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1° maggio... in sicurezza

Gli effetti collaterali del mondo del lavoro. Spesso precario...

di Piero Buscemi - mercoledì 1 maggio 2024 - 639 letture

Dover parlare di morti sul lavoro nella giornata che dovrebbe esaltare il diritto a questa antica e nobile arte, sancita e sostenuta dall’articolo 4 della Costituzione, forse può sembrare una scelta azzardata. Perché di questo problema si dovrebbe parlare ogni giorno, forse anche più volte al giorno. Non attendere che l’ennesima vittima di questo assurdo stillicidio si prenda la scena di quella frazione di tempo, spesso brevissima, all’interno di un qualsiasi telegiornale quotidiano, oltre a essere un dovere di cronaca, dovrebbe essere una manifestazione etica verso chi, attraverso il lavoro, mette le basi per una vita normale e per i personali progetti sul futuro.

L’assurdo in Italia, perché in questo pochi Paesi possono realmente farci concorrenza, è che una aberrazione del su citato art. 4 della Costituzione, ci costringe ad aggiungere l’attributo "precario", nella migliore delle ipotesi, "nero" in quella peggiore. Spesso ci facciamo distrarre da varie proposte di riforme pensionistiche, legate ad intervalli non sempre regolari, a requisiti anagrafici e di anni di versamenti contributivi. Eppure sarebbe sufficiente guardarsi intorno e provare a stabilire con sufficiente realismo un’età media per l’inizio di una qualsiasi e probabile carriera lavorativa.

Ci accorgeremmo che non saremmo in grado di elargire un che minimo di incoraggiamento a un ipotetico giovane che si affacciasse al mondo del lavoro, dopo anni di sacrifici, in modo particolare economici delle famiglie, per garantirsi quella famosa "porta aperta" che il vecchio pezzo di carta avrebbe pure il compito di spalancare.

Ci ritroveremmo davvero a fare i conti, in Sicilia si dice alla "femminina", per ipotizzare dalla data effettiva di assunzione del giovane speranzoso, la data iniziale del pensionamento che, a dirla tutta, appare ogni anno di più, una data finale.

Non è molto difficile fare qualsiasi ipotesi in tal senso. Uno studio ottimistico sul mondo del lavoro, ha stabilito che mediamente in Italia l’età del primo impiego si attesta intorno ai 24 anni, se si tratta di un lavoratore, il limite si innalza ad oltre i 26 anni, se invece parliamo di lavoratrice. Dei dati che, oltre ad essere al di sopra della media europea, denotano un ambiguo ottimismo, se consideriamo che, sicuramente, non possiamo definire correttamente "inizio" quello che più spesso negli ultimi anni è soltanto un assaggio di precariato che, raramente si trasforma in un lavoro a tempo indeterminato e continuativo.

Non molto tempo fa, un noto personaggio della politica italiana del quale, ce ne guardiamo bene in tempi di campagna elettorale imminente, non citeremo il nome, ebbe a dire che erano passati i tempi del lavoro fisso e, addirittura, sempre dello stesso tipo. Il politico suggerì una maggiore elasticità nell’approcciarsi al mondo del lavoro. Una dichiarazione altisonante che, non abbiamo dubbi di essere smentiti, affermata dal mondo politico dove si ha l’abitudine di svolgere questo "lavoro" per diversi decenni, senza che qualcuno possa consegnare una lettera di licenziamento, neanche attraverso un’urna elettorale, apparì alquanto fuori luogo.

Parlando proprio di precariato, appare evidente che l’abitudine dei nostri politici di "sparare" numeri a caso sugli anni di contribuzione minima, necessari per il conseguimento dell’agognata pensione, va nettamente in contrasto con la realtà che si prospetta al giovane che si affaccia al mondo del lavoro. Come accennato, il calcolo e le dovute considerazioni sono presto fatte: quale prospettiva di futuro pensionamento si può ipotizzare se, supponiamo un giovane lavoratore avesse la fortuna di essere assunto a 24 anni oggi stesso?

Risposta ipotizzabile: se aspirasse ad andare in pensione con la vecchiaia e, quindi, con l’età, oggi dovrebbe aspettare di aver compiuto 67 anni, un limite che è in corso di innalzamento secondo la così detta "speranza di vita", ma che in ogni caso oggi lo metterebbe di fronte ad almeno 43 anni di attività lavorativa; se invece tentasse di accedere alla pensione anticipata, legata al totale dei contributi necessari, si parlerebbe di 42 anni e 10 mesi, in pratica un requisito non troppo lontano da quello previsto per la pensione di vecchiaia. Da queste ipotesi, abbiamo voluto tralasciare le altre varie forme di pensionamento anticipato, tra Quota 103, Ape Sociale, Opzione Donna e tutte le varie forme di accesso alla pensione, che avrebbero generato ancora più confusione e sbigottimento ai nostri lettori.

Ad aggravare la situazione, ci sono ulteriori considerazioni delle quali tenere conto. Innanzitutto, ritornando sulla questione del precariato, i 43 anni di contribuzione rischiano di essere spalmati in un arco di tempo molto più ampio, considerando l’incerta continuità dei vari contratti di lavoro proposti. Appare logico pensare che, non potendo il nostro ipotetico giovane lavoratore contare su proposte meno "elastiche" di quanto suggerito, sarebbe costretto a collezionare periodi lavorativi spezzettati che gli farebbero perfezionare il requisito contributivo in molti anni in più rispetto a quelli richiesti dalla normativa. A questo, riprendiamo il drammatico argomento di inizio articolo, siamo costretti ad aggiungere che molte tipologie di lavoro mettono in serio rischio la vita del lavoratore che, consultando qualsiasi fonte statistica sui decessi sul lavoro degli ultimi anni, non lasciano molti margini di ottimismo per il futuro.

Girare per le nostre città, i nostri quartieri, anche nell’ambito del nostro stesso condominio dove abitiamo, non voltare lo sguardo altrove ma concentrarsi su quanto ci circonda. Un cantiere, un locale pubblico, una qualsiasi realtà lavorativa ci dà tutti i giorni spunti di riflessione su cosa dovrebbe essere il livello di sicurezza da garantire a tutti e quello che in effetti viene messo in pratica.

Non vogliamo soffermarci sui tagli operati in campo di ispettorato del lavoro negli ultimi anni, ci preme però soffermarci sui doveri e il rispetto che ogni datore di lavoro dovrebbe avere nei confronti di quelli che, in definitiva, è riduttivo chiamarli lavoratori, essendo gli stessi degli esseri umani con tanto di famiglie da sostenere. Una realtà che, dall’alto di un’impalcatura, dall’interno di una cucina di ristorante, da un capannone di una fabbrica o da qualsiasi altra forma di lavoro, non possiamo ignorare. Perché, a pensarci un attimo, il prossimo nome pronunciato da un telegiornale o da una piazza di ricorrenza al Primo Maggio, potrebbe essere quello di nostra/o figlia/o, di nostra/o madre/padre, di una nostra/o sorella/fratello. Potrebbe essere il nostro.

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