Risposta alla comunicazione dell’ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali

di Thierry Abdon AVI - sabato 29 maggio 2010 - 2460 letture

Spett.le MINISTERO per le PARI OPPORTUNITA’ c/o Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali Alla cortese attenzione del Direttore Generale Sig. Massimiliano Monnanni OGGETTO: Rif. Prot. N. Scheda 3726 cr. 431

e per conoscenza a Spett. le MINISTERO per la FUNZIONE PUBBLICA Corso Vittorio Emanuele n. 116 00186 – ROMA

Egregio Dott. Monnanni, Faccio seguito alla Sua del 21.04.2010, desiderando esternare alcune considerazioni di carattere generale in merito al contenuto e all’argomento trattato nella medesima. Prima di tutto, mi consenta di ricordarLe, pur senza alcun intento polemico, ma unicamente a titolo di rispetto che si deve alla dignità di ogni essere umano, come nella cultura di questa nazione l’utilizzo sistematico del “tu” per rivolgersi agli stranieri non costituisca norma di buona educazione.

Ma, venendo alle cose concrete, mi rincresce constatare, in primo luogo, una sorta di “immobilismo disciplinare” da parte dell’Italia nei confronti delle discriminazioni razziali. Bisogna infatti rilevare come, almeno a tutt’oggi, non siano state attuate opportune misure concrete nei confronti delle omissioni e delle violazioni razziali perpetrate dai dipendenti degli uffici statali, funzionari che sono chiamati a riservare una parità di trattamento verso tutti gli utenti,“senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali”. E questo, non solo in ossequio al principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione italiana, ma anche ispirandosi a numerose normative a livello europeo, sensibili ai valori dell’eguaglianza sociale . In tal senso, dunque, se Lei ha ragione quando afferma che “la violazione delle regole di comportamento sarà oggetto di riprovazione sociale o potrà dare luogo a responsabilità disciplinari”, non appare, invece condivisibile la negazione della fattispecie della discriminazione razziale dall’ambito delle responsabilità disciplinari e dalla riprovevolezza sociale che tale mal costume è in grado di suscitare. Quando, poi, l’utilizzo del “tu” non riveste connotati di occasionalità, ma arriva a essere inflazionato ed abusato, venendo ad integrare una sorta di “prassi linguistica” nei confronti del cittadino straniero verso il quale ci si sente “autorizzati” ad un tono di voce confidenziale, quando non anche padronale, allora possiamo non a torto ravvisare una chiara fattispecie di discriminazione razziale. Oltretutto, ai fini della problematica trattata è certamente il caso di ricordare il diverso approccio culturale tenuto dai paesi di “Common Law”, rispetto ai costumi dei paesi di Civil Law; in tale ottica, mentre per i primi l’utilizzo del “tu” (“you”) costituisce una costante senza alcuna variabile, per i secondi (fra i quali anche l’Italia), l’utilizzo di questo pronome personale riveste un connotato di confidenza e familiarità, che suona come irriverente e maleducato, se utilizzato nei confronti di chi non si conosce e, tantomeno nei confronti del cittadino straniero. Sulla base di quanto premesso, quindi, si può ben ravvisare nell’uso improprio del “tu” una palese disparità di trattamento nei confronti dell’interlocutore, discriminazione questa, che, contrariamente a quanto da Lei sostenuto nella sua lettera, si sostanzia esattamente nella lesione del bene giuridico della pari dignità sociale e dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, ai sensi del già richiamato art. 3 Cost. Per concludere, vorrei, infine, rendere la mia personale testimonianza in merito alle disparità di trattamento che vengono continuamente messe in atto da certi funzionari di uffici pubblici in danno dei cittadini “diversi”, specificando anche come, a tutt’oggi, nessun referente istituzionale regionale (ad eccezione del Sindaco di Firenze al quale mi ero rivolto), ha saputo responsabilizzare i propri impiegati verso il rispetto delle regole di civiltà e di antidiscriminazione verso i cittadini stranieri che soggiornano in Italia e per i quali la diversità linguistica costituisce sicuramente un menomazione delle proprie capacità di reazione e di difesa.. Segnatamente, e solo per citare le ultime vicissitudini sul punto, valga quanto segue:
  La signora Veronica del call - center dell’ufficio che Lei dirige, non era disposta a recepire la mia lamentela, argomentando la mancanza di gravità del fatto.
  Il Mediatore Europeo e il Centro di Contatto EUROPE DIRECT ai quali mi sono rivolto, davanti alla reticenza del call - center sopraccitato, mi hanno suggerito di contattare il Difensore Civico della Regione Toscana, lavandosi le mani da ogni sorta di responsabilità, asserendo, in quanto organi comunitari, di non potere intervenire nelle vicende le cui competenze spettano alle istituzioni degli stati membri dell’Unione Europea.
  Il Difensore Civico, dopo aver affermato che, negli uffici della Regione Toscana in contatto con il pubblico, l’atteggiamento rispettoso nei confronti di chiunque sia assolutamente consolidato, si trincera dietro la scusa secondo cui i cittadini stranieri generalmente non hanno una buona padronanza della lingua italiana, costringendo così i loro interlocutori a passare dal “lei” al “tu”. In altre parole, l’ufficio del Difensore Civico intende dire che, se si da del “lei” ad un straniero, questi possa pensare che il suo interlocutore si riferisca ad una terza persona, diversa da lui. A tale riguardo, comunque, ho suggerito al Mediatore di avvalersi di consigli e proposte da parte della cittadinanza coinvolta, nel caso in cui si trovi nell’impossibilità di affrontare un problema di tale tipo
  Infine, segnalo come l’azienda ’Unicoop Firenze mi abbia ringraziato per la mia segnalazione che ha definito “ispirata da un alto senso civile e sociale”. Ciononostante comunque, nei loro supermercati, l’atteggiamento di dare sistematicamente del “tu” agli stranieri quando viene riservato il “lei” ai cittadini italiani non è cambiato.

Tutto ciò premesso, sono convinto di avere fatto cosa gradita nel trasmettere le problematiche fin qui trattate agli organi istituzionali presso cui mi sono rivolto. Ma dirò di più: gratificato dalla loro stima e dal loro favore, continuerò a manifestare il mio disagio direttamente ai responsabili degli uffici o degli esercizi pubblici o privati tutte le volte in cui noterò che, con questo comportamento contrario alle regole, viene discriminata ed offesa la parte della popolazione più debole o, comunque, meno attrezzata per difendersi dai torti subiti. Del resto, io provo un uguale disagio quando negli ospedali o negli ospizi sento dare del “tu” a malati, anziani e/o disabili.

Con l’occasione, porgo i miei migliori saluti.


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