verso il “modello di comunismo” da realizzare. La Rivoluzione non è un destino, essa è un’incognita che vive nel presente, può realizzarsi in qualsiasi momento su presupposte condizioni favorevoli, per cui le contingenze sono oggettive, ma la coscienza umana ha tempi di maturazione non profetizzabili:

“Donde verrà la Rivoluzione? Come dessa s’annuncierà?... Nessuno può rispondere a tali questioni. Siamo dinanzi all’incognito. Ma coloro che osservano e riflettono non s’ingannano: lavoratori e sfruttatori, rivoluzionarii e conservatori, pensatori e gente pratica, tutti sentono ch’essa batte alle nostre porte. Ebbene che farem noi quando la rivoluzione sarà scoppiata? Tutti noi abbiam studiato il lato drammatico delle rivoluzioni, ma così poco la loro opera veramente rivoluzionaria, che molti di noi non vedono in questi grandi movimenti che la figurazione scenica, la lotta dei primi giorni, le barricate. Ma questa lotta, questa prima scaramuccia, è ben presto terminata; e solo dopo la sconfitta degli antichi governi incomincia l’opera reale della rivoluzione” [4].

La Rivoluzione per essere davvero tale, non può consistere nella semplice eliminazione della proprietà con lo Stato che ne diventa il nuovo padrone, in tal maniera si ha il collettivismo, ovvero si passa da uno stato di sudditanza, il capitalismo, al comunismo burocratizzato che fonda il “capitalismo di Stato” e con esso una nuova subalternità. Per abbattere la verticalizzazione del potere, vera tragedia della storia, è necessario individuare lo strumento trasversale ai vari sistemi economici con il quale si determinano le relazioni di subalternità e di classe. Il salario è il mezzo con cui si introducono forme di potere e di differenziazione violente. Lo Stato è il garante della specializzazione-divisione del lavoro a cui corrisponde la diversificazione del salario. Il merito è la giustificazione pseudo razionale con la quale si introduce il “salario” e si legittima il “denaro”, che diviene lo stimolo a produrre e legittima la violenza di classe, il tutto consacrato dallo Stato che diviene il “dito di Dio”.

Bisogna ripensare la funzione e il valore del salario, tema che i teorici del comunismo non hanno sufficientemente problematizzato. Per liberare l’individualità dai ceppi della reificazione è opportuno comprendere che il salario è il risultato dell’appropriazione del “suolo e degli strumenti di lavoro-produzione”, solo con la comunione dei mezzi di produzione, non dall’alto, ma dall’associazionismo federato dei lavoratori, sarà possibile eliminare salario e denaro e sciogliere l’ipostasi artificiale dello Stato:

“Una nuova forma di produzione non potrebbe conservare l’antica forma di consumo, come non potrebbe adattarsi alle antiche forme d’organizzazione politica. Il salariato ha avuto origine dall’appropriazione personale del suolo e degli strumenti di produzione da parte di qualcuno. Ciò era la condizione necessaria per lo sviluppo della produzione capitalista, e morrà con essa, anche quando si cercasse di dissimularlo sotto la forma di «buoni di lavoro». Il possesso comune degli strumenti di lavoro apporterà necessariamente il godimento in comune dei frutti del lavoro comune. Noi sosteniamo inoltre che il comunismo è non solamente desiderabile, ma che le società attuali basate sull’individualismo sono anche «costrette a continuamente avanzare verso il comunismo»" [5].

Schiavitù salariata

Salvare il sistema salariato significa reintrodurre “la schiavitù salariata” descritta da Marx, anche in un sistema che si proclama comunista. Il comunismo se non individua lo strumento di oppressione primo, il salario, mediante il quale i cittadini sono divisi e posti in competizione, non può che riprodurre la violenza divisoria del denaro che inficia la Rivoluzione e nega il “bene”. La divisione-contrapposizione inibisce la produzione di ricchezza, perché neutralizza le potenzialità dei cittadini. Senza tale operazione di ripensamento nessuna Rivoluzione sarà radicale, ma si ricadrà in forme di sfruttamento e di dominio. La rilevanza teoretica del “salario” è evidente nel tentativo dei capitalisti di effettuare riforme e concessioni economiche, in modo da economicizzare il conflitto, in tal modo si pone a riparo il sistema salariato dalla cui dinamica scatiruscono forme di dipendenza e sfruttamento. I capitalisti “lavorano per salvare il salario e con esso lo sfruttamento”, questa è la verità non sufficientemente pensata. Il salario differenzia gli individui, li dispone in una geometria spaziale nella quale prevale la divisione e la lotta di tutti contro tutti, in nome del merito, altro paradigma che andrebbe risemantizzato:

“Ecco in poche parole tutto il sistema del salariato. Per salvare questo sistema, gli attuali possessori del capitale sarebbero disposti ad accordare alcune concessioni; dividere, per esempio, una parte degli utili con i lavoratori oppure stabilire una scala dei salarii, la quale li obblighi ad aumentarli a mano a mano che il guadagno aumenta; – in breve, essi acconsentirebbero a certi sacrifici, purchè si lasciasse loro sempre il diritto di amministrare l’industria e di prelevarne gli utili. Il collettivismo, come si sa, reca a questo regime importanti modificazioni; ma non distrugge per questo il salariato. Solamente si ha questa differenza: che lo Stato, ossia il governo rappresentativo, nazionale o comunale, prende il posto del padrone. Sono i rappresentanti della nazione o del comune, i loro funzionari, che diventano amministratori dell’industria. Sono essi che si riservano il diritto d’impiegare nell’interesse di tutti il plus-valore della produzione".

Salario e merito sono connessi dalla logica proprietaria. Il merito in sé non giustifica il salario, poiché ciascun soggetto vive condizioni irriproducibili con la categoria della quantità, pertanto il salario non è giustificato dal merito. La Rivoluzione affonderà nel sangue e fallirà, se non sarà radicale e se non risolverà il problema del salario. La Rivoluzione inizierà quando il salario sarà abolito e ciascuno potrà usufruire del necessario a prescindere dal lavoro effettuato per sviluppare le potenzialità individuali:

“Infatti, in una società quale la nostra, in cui noi vediamo che più l’uomo lavora e meno è retribuito, questo principio può sembrare, di primo acchito, come un’aspirazione verso la giustizia. Ma, in sostanza, esso non è che la consacrazione delle ingiustizie del passato. Con simile principio il salariato fece le prime prove, per giungere alle ineguaglianze stridenti, a tutti gli orrori della società attuale, perchè, dal giorno in cui si cominciarono a valutare, in moneta o in qualunque altra specie di salario, i servigi resi – dal giorno in cui si disse che ciascuno non avrebbe altro che ciò che riuscirebbe a farsi pagare per l’opera propria, tutta la storia della società capitalistica (coadiuvata dallo Stato) era scritta anticipatamente. Essa era rinchiusa in germe in questo principio. Dobbiam dunque ritornare al punto di partenza e rifar nuovamente la stessa evoluzione? I nostri teorici lo vorrebbero; ma ciò è fortunatamente impossibile: la Rivoluzione, l’abbiam detto, sarà comunista; altrimenti annegata nel sangue, bisognerà ch’essa ricominci da capo. I servigi resi alla società – siano essi lavoro compiuto in un’officina o nei campi, oppure servigi morali, «non possono» essere valutati in unità monetarie. Non vi può essere una misura esatta del valore, di ciò che impropriamente fu chiamato valore di cambio, nè del valore di utilità, in rapporto colla produzione” [6].

Fragilità della Rivoluzione e il capitale “contro natura”

Ogni Rivoluzione ha inizio con un processo fragile e che può facilmente rovinare nel fallimento. Sin da subito il popolo non deve conoscere la fame, ma dev’essere assicurato il “pane”. Superato il primo ostacolo la Rivoluzione dovrà rendere reale l’impensabile, ovvero una realtà sociale e comunitaria liberata dal giogo del denaro, e della schiavitù salariata, se fallirà in tal senso, il vecchio sistema sopravviverà nel nuovo e, dunque, si ricostituiranno nuovamente oligarchie che opprimeranno i nuovi sudditi:

"Il compito che spetta a noi, sarà di fare in maniera che sin dai primi giorni della Rivoluzione, finchè essa durerà, non vi sia un solo uomo sul territorio insorto che manchi di pane; non una sola donna che sia costretta di attendere dinanzi al forno per ottenere, come un’elemosina, un pane di crusca; non un solo fanciullo che manchi del necessario per la sua debole costituzione. L’idea borghese è stata quella di perorare sui grandi principii, o, per meglio dire, sulle grandi menzogne. L’idea popolare sarà quella che tenderà ad assicurare il pane per tutti. E, nel mentre che i borghesi e i lavoratori imborghesiti si atteggeranno a grandi uomini nelle loro conventicole parlamentari, nel mentre che «la gente pratica» discuterà a non più finirla sulle forme di governo, noi, «gli utopisti», dovremo pensare al pane quotidiano. Noi abbiamo l’audacia di affermare che ognuno deve e può mangiare sino a satollarsi, e che soltanto coll’assicurare il pane a tutti la Rivoluzione vincerà” [7].

L’anarchico–comunista Pietro Kropotkine ci guida a pensare l’impensabile, la scaturigine di tutti i mali: il salario nelle sue implicazioni sociali, per emanciparci dalla violenza del sistema proprietario che si annida metamorfico anche nella Rivoluzione. Ci sono campi non ancora battuti dal pensiero, pertanto ricostruire il comunismo significa ripensare l’impensabile. Pensare la funzione divisoria del salario significa comprendere l’innaturalità del capitalismo, in quanto in natura esiste il mutuo appoggio, ovvero la solidarietà iscritta nell’evoluzione. Pietro Kropotkine osservò nei suoi lunghi viaggi i comportamenti degli animali individuando nel mutuo appoggio una caratteristica saliente e non secondaria. Il capitalismo schiaccia e frammenta ciò che è iscritto nella natura e nell’evoluzione, il mutuo soccorso, pertanto la lotta politica deve ristabilire i vincoli di solidarietà e solidarietà infranti da un sistema “diabolico” nel senso etimologico del termine: “Non è altrimenti per gli animali. Non è l’amore, e nemmeno la simpatia (nello stretto significato della parola) che spinge un branco di ruminanti o di cavalli a formare un cerchio per resistere ad un attacco di lupi; nè è l’amore che spinge i lupi a mettersi in branco per cacciare; nè è l’amore che spinge i gattini o gli agnelli a giocare insieme, o una dozzina di specie di giovani uccelli a vivere insieme, l’autunno; e non è l’amore nè la simpatia individuale che spinge migliaia di caprioli, disseminati su di un territorio ampio come la Francia, a formare dei branchi, diretti tutti verso lo stesso luogo al fine di attraversare un fiume in un determinato punto. È un sentimento infinitamente più largo dell’amore o della simpatia personale, un istinto che s’è a poco a poco sviluppato fra gli animali e fra gli uomini nel corso di una evoluzione estremamente lenta, e che à insegnato agli animali, come agli uomini, la forza che possono trovare nella pratica dell’aiuto reciproco e del mutuo appoggio, ed inoltre i piaceri che può loro offrire la vita sociale” [8].

In natura non esiste la competizione, quello che si denomina “competizione” [9], è solo incapacità di una specie di adattarsi alle condizioni ambientali. Le specie animali non sono in competizione, è il capitalismo con la sua scienza ideologicamente condizionata ad aver elaborato il concetto di competizione selettiva nella lotta per giustificare lo sfruttamento. Essere comunisti necessita di un nuovo sguardo per osservare gli esseri umani e la natura liberi, finalmente, dalle sovrastrutture del capitalismo.

[1] Pëtr Alekseevič Kropotkin, in russo Пётр Алексеевич Кропоткин? in inglese Peter Kropotkin (Mosca, 9 dicembre 1842 – Dmitrov, 8 febbraio 1921), è stato un filosofo, geografo, zoologo, militante e teorico dell’anarchia russo. La sua produzione verte sull’anarco-comunismo.

[2] Pietro Kropotkine, La conquista del pane, liberliber, 2006, pag. 18

[3] Ibidem pag. 13

[4] bidem pag. 20

[5] Ibidem pag. 25

[6] Ibidem pp. 94-95

[7] Ibidem pag. 38

[8] Pietro Kropotkine, Il mutuo appoggio, libreria internazionale di avanguardia Bologna, pag. 27

[9] Ibidem pp. 115 116


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