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Il vincolo di mandato: sì o no?

Non molto tempo fa la decisione del M5S di sancire nel proprio statuto il vincolo di mandato parlamentare per ridurre la transumanza dei suoi rappresentanti.
di Gaetano Sgalambro - sabato 23 novembre 2019 - 1043 letture

Non molto tempo fa la decisione del M5S di sancire nel proprio statuto il vincolo di mandato parlamentare per ridurre la transumanza dei suoi portavoce, memore di quella subita nella diciassettesima legislatura, suscitò la reazione di tutta la classe politica e dei media nazionali che lo ritenevano anticostituzionale, quantunque fosse una decisione privata, interna a un movimento, e che come tale poteva anche essere plausibile. Il fatto, nonostante la sua rilevanza di nicchia, ebbe una vasta eco anche presso l’opinione pubblica, specie nella sua élite culturale particolarmente sensibile al tema. Un eco di ridotta entità suscitò quando propose d’includerlo come obiettivo programmatico nel “contratto di governo per il cambiamento”, stipulato con la Lega. E ancora una volta, ha sollevato un vespaio di reazioni allorché lo ha tirato in ballo come uno degli obiettivi del governo “giallo-rosso” . Tuttavia, a ben guardarle, le argomentazioni su detto provvedimento degli uni, pro, e degli altri, contro, sono paradigmatiche della scarsa cultura generale e del pressapochismo strumentale con i quali nel nostro paese si è adusi considerare le norme di attuazione di un qualsiasi principio costituzionale: ovverosia, non vengono quasi mai interpretate nella loro giusta direzione teleologica.

Ricordo che il dilemma “vincolo di mandato sì o no” risale all’inizio dell’attività parlamentare. Raggiunse il massimo clamore con i governi di centrosinistra, e relativo arcipelago di partiti, l’attività legislativa dei quali veniva di frequente, come si soleva dire allora, “giubilata” dai famosi franchi tiratori di maggioranza (nelle votazioni segrete). Anche allora si levarono propositi di istituire per legge il vincolo di mandato elettorale o di eliminare le votazioni a scrutinio segreto. Fu questa l’occasione per moltissimi cittadini, me compreso che ne ero infastidito, di sapere che proprio tale comportamento rispondeva letteralmente alla norma dell’articolo 67 della Costituzione (vedi oltre). È così che venni a sapere che i franchi tiratori, additati al pubblico disprezzo, erano tra i pochi deputati che nella fattispecie avrebbero, almeno sotto l’aspetto formale, osservato la Costituzione. Insomma, sto parlando del paradossale guazzabuglio culturale in cui in molti versavamo.

Senza dubbio sapere dirimere i termini sostanziali del dilemma in questione è di estrema importanza, perché ha ripercussioni politiche di amplissima portata. La rappresentanza parlamentare, infatti, è la funzione cardine del nostro regime istituzionale-politico-democratico. E’ grazie alla coerenza a questa funzione, se espletata con una competente attività legislativa ed esecutiva di governo (dipendente dalla prima), che il parlamento, il quale ne è la materializzazione fisica, può perseguire uno degli obiettivo di massima importanza della Costituzione Italiana: cercare la migliore via di sostenibilità alla realizzazione degli interessi primari della collettività, dai quali quanti più cittadini possibili possano legittimamente trarne con il lavoro la loro maggiore quota parte. Vale la pena, dunque, di tentare di capire quale sia il profilo tecnico e la filosofia progettuale dell’istituto costituzionale della rappresentanza parlamentare (dei cittadini aventi diritto al voto). Esso è articolato in diverse sezioni della Carta. Già nei “Principi Fondamentali”, senza dubbio validi “erga omnes”, sono prefissati i diversi obiettivi primari che parlamento e governo dovranno perseguire. Mentre nelle sezioni “Rapporti politici” e “Il Parlamento” sono definiti il profilo dei partiti (art.49), dei parlamentari (art.67) e il loro rapporto con l’elettore. Vale a dire dei suoi tre coprotagonisti: elettore, partito e deputato parlamentare.

Il loro reciproco rapporto è ordinato in forma di contratto mandatario di rappresentanza operativa (o di delega di rappresentanza a fare…). L’elettore è nel ruolo sovrano di mandante, il partito e il deputato sono nel ruolo congiunto e tra loro differenziato di mandatari. Tuttavia, bisogna riconoscere che il ruolo chiave della sostenibilità del contratto, di fatto e di diritto, è tenuto dal partito, quale ineludibile intermediario tra gli elettori e il parlamento, attraverso i suoi deputati eletti.

Questa intermediazione ineludibile comporta lo stretto impegno per ogni partito di confezionare e di proporre agli elettori, alla vigilia di una nuova elezione del parlamento, l’oggetto documentale del contratto mandatario: un intellegibile progetto programmatico di legislatura (quinquennale), inquadrato nella logica di una più compiuta visione di lunga prospettiva, la lista di candidati ritenuti idonei a realizzarlo. Mentre a parlamento insediato, comporta l’impegno di verificare che il deputato in parlamento si occupi della migliore realizzazione possibile del proprio programma. Posizione questa, quasi di submandante dei deputati, che gli consente un indubbio controllo delle attività parlamentari. Senza che questo sollevi i deputati dalla responsabilità personale verso i propri elettori. In questa triangolazione la posizione più delicata è quella del deputato parlamentare, che, per dirla alla Goldoni, "è servo di due padroni."

Riassumendo, il particolare ruolo mandatario del partito, inclusivo di quello d’intermediario, si ribadisce quale titolare specifico della progettazione programmatica politica di legislatura e di quella d’indirizzo di più lungo respiro che la comprende, e di quello meno appariscente, ma importante, di sub-mandante dei deputati, discende dalla funzione maieutica che gli venne riconosciuta dalla Costituzione. Allora fu resa necessaria dal basso livello culturale dei cittadini, nello stesso tempo si prospettava utile anche nella lontana visione di una società evoluta, totalmente assorbita dal lavoro. Cosicché a questo suo doppio ruolo corrisponde una sua pesante responsabilità. Infatti il partito deve rispondere ai propri elettori, in solido con i suoi parlamentari, del grado di concretizzazione dei progetti programmatici di legislatura (ove fossero mai stati presentati), beninteso entro i modi e i limiti della procedura democratica del parlamento.

Nella sezione “Ordinamento della repubblica”, all’articolo 67, così definisce il ruolo del deputato: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. La sua interpretazione non è così elementare come appare alla lettura estrapolata da tutto il contesto. In esso la Costituzione fissa l’ obiettivo di ordine supremo, al quale devono attenersi, ognuno a suo modo, tutti e tre contraenti del contratto mandatario (elettore, partito e deputato). In riferimento a esso, anche l’elettore sovrano deve astenersi dall’avanzare al suo deputato e al suo partito istanze a favore dei propri interessi, che siano d’ostacolo all’assolvimento del suddetto obbligo primario.

Vediamo con quali passaggi la Costituzione determini ciò. Il deputato parlamentare, rappresentante dell’elettore e in subordine del partito, viene elevato anche a rappresentante della Nazione e, quindi, a curatore parlamentare del suo patrimonio di valori e di fini da perseguire. In virtù di tale ruolo gli viene riconosciuto il diritto/dovere di sciogliersi dai vincoli contrattuali dei suoi mandanti e sub mandanti (elettori e partito), ove pretendessero o li mettessero in pericolo. In questo modo sancisce di diritto e in maniera inequivocabile la priorità assoluta del patrimonio di valori e di interessi concreti della Nazione. Tutti gli altri interessi legittimi dell’elettore, nonché del partito, dovranno essere soddisfatti entro questo perimetro.

La filosofia progettuale dell’istituto della rappresentanza parlamentare, come si vede, è articolato in due livelli. Il livello di base è fondato sulla struttura del contratto mandatario operativo, mediato dal partito, che ne propone il chiaro oggetto contrattuale: il progetto programmatico di legislatura, insieme alla lista di candidati idonei a realizzarli. Su questi il cittadino esercita il proprio giudizio critico e opera la sua scelta. Il secondo livello definisce il perimetro di compatibilità dei diritti/doveri programmatici del tre contraenti: non debbono confliggere con il patrimonio degli interessi generali della collettività.

La ratio validante del contratto mandatario operativo, in senso logico-giuridico, è la realizzazione, previo confronto migliorativo con gli altri in sede parlamentare, del progetto programmatico di legislatura proposto dal partito e votato dai cittadini. Talché la mancanza ab origine del suddetto progetto programmatico rende nullo il contratto mandatario (come qualsiasi altro contratto che manchi del proprio oggetto) e rende liberi, in parlamento, da qualsiasi preciso impegno il partito e i deputati. Cosa che è sempre avvenuta. Mentre la ratio validante in senso etico-costituzionale è la sua applicazione in maniera completa e corretta: nel rispetto dei legittimi diritti degli elettori e nella coerente subordinazione di questi agli interessi superiori della collettività.

Allo stato dell’arte, sul piano etico si ha che: il vincolo di mandato esiste espressamente nel perseguire gli interessi superiori della Nazione; non esiste per le altre sfere d’interessi, ma solo ove contrastino con gli interessi suddetti o siano illegittimi. Inoltre la rappresentanza parlamentare non può avere alcuna legittimazione politico-democratica ove manchi dell’oggetto del mandato elettorale, ovverosia del progetto programmatico di legislatura, validato dai rispettivi elettori.

Sul piano politico concreto abbiamo visto che un vero progetto programmatico di legislatura non è mai stato presentato; abbiamo visto solo slogan elettorali o generiche e fatue indicazioni di principio. E’ venuto a mancare, quindi, l’oggetto proprio del contratto mandatario, sul quale dovevano essere fisiologicamente coniugati i valori costituzionali e quelli attesi dai partiti, in uno con la volontà dei cittadini (espressa con la scelta elettorale). In termini più crudi si può dire che con un istituto di rappresentanza così colpevolmente realizzato dai partiti si è venuta a creare, nel tempo, la dissociazione completa tra corpo elettorale liberamente pensante e parlamento. Esattamente il contrario di quanto voluto dalla Costituzione.

Per non dire che l’assenza dei progetti programmatici si è tradotta, a ogni inizio legislatura, nell’impossibilità di predefinire alleanze fondate su una chiara piattaforma programmatica di governo, scevre da cause d’instabilità.

A latere e alla luce di quanto emerso dalla suddetta disamina del vincolo di mandato, non ci si può esimere dal denunziare, checché retoricamente ne vogliano dire i media e gli intellettuali, che i partiti in concreto rispondono solo agli interessi dei propri leader, iscritti e affiliati e in, subordine, a quelli dei cittadini adusi a votarli per concordanza di linee di pensiero. In conclusione hanno ragione formale quanti, intellettuali, partiti e politici, criticano chi vuole introdurre un vincolo di mandato: questo già esiste sul piano etico costituzionale. Hanno torto immarcescibile quando nello stesso tempo non denunziano la perniciosa assenza di seri progetti programmatici di legislatura.

P.S.: Parimenti, a quanti sostengono che i vincoli etici non siano efficaci a contenere entro i limiti del mandato elettorale i parlamentari e che occorra sostituirli con altri di natura giuridica, io rispondo: la Costituzione lascia ampio spazio legislativo perché si normino opportunamente lo status di diritto e comportamentale dei partiti e la legge elettorale, che sono all’origine del fenomeno della transumanza. Non solo. Sono anche all’origine della nullità logico-giuridica del contratto mandatario e del valore politico-democratico della delega di rappresentanza parlamentare, la quale, com’è sotto gli occhi di tutti, così si disfa in un pulviscolo di contrastanti interessi personali e nell’instabilità dei governi.


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