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Ricordando Pietro M. Toesca, maestro di utopie concrete

Il 28 dicembre 2005 l’Italia ha perso uno dei suoi pochi pensatori importanti: Pietro M. Toesca, nato a Torino nel 1927; già docente di filosofia nelle università di Roma e Parma, viveva a San Gimignano, dove tra l’altro si occupava di una piccola casa editrice. Girodivite ha avuto l’onore di averlo come maestro.
di Mauro Mangano - sabato 18 febbraio 2006 - 6227 letture

Pietro Toesca è nato a Torino nel 1927, ha insegnato e vissuto, ma per lui vivere era insegnare, in molti luoghi.

Ufficialmente insegnava estetica e filosofia, ma in realtà il suo campo vero era la Cultura, in ogni forma. Ha fondato una rivista, Eupolis, “rivista di ecologia politica”, che ha offerto ed offre spunti illuminanti sui temi della convivenza civile, della cultura, della sostenibilità dello sviluppo. Ha animato la Rete delle piccole città storiche, che ha costituito un modello anche per le comunità siciliane. Per questo è venuto in Sicilia, più volte, dalla metà degli anni ’90, a raccontarci la sua esperienza.

Pietro Toesca è stato un grande dono, uno dei tanti, splendidi doni che la Sicilia ha ricevuto dal genio profetico di Salvo Basso. Non saprei raccontare come e perché, ma so che è stato lui a portarlo da noi. Mi ritrovai un giorno di molti anni fa (a dire il vero circa dieci, ma...) seduto a tavola, ad un ristorante di Nicosia, accanto ad una sorta di santone d’altri tempi e d’altri luoghi, un incrocio tra Tolstoi e Socrate, la barba enorme e gli occhi sorridenti.

Mentre noi eravamo presi dai giorni delle stragi e della rabbia, le nostre città erano teatro di una quotidiana e sanguinosa (fuor di metafora) resistenza della legalità ai principi della sopraffazione e della violenza, Pietro Toesca è venuto a dirci sommessamente che le armi della nostra battaglia erano già nelle nostre mani, la cultura, il pensiero, la bellezza viva ed antica delle città, la gratuità rivoluzionaria del dono. Le sue parole ci fecero alzare d’un palmo al di sopra di tutti gli altri ragionamenti, abbiamo avuto la certezza che stavamo afferrando il cuore del problema, occorreva portare al tavolo della cultura i mille temi che agitavano le nostre comunità, sviluppo economico, lavoro, solidarietà sociale, legalità, tutto doveva incontrarsi a quel tavolo, e da lì dovevano partire le vie della politica.

Tutto questo diventò un libro, il "Manuale panegirico dell’assessore alla cultura", la cui lettura sarebbe ancora oggi del tutto indispensabile agli aspiranti o sedicenti amministratori locali, nel quale il nesso cultura-politica è mostrato come il centro vero di ogni reale idea di città e di governo. Io credo che uno dei meriti di quel libro e dei mille incontri che furono promossi per diffonderne il contenuto sia stato l’avere imposto una riflessione sul senso da dare alla "cultura", soprattutto abbinandola al governo delle città, alla politica, allo "sviluppo".

Perché occorre ricordare che Pietro non ti permetteva di discutere usando definizioni divulgative o stereotipi, ogni ragionamento con lui deve partire da una sorta di patto tra i parlanti, perché nulla sia sottinteso in un’epoca che ha svalutato o addirittura ribaltato il senso di parole nobilissime. A questo tema Pietro ha dedicato due numeri di Eupolis, una sorta di vocabolario delle parole che oggi vengono usate a rovescio, tradendo completamente il loro vero significato. Ecco, bisogna partire da questo, le parole sono fondamentali, il cambiamento reale della società inizia dalla riconquista di una sincerità e di una purezza del linguaggio. Non era necessario che Pietro si dilungasse a spiegare questa sua idea, bastava ascoltarlo per pochi minuti, osservando come misurasse i termini che usava, e le pause che senza ostentazione ritagliavano alle parole lo spazio dell’ascolto e della comprensione. Poche parole pronunciate sempre sorridendo. Ed anche questo è stato già un insegnamento. Il sorriso dietro ogni frase era insieme, almeno così mi è sempre parso, il piacere di avere scoperto in sé qualcosa di bello da dire, ed anche il piacere di condividerla. Era davvero un sorriso di gioia, quello che accompagna un vassoio di dolci offerto all’amico, o il bicchiere di vino che rinsalderà la nostra amicizia ma ci renderà anche un po’ più liberi.

A questo dunque serve la cultura, a rendere l’uomo capace di trasformare e trasformarsi, di meravigliarsi e meravigliare, perciò la cultura non potrà mai essere rilassante, né essere ridotta ad intrattenimento, ma neppure autocompiacimento ed erudizione.

Da insegnante, non ho mai smesso di rileggere "La fabbrica dell’intelligenza", il libro che contiene la lettera con cui il professore Pietro Toesca lasciò l’insegnamento ufficiale, quello titolato e retribuito, per dedicarsi all’insegnamento libero, socratico, del maestro, vagante, imprevedibile, disorganico, radicale. "Insegnare a meravigliarsi è il compito della scuola, e null’altro". Quando Pietro ha letto Don Chisciotte o l’Orlando Furioso ha parlato di esseri viventi, ha mostrato vie del presente, ha illuminato pagine che la scuola ha spesso rischiato di oscurare con un velo di noia.

Pietro ha scritto tanto, per fortuna, ma in fondo ha scritto per tutta la vita d’una cosa: come l’uomo può trasformare questo mondo in qualcosa di migliore e più bello. Dove il più bello si riferisce sempre, essenzialmente, alla capacità di miglioramento dell’uomo stesso, perché la natura ha ben poco da essere più bella. Pietro non si è limitato a dire come l’uomo possa rendere migliore la terra, ma dicendolo riusciva innanzitutto a convincerti che era facile farlo, che era più difficile il contrario. Dopo averlo ascoltato restavi quasi stupito che l’utopia non fosse ancora realtà, perché appariva estremamente naturale. Direi che ho imparato da Pietro anche questo, che l’utopia è ciò che di più umano e naturale esista al mondo.

A dispetto delle presunzioni etimologiche, l’utopia grazie a Pietro e Giovanna è stato un luogo concreto, semplicemente e naturalmente visitabile. Lo sa chi è stato a San Gimignano, nello studio-fattoria-cortile-ostello in cui decine di persone si ritrovavano di volta in volta a parlare di bellezza, natura, gratuità. Ma Pietro instancabilmente diceva, dice, che l’utopia è già ovunque, perché ovunque è l’uomo. L’utopia è nello sguardo, nel cuore, nella capacità di uscire dal sentiero, per cercare o per vagare, semplicemente.

Gli erranti, si sa, si incontrano e si lasciano più spesso, ma non si dimenticano facilmente.


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