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Morire di Covid-19 o di miseria?

di Gaetano Sgalambro - mercoledì 15 aprile 2020 - 581 letture

E’ questo il cervellotico dibattito tra classi politiche e quelle imprenditoriali italiane. Non capisco perché non pensino che ci sia un altro modo intelligente (!) d’uscire da una situazione pur gravissima, senza volerne pagare per forza il prezzo più alto.

Io vedo tutta la classe politica che continua a scaricare sull’alta scienza medica ogni sua responsabilità e tutta la classe imprenditoriale, rappresentata dalla Confindustria, che per attingere al più presto alla liquidità economica promessa, millanti la capacità di potere riprendere una produzione minima ma utile -anche tenendo a distanza di due metri gli operai alla catena di montaggio- a salvare il paese dalla miseria economica.

Infine, c’è un’alta scienza medica, tutta assorbita dal vero ruolo di salvavita, che non riesce a denunziare che: al fine di potere contenere validamente il contagio, occorra poter intervenire su ogni punto della sua catena patogenetica (territorio, luoghi di produzione, tipo di produzione, ecc.) al momento opportuno e con gli strumenti idonei, soprattutto con quelli più sofisticati della moderna tecnologia.

E’ evidente che per giungere a questo occorra creare una cabina di regia, tenuta da valide competenze multidisciplinari, che elabori una piattaforma strategica aggiornabile, alla quale devono fare riferimento le istituzioni.

Insomma, occorre convincersi di dovere spostare la crisi socio-virale in una sfera di straordinarietà, per uscirne.

Allo stato mi pare che la pericolosità del coronavirus non sia stata individuata nel meccanismo patogenetico del suo contagio che, essendo interumano, trova la sua massima espressività negli ambienti collettivi di lavoro (e di residenza). Il lavoro in collettività rappresenta, quindi, il più alto fattore di rischio di contrarre la Covid-19 e ne resta paralizzato.

Questo succede perché non si hanno gli strumenti, in particolare quelli di protezione individuale dei lavoratori, per continuare o riprendere a lavorare in sicurezza. La maggiore parte di questi sarebbero stati realizzabili in casa nel breve periodo. Eppure gli imprenditori industriali hanno incominciato ad alzare il dito solo pochi giorni or sono e alla carlona. Oggi, le 19 ditte che si erano offerte di replicare la produzione di quegli strumenti una volta certificati per l’uso ordinario, ma scientificamente inefficienti per la straordinaria destinazione d’uso odierna, ne hanno ricevuta l’autorizzazione dalle nostre autorità istituzionali. Così abbiamo fatto un passo avanti, ma non nella direzione maestra. Mentre gli strumenti specialistici diagnostici, sarebbero reperibili sul mercato (basta pagarli adeguatamente).

Intanto si annuncia il prolungamento dell’isolamento sociale in tutto il paese fino ai primi di maggio. A quel punto saranno passati tre mesi dalla dichiarazione dello stato d’emergenza del paese, ancora senza avere elaborato una seria strategia complessiva per chiudere la cosiddetta fase uno dell’epidemia, che si pensa di esorcizzare mettendo in scena l’avvio di una fase due. Agli imprenditori industriali che ne stanno promuovendo l’avvio, dico: pur avendone le ragioni, non potete proporre di riprendere il lavoro senza volere vedere il virus , nella speranza che il virus faccia altrettanto con i lavoratori.

Ci troviamo difronte a una crisi socio-virale, per fronteggiare la quale occorre reclutare valide competenze multidisciplinari, le più alte del paese:quelle istituzionali non si sono dimostrate adeguate.


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