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Privatizzazione dell’acqua: effetti e resistenze locali

Intervista a Antonio Senta, laureatosi con una tesi sulla privatizzazione dell’acqua in Sudafrica, dopo diversi mesi di ricerca sul campo. E’ stato coautore del testo Acqua per un modello pubblico di gestione, Successi, lotte, sogni...

di marco caligari - mercoledì 12 aprile 2006 - 8781 letture

Il decennio degli anni novanta è stato a livello mondiale la decade della privatizzazione dell’acqua. Si sperava di ottenere una maggiore efficacia ed estendere la fornitura. Tale processo globale ha avuto l’appoggio della Banca Mondiale.

Ho intervistato Antonio Senta, laureatosi con una tesi sulla privatizzazione dell’acqua in Sudafrica, dopo diversi mesi di ricerca sul campo. E’ stato coautore del testo Acqua per un modello pubblico di gestione, Successi, lotte, sogni, a cura di Augusto de Sanctis con un saggio dal titolo: Abruzzo, Italia: la lotta per la difesa dell’acqua e della partecipazione cittadina. Utilissimo strumento per avere un quadro dei processi di privatizzazione e della resistenza che questi incontrano nel mondo. In Sudafrica la politica neoliberista di recupero dei costi ha provocato tremende interruzioni delle forniture. I contatori pre-pagati, installati in molte comunità povere, costituiscono una violazione spacciata del diritto umano dell’acqua.

L’acqua è un bene pubblico, ma reso oggetto di profitto in moltissime nazioni; la modalità di gestione è divenuta causa di altissima conflittualità, come per esempio in Bolivia. Puoi fornirci elementi utili per comprendere il quadro d’insieme in merito nella gestione dell’acqua?

ANTONIO: L’acqua è fonte di vita, elemento indispensabile ad ogni essere vivente in qualsiasi ecosistema. L’acqua è una risorsa unica e insostituibile e un diritto inalienabile dell’uomo sancito da diversi accordi internazionali (Convention on the Elimination of all the forms of Discriminations Against Women, 1979; Convention on the Rights of the Child, 1989; Intrnational Covenant on Economic, Social and Cultural Rights, 2002). L’acqua è, o dovrebbe essere, un bene comune, ovvero qualcosa garantito a tutt’oggi e alle generazioni successive. Eppure circa un miliardo e mezzo di persone nel mondo non hanno accesso ad una quantità sufficiente d’acqua potabile (venti litri al giorno secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità), mentre l’undici per cento della popolazione mondiale consuma quasi il novanta per cento dell’acqua disponibile. Questo per dire che l’assenza dell’acqua è una realtà tragica ancora oggi, una delle cause maggiori di povertà e mortalità infantile nel Sud del mondo e allo stesso tempo la cartina al tornasole, per così dire, degli squilibri provocati dal sistema capitalista. Nonostante una crisi idrica mondiale sia innegabile, crisi che vede molti paesi, in particolare in Africa e in Medio Oriente, in una situazione di “stress idrico” permanente, essa non è frutto di un destino irremovibile, ma di logiche di profitto attraverso le quali il potere usa l’accesso all’acqua come meccanismo d’oppressione e ricatto. [per un approfondimento sulla situazione globale dell’acqua potete vedere: www.ilrigsa.org.za]

Basti citare il caso più famoso ed eclatante, quello della Bolivia: Alla fine degli anni Novanta una multinazionale americana, la Bechtel, decise di privatizzare le risorse idriche del paese, compresa l’acqua piovana: non vi era nessuna ragione di ciò, se non il fatto che nell’acqua è stata vista una fonte di profitto. Lì la reazione della popolazione è stata decisa: nell’aprile del 2000 la popolazione di Cochabamba è insorta. Centinaia di migliaia di persone sono scese in strada a protestare, trasporti e accessi sono stati bloccati, il governo ha risposto dichiarando la legge marziale. Risultato: centinaia di feriti, un ragazzino di 17 anni ucciso con un colpo di fucile al volto, arresti e deportazioni d’attivisti nella notte. Non sorprende che, riferendosi a quelle giornate, in Bolivia si parli della "guerra dell’acqua".

Questi drammatici avvenimenti hanno portato al ritiro della multinazionale e ad un lento, faticoso processo di ripubblicizzazione della risorsa. Il caso che ho studiato più da vicino è quello del Sudafrica, terra umida, nella quale l’acqua è generalmente abbondante: ebbene il possesso e la mancanza di essa sono in Sudafrica il sintomo della condizione sociale d’appartenenza. I ricchi (e ancora al novantanove per cento bianchi) hanno piscine e campi da golf abbondantemente irrigati, i poveri della townships (baraccopoli) non hanno i soldi (la disoccupazione tocca l’ottanta per cento in alcune zone) per pagare le bollette e il comune taglia loro l’allacciamento, lasciandoli letteralmente morire di sete. [Per un approfondimento sulla situazione in Sudafrica potete vedere http://socialdesignzine.aiap.it/sdz/archives/005550.php]

Un altro caso noto - e denunciato da attivisti quali Vandana Shiva- è la privatizzazione delle risorse idriche nel Kerala (India): qui le sorgenti un tempo disponibili a tutti sono ora della proprietà della Coca Cola che le sta rapidamente esaurendo. Questo per dire che i processi di privatizzazione sono veramente globali e toccano ogni continente, compresa l’Europa ed il nostro paese.

MARCO: In Italia vi è un pessimo stato degli acquedotti, ed un altissimo livello di consumo di acqua in bottiglia, nonostante che l’acqua del rubinetto sia tendenzialmente buona. Nelle regioni meridionali il primo problema è la scarsa capacità di fornire l’acqua, ed in tutta la penisola si è registrata un aumento della bolletta. Nel passato decennio si è registrato un cambiamento della gestione, ci parli dei diversi passaggi che ci hanno condotto all’attuale situazione? In nome del risparmio ed alla lotta alla corruzione presente nelle amministrazioni statali, dopo l’inizio dei processi di “mani pulite”, si è pensato che il processo di privatizzazione dell’acqua fosse una scelta necessaria. Quali sono stati gli effetti di tali trasformazioni?

ANTONIO: L’Italia ed in particolare alcune regioni del Sud rientrano nel panorama delineato. I cittadini italiani da parte loro stanno subendo anch’essi le conseguenze dei processi di privatizzazione cui si è fatto riferimento, che in molti casi significa un aumento delle bollette. L’Italia ha una fisionomia geologica molto differenziata ed anche se la disponibilità di acqua è mediamente maggiore che in altre parti di Europa, grandi sono le differenze all’interno del paese.

Come risultato, un italiano su tre non ha accesso ad una quantità sufficiente di acqua potabile, anche se l’Italia ha il tasso pro capite di consumo domestico di acqua più alto fra i paesi dell’Unione Europea (78 metri cubi per famiglia). La mancanza di un accesso garantito all’acqua è un problema per molti abitanti del sud e delle isole. La percentuale di coloro i quali mancano di una fornitura costante di acqua potabile varia dal 55.3% della popolazione in Sardegna all’88.4% in Molise e in Calabria. In molte zone del Sud Italia l’acqua è garantita soltanto alcuni giorni alla settimana e a volte soltanto per alcune ore. Questo attualmente accade in alcune zone della Sicilia, del Molise e della Calabria.

Numerosi cambiamenti infatti si sono verificati durante i decenni passati nella gestione del servizio idrico. L’ultimo in ordine di tempo e attualmente in formazione è il progressivo passaggio della gestione dal settore pubblico al privato, passaggio in alcuni casi ancora parziale cui si fa solitamente riferimento con l’espressione di “partenariato tra pubblico e privato”. In altre parole il settore pubblico, lo Stato e i poteri locali, non hanno più il monopolio della gestione dell’acqua la quelle passa progressivamente ad aziende private. La legge Galli del 1994, oltre ad aprire alla liberalizzazione del settore, ha provveduto alla formazione degli ATO (Ambito Territoriale Ottimale), organi territoriali incaricati della gestione del sistema idrico nel suo complesso. Ultimamente si è venuto a sapere che la regione Campania- dopo mesi di mobilitazioni dal basso- ha bloccato la privatizzazione dell’ATO 2. Questo significa che la gestione dell’acqua in un parte del territorio campano (Napoli compresa) è rimasta nelle mani del pubblico.Ciò è avvenuto anche in Abruzzo, ma la tendenza generale è quella della privatizzazione. Dalla Toscana alla Sicilia, dal Lazio alla Lombardia i processi di privatizzazione in atto sono sempre più frequenti.

Il problema è a questo punto capire che cosa implica la privatizzazione. Su tre punti attivisti e ricercatori concordano: la privatizzazione ha portato, lì dove essa è in atto da un po’ di tempo (ad esempio Lazio e Toscana), ad un aumento delle tariffe, un peggioramento della qualità dell’acqua, ed un peggioramento generale degli standards del servizio. Numerosi studi in diversi ambiti confermano ciò [a riguardo potete vedere questo l’articolo al seguente link: http: //www.ecologiasociale.org/pg/acqua_home.html]. Quello che avviene è che da una parte l’enfasi del settore privato sulla necessità di incrementare le tariffe, senza le necessarie misure sociali, può trasformarsi in un pericolo reale per i meno abbienti, d’altra parte pare chiaro che più acqua il privato vende più profitto ne trae, principio che non può che avere effetti negativi sulle risorse idriche e sull’ambiente in generale.

MARCO: Ma non vi sono state forti resistenze a livello locale che sono divenute un alto momento di partecipazione democratica? Non vi sono stati movimenti che hanno saputo fermare localmente il processo di privatizzazione?Oggi non è necessario avere ora un forum nazionale?

ANTONIO: Tutto ciò ha avuto come reazione la creazione di coordinamenti e situazioni di lotta nella quale cittadini, sindacalisti, ambientalisti ecc. si sono organizzati per resistere alla privatizzazione dell’acqua. Sul territorio italiano vi sono infatti ormai numerose coalizioni in difesa dell’acqua pubblica. In Abruzzo, l’Alleanza per l’Acqua (una coalizione d’organizzazioni della società civile, gruppi ambientalisti, sindacati e fori sociali) si è mobilitata per assicurare che l’acqua rimanga in mani pubbliche. Con le mobilitazioni si è riusciti a far sì che cinque ATO (Lanciano, Pescara, Teramo, l’Aquila ed Avezzano) decidessero di opporsi alle privatizzazioni e di muoversi verso un modello di gestione pubblica che contempla una maggiore partecipazione dei cittadini e l’applicazione di tariffe sociali. Ci sono persone che scommettono per un modello pubblico di gestione dell’acqua efficace e sostenibile: la mobilitazione in Campania ha portato ad un parziale risultato simile a quello ottenuto in Abruzzo. Nel luglio 2005, Riccardo Petrella, uno degli esponenti di spicco del movimento che si batte contro la privatizzazione dell’acqua, è stato nominato presidente dell’ente pubblico che ha in gestione gli acquedotti della Puglia, sicuramente una buona notizia per chi si batte per politiche idriche sostenibili. La fallita privatizzazione degli acquedotti pugliesi e la successiva nomina di Petrella sono chiari segni del fatto che vi sia una certa qual preoccupazione nella società civile italiana sui disegni di privatizzazione dell’acqua. Recentemente la società civile si è opposta alla privatizzazione dell’acqua anche in Lazio, e l’aumento delle bollette ha causato razioni in Sicilia: al di là dei pochi esempi citati un vento contro la privatizzazione sta attraversando gran parti d’Italia. Facendo leva sul concetto che l’acqua sia un bene comune, cui tutti devono avere accesso, i movimenti sociali concentrano la propria critica su questo punto principale, ovvero che la privatizzazione non è sostenibile né socialmente né per l’ambiente. Grazie a qualche risultato tangibile, sembrerebbe che il movimento stia guadagnando una qualche eco mediatica e spazio politico, comprendendo partiti politici (Rifondazione Comunista, Verdi), gruppi ambientalisti, settori dei sindacati e una società civile molto attiva. Contemporaneamente l’attività locale si sta allargando su dimensione nazionale: il movimento crede che una campagna contro la privatizzazione dell’acqua a un livello regionale non sia più sufficiente. Ecco perché si è tenuto a Roma il prossimo 10-12 Marzo un forum nazionale contro la privatizzazione dell’acqua, il cui doppio fine è stato l’elaborazione di una legge popolare in difesa della gestione pubblica dell’acqua e la creazione di un osservatorio sull’acqua.

MARCO: Quali sono le modalità di lotta nazionale che si stanno delineando? Nel prologo del testo a cui tu hai collaborato il curatore sostiene che è necessario combattere la privatizzazione dell’acqua evitando un semplice ritorno al passato, cosa ne pensi? In merito ritengo particolarmente stimolanti le sperimentazioni in atto in Argentina e Bolivia. Dove il servizio è gestito dalle cooperative e gli utenti hanno il diritto di controllo attraverso, ad esempio, con le elezioni degli organi di governo. In diverse città del Brasile la gestione dell’acqua si sta intrecciando al bilancio partecipativo. Esso può essere, se non la panacea, un utile strumento per migliorare la gestione delle risorse idriche.

ANTONIO:Purtroppo la proposta di una legge popolare (chiesta con più di cinquantamila firme) è stata rifiutata dalla giunta provinciale Toscana e, a mio parere, questo non può che essere il risultato di una legge di iniziativa popolare a livello nazionale. Gli interessi dietro la gestione dell’acqua (un po’ come è venuto fuori chiaramente con la questione della TAV e del ponte sullo stretto) sono trasversali ai partiti politici ed anche un eventuale governo di centro sinistra non sarà molto interessato a fermare la privatizzazione dell’acqua.

Io credo che sia necessario affrontare la questione da un altro punto di vista: il problema di fondo sta nella nozione di pubblico. Quando il movimento chiede alle istituzioni un ritorno al pubblico vuole forse tornare al “vecchio” sistema pubblico di gestione? Se il privato, come ampiamente dimostrato da più parti non funziona, verso quale modello di pubblico vogliamo andare? Personalmente non vorrei tornare alla gestione pubblica statale quale abbiamo conosciuto in Italia.

Tangentopoli (nelle cui maglie caddero molti funzionarie di aziende municipalizzate - pubbliche!- dell’acqua) è stata solo la punta di un iceberg di un sistema clientelare e spesso mafioso di gestione delle risorse idriche in Italia. Proprio la sfiducia nei confronti del settore pubblico è una delle ragioni che hanno spinto a “tuffarsi” nel privato. Più che confidare nelle istituzioni è necessario portare avanti una continua opera di informazione e sensibilizzazione sul tema dell’acqua. Certo è una via tortuosa, soprattutto in un momento storico nel quale l’attenzione dei cittadini verso la cosa pubblica sembra così rara, ma è, credo, ineludibile, se si vuole approdare ad un sistema di gestione pubblico, popolare e veramente partecipato, in vista di una piena autogestione delle risorse idriche da parte degli abitanti. Questa è la nozione di pubblico cui bisognerebbe tendere.

Se l’autogestione e il controllo diretto delle risorse da parte dei cittadini sono pratiche non pienamente attuabili all’interno dell’attuale sistema, sicuramente ci possono essere esperimenti, seppure parziali e ambigui di partecipazione alla gestione dell’acqua, che vale la pena mettere alla prova. Non possiamo però dimenticarci che tali sforzi non dovrebbero essere visti come fini a sé stessi, abbaglio assai comune all’interno dei movimenti che si oppongono alla privatizzazione, ma che essi sono validi proprio in quanto prefigurano in maniera parziale un modello futuro di autogestione. Certamente c’è un’opposizione diffusa alla privatizzazione dell’acqua che potrebbe implicare una vasta opposizione alla privatizzazione dei servizi pubblici nel loro insieme.

Tuttavia la resistenza contro la privatizzazione e per un recupero del concetto di “interesse pubblico” non si può limitare ad un cambiamento da una gestione privata ad una pubblica statale, tanto più che vi è larga consapevolezza che il servizio pubblico quale è stato in Italia per molti anni debba essere riformato. La lotta contro la privatizzazione va portata avanti insieme alla definizione di un nuovo concetto di pubblico, autogestionario e non statale.


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