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Vitaliano Brancati nel centenario della sua nascita

Ricorre quest’anno il centenario della nascita di Vitaliano Brancati, scrittore e giornalista. Pachino, il vento, l’uomo contemporaneo...

di Donatella Guarino - venerdì 16 novembre 2007 - 5122 letture

Ricorre quest’anno il centenario della nascita di Vitaliano Brancati, scrittore e giornalista, drammaturgo e sceneggiatore cinematografico.

Nato a Pachino (in provincia di Siracusa) nel 1907, Brancati è ricordato per una narrativa di stampo realista, nella quale esamina i vizi e le caratteristiche della borghesia siciliana. I suoi personaggi sono grotteschi, umoristici, a volte cupi, immobili, come bloccati da un senso di “inettitudine” e di “indifferenza”, incapaci di fare delle scelte, di agire.

In una ideale galleria di protagonisti della letteratura del Novecento, accanto a Zeno Cosini, a Carla e Michele de “Gli indifferenti”, a Vitangelo Moscarda e Mattia Pascal/Adriano Meis, trovano posto Giovanni Percolla del “Don Giovanni in Sicilia”, Aldo Piscitello de “Il vecchio con gli stivali", il bell’Antonio…

Non deve infatti portare fuori strada la lettura di racconti come “Il nonno” o “Singolare avventura di Francesco Maria”.

“Ormai da Pachino non mi arrivava più nulla di lui: né un saluto, né un augurio, né una risposta alle mie cartoline illustrate […]. Quando nell’aprile del ’33, mentre io ero a Catania per un breve soggiorno presso la mia famiglia, improvvisamente egli morì”.

Il nonno, che è stato fondamentale punto di riferimento per l’infanzia di Vitaliano Brancati, diventa per lo scrittore pretesto per descrivere il suo paese natale e una persona “speciale”. Quel mondo, però, attraverso la lente d’ingrandimento del tempo che passa si trasforma. La leggerezza diventa cupezza, non più gioia di vivere ma ansia di esistere. Essere adulti equivale a perdere.

E ne “Singolare avventura di Francesco Maria” il protagonista vede crollare tutte le sue certezze (forse non proprio solide) quando scopre per caso la letteratura di D’Annunzio, là celebrata ed osannata perché diversa, nuova.

Questo il bellissimo incipit del racconto: “Pachino, intorno al Novecento, non era un grosso paese […] e tuttavia pieno di fracasso. Il vento, che esce da due mari, e perpetuamente corre le strade e rotea nella vastissima piazza, insegnava a tutti a fare il diavolo a quattro […]. Come le imposte sbattono, il gallo di ferro del campanile cigola, […] i vetri col loro tintinnio svegliano le mosche che vi dormono sopra, le tende rullano, il bucato schiocca, così le persone non sapevano dir nulla a voce bassa, e fra tutti i Siciliani che gridano eran facilmente ravvisabili perché gridavano di più”.

Non solo Pachino, non solo la Sicilia racconta la narrativa di Brancati. Da lì si raccorda a un mondo altro. Perciò l’uomo di Brancati è l’uomo contemporaneo che rivela l’amarezza della vita, il dissidio tra la realtà interiore e quella esteriore.

Giovanni Percolla, ossessionato dal pensiero delle donne e del sesso, dopo un periodo trascorso in Sicilia, ormai quarantenne si trasferisce a Milano dove crede (spera) di poter dare una svolta alla sua vita ma l’immobilismo del suo passato ritorna: basta un viaggio nella sua città natale per far emergere la carica negativa del suo passato e la doppiezza della maschera che è costretto ad indossare.

Aldo Piscitello, invece, è un convinto antifascista che però, per il quieto vivere, decide di fingere: “era la vita che si occupava sbadatamente di lui più che lui della vita”. Alla caduta del fascismo sarà licenziato perché squadrista. Insomma la maschera non è servita a nulla. Il dissidio tra essere e apparire non si risolve.

L’assenza di valori continua ad essere una caratteristica dei personaggi di Brancati, anche nelle opere del dopoguerra. Il gallismo brancatiano trova il suo culmine nelle contraddizioni de “Il bell’Antonio” e in “Paolo il caldo”, pubblicato postumo.

Ma particolarmente interessante è il romanzo “Gli anni perduti” ambientato a Nataca (Catania?), la prima opera matura dello scrittore. I personaggi vivono un’esistenza all’insegna della noia e del torpore. E’ come se essi stessi e le loro vite siano avvolte da una consapevolezza fatta di vuoto, di sonnolenza dilagante.

Tra satira di costume e dimensione esistenziale, tra esasperata ossessione erotica e impotenza, la narrativa di Brancati è la metafora di una classe sociale che non riesce a cambiare la realtà. Metafora sociale e metafora esistenziale di una generazione “senza qualità”.


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