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Ore di rabbia e tristezza per il golpe in Bolivia

La cronologia dirà che il 10 novembre 2019, Evo Morales Ayma, presidente costituzionale della Bolivia, ha rassegnato le dimissioni. Un articolo di Javier Tolcachier
di Redazione - mercoledì 13 novembre 2019 - 754 letture

La cronologia dirà che il 10 novembre 2019, Evo Morales Ayma, presidente costituzionale della Bolivia, ha rassegnato le dimissioni.

La storia raccontata dagli apparati di destra di fabbricazione del buon senso comune, i media privati dominanti, non insisterà sul fatto che Evo ha dovuto lasciare la presidenza per cercare di fermare il massacro che le orde fasciste stavano eseguendo contro funzionari governativi e loro parenti, militanti di partito e donne in abito andino.

Il falso racconto ometterà il fatto che, in realtà, il primo presidente indigeno della Bolivia è stato rovesciato da un colpo di stato. Un presidente che ha realizzato progressi sociali impressionanti, che ha permesso agli oppressi della Bolivia, per la prima volta nella loro lunga storia, di avere la dignità di cittadini con pari diritti. Un colpo di stato che non solo si rivolge a un solo leader ma a un intero movimento sociale, nel migliore stile repressivo delle dittature del secolo scorso.

La storia distorta non dirà che Evo è un vero rappresentante delle organizzazioni contadine, un uomo che ha lavorato instancabilmente ogni giorno fin dalle prime ore del mattino, un leader al quale non si poteva attribuire la corruzione o l’arricchimento personale. I giornalisti mercenari, invece, racconteranno che voleva “stare eternamente al potere”.

Questi tiranni della comunicazione daranno voce a coloro che definiscono la “fine della tirannia” un colpo di stato consumato contro un governo istituzionale. Nelle loro storie avvelenate glorificheranno i vandali che hanno bruciato urne, tribunali, sedi di partito, che hanno attaccato donne indifese a causa del loro aspetto e della loro identità.

Chiameranno “coraggiosi” coloro che per denaro o confusione hanno agito come una forza d’urto negli episodi iniziali del colpo di stato, quando il conteggio dei voti non era ancora finito. Anche se in seguito, per prendersi cura delle forme, quando la caccia alle streghe sarà scatenata dopo il colpo di stato,chiameranno “eccessi” la loro pianificata strategia.

I media del colpo di stato elogieranno la posizione “conciliante” di Mesa – che sarà una debole marionetta degli Stati Uniti, se gli verrà finalmente assegnato il seggio presidenziale – e la “fermezza”, “coraggio” e “integrità morale” della versione di Santa Cruz del Ku Klux Klan, Luis Fernando Camacho. Chiederanno “unità” e “pacificazione”, per cui gli attuali governanti dovranno essere esclusi dai futuri concorsi elettorali. Eviteranno accuratamente di parlare di “proscrizione”, anche se questo è il termine appropriato per le loro intenzioni.

Qualsiasi precedente dichiarazione di tinta fascista e razzista sarà cancellata o sfumata per nascondere il carattere manifesto del colpo di stato. I lupi indosseranno la pelle d’agnello, per piacere agli occhi del Signore. O i signori delle multinazionali, sempre pronti a demolire le aziende di risorse naturali nazionalizzate a beneficio di anonimi azionisti.

La manipolazione delle informazioni indicherà l’enorme “contributo” dell’Organizzazione degli Stati americani (OAS) per “denunciare le frodi elettorali”. Nessuno oserà riordare che il rapporto di questa istituzione – finanziato al 60% dagli Stati Uniti – non parla nemmeno di frode, ma che certamente e secondo quanto era prevedibile, diffonde un manto di sospetto segnalando “irregolarità”.

Nessuno dirà in questi media che è stata una svista (forse forzata) del governo mettere questa organizzazione di cospiratori come garante della democrazia. Un’organizzazione che, se vince chi non è funzionale ai disegni geopolitici del malvagio vicino del Nord, collabora pubblicamente per rovesciare il giusto vincitore e incoronare il perdente.

Nessun editorialista nei media concentrati criticherà il silenzio dei governi di destra solitamente “interessati” ai diritti umani e alla democrazia. Al massimo, alcune cancellerie esorteranno a riprendere i buoni costumi repubblicani, cioè quelli che favoriscono il potere stabilito.

La stampa disonesta ringrazierà la polizia e l’esercito per essersi schierati dalla “giusta causa del popolo oppresso”. Questa stampa metterà a tacere qualsiasi tentativo di indagare sui motivi dell’alto comando delle forze di sicurezza per non adempiere al loro dovere di proteggere i cittadini e di salvaguardare un governo eletto per volontà popolare. Abbonderanno per difetto le analisi che facciano riferimento allo spirito di colpo di stato delle loro azioni.

Non c’è dubbio che nessuno di questi media oserà inserire nei loro testi riferimenti a possibili piani e intrighi con interferenze esterne prima delle elezioni, che hanno posto come obiettivo preciso il rovesciamento di Evo Morales.

Lungi dal contestualizzare il colpo di stato come una mossa geopolitica per minare la sovranità e la possibilità di integrazione dei popoli dell’America Latina e dei Caraibi, qualche esaltato cronista, con il desiderio di un aumento del suo stipendio – parlerà del passo importante per rompere la “nefasta influenza” di Cuba e Venezuela nella regione.

Come al solito, la vera storia si svelerà, poco dopo, come ha fatto in passato.

La verità è che oggi i potenti, la destra, i fascisti, i retrogradi e i violenti si strofinano le mani e celebrano la caduta di un governo popolare.

I poveri della terra piangono con angoscia e rabbia. E noi con loro.


Fonte: Pressenza.



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