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La comunicazione a senso unico

L’ambiente, carico di rumori di fondo e suoni tecnologicamente mediati, resta la prima causa di una comunicazione interattiva che in realtà non è più tale poiché è venuto meno lo scambio tra le parti.

di Silvia Zambrini - mercoledì 18 maggio 2022 - 2271 letture

"La gente parla tanto senza dire niente"... "Tutti parlano nessuno ascolta"... In tanti se ne lamentano. Ma da dove viene tutta questa ansia? Perché proprio adesso che è tanto facile comunicare a distanza? Quanto dipende dalla persona, quanto dall’ambiente?

Identifichiamo i luoghi in cui ancora è possibile parlare ed essere ascoltati senza sforzo, così che risultino su un’apposita guida attraverso cui poterli scegliere: www.fana.one/mappa. Per segnalarli rivolgersi a freeacousticneutralarea@gmail.com, senza alcuna formalità e impegno.

Il bisogno di parlare incessantemente anziché esaurirsi in un singolo sfogo si auto riproduce, come l’appetito per un bulimico, la voglia di fumare per un tabagista. Ma anche l’ambiente fa la sua parte. Come ci si adegua ai climi, ai colori e agli scenari, così avviene con l’ambiente sonoro. Quello che attualmente fa da sfondo continuo in sempre più luoghi è caratterizzato da musiche e parole registrate, secondo un modello di comunicazione unidirezionale: la radio parla da sola e, anche se nessuno l’ascolta, continua a parlare.

La comunicazione dal vivo imita questi aspetti di non alternanza tra le parti con la frequente interruzione dell’altro, la distrazione nei suoi confronti. Come si apprende facilmente una lingua stando sul posto, così ci si abitua a parlare a voce alta (come il timbro meccanico del sonoro diffuso), a non aspettare che la frase dell’altro si concluda (come trattandosi di uno speaker alla radio): un esempio negativo soprattutto per i più giovani, che nemmeno conoscono il modello di conversazione equilibrata, simmetrica, perché gli adulti spesso si sono adeguati a quello parziale di monologo ossessivo da una parte e finto ascolto dall’altra.

Silenzio

Come per il sonoro di una tecnologia, lo sproloquio può durare all’infinito senza essere controbattuto. Motivi di confronto aperto su temi importanti non mancherebbero ma la comunicazione a senso unico riguarda per lo più questioni quotidiane di incombenze, attività del tempo libero, secondo una vacuità di contenuti che risale a quando la proliferazione di emittenti commerciali imponeva il modello unidirezionale a tutte le ore e non più solo nelle case. In un continuum di ascolto involontario nelle stazioni, punti vendita, fast food ecc., fino a una sorta di assuefazione sociale ora difficile da contrastare.

Crisi della politica che ha mostrato via via i suoi lati peggiori, illusione di sentirsi meno soli sfruttando le tecnologie, paura durante il Covid e adesso la minaccia di un nuovo conflitto mondiale: tante possono essere le cause che portano a parlare a se stessi e per se stessi, a non ascoltare l’altro, a non ricordare. Con la memoria che, pur restando propulsore di sapere e innovazione, si riduce a un fatto etico, celebrativo di particolari eventi storici. Ma l’ambiente, carico di rumori di fondo e suoni tecnologicamente mediati, resta la prima causa di una comunicazione interattiva che in realtà non è più tale poiché è venuto meno lo scambio tra le parti.

Eppure esistono dei luoghi condivisi come i bar e i ristoranti in cui è possibile conversare agevolmente (cosa che alla fine tutti desiderano), in assenza di colonne sonore assordanti. Ciò non risolve quelli che sono i motivi di ansia da esternazione verbale e monopolio della parola ma la comunicazione unilaterale, una volta messa a nudo dallo sfondo silenzioso, tende inevitabilmente ad inibirsi, a redistribuirsi.


Questo articolo è pubblicato anche su Fana.one



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