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La Rocca di Cefalù nel romanzo di Franco Venturella

Rocca di luce, il romanzo d’esordio di Franco Venturella (Asterios Editore, Trieste 2022, pp. 202, euro 19,00)

di Augusto Cavadi - mercoledì 23 novembre 2022 - 899 letture

Il romanzo d’esordio di Franco Venturella (Rocca di luce, Asterios Editore, Trieste 2022, pp. 202, euro 19,00) ha due protagonisti principali: Manuel (di cui si segue la vicenda biografica dagli anni dell’adolescenza sino alla piena maturità) e la città di Cefalù (dove ho insegnato più di una volta prima di entrare di ruolo nelle scuole statali).

Rocca di luceNel romanzo si evoca la condizione di speciale protezione di una famiglia di cui faceva parte un “testimone di giustizia” e, in proposito, mi sono tornati in mente due episodi di segno opposto legati alla città normanna. Il primo è il senso civico di una collega, la professoressa La Grua, che – invece di ricorrere al sotterfugio di certificati medici falsi – accettò con coraggio e responsabilità la nomina a giudice popolare in un importante processo di mafia: fu la prima di una serie non breve di persone di mia conoscenza, con alcune delle quali sono diventato amico, che non si sono sottratte al compito di cittadine.

Purtroppo il secondo episodio, legato anch’esso al sistema di dominio mafioso, è di segno opposto. Al liceo scientifico di Termini Imerese avevo avuto un alunno modello con il quale si era instaurata una bella intesa. Quando, qualche anno dopo, mi ero ritrovato a insegnare a Cefalù, mi fu spontaneo cercarlo e chiedergli un appuntamento durante un’ora libera dalle lezioni del mattino. Mi accolse con cortesia, ma estrema freddezza. Sul momento non capii. Ma nei mesi e negli anni immediatamente successivi mi si chiarì il quadro: Massimo Capomaccio era diventato un adepto di Cosa nostra, aveva rinnegato gli ideali giovanili e tentato la scalata dentro l’organizzazione criminale. Conobbe la prigione e, poi, gli effetti dell’inesorabile ’giustizia’ mafiosa: cadde crivellato di colpi in un bar di Palermo.

L’altro protagonista del romanzo, Manuel, mi ha indotto a un viaggio nella memoria di cui mi viene meno facile parlare. Quarant’anni fa, quando frequentavo Cefalù, ero un po’ anch’io Manuel o, potrei dire equivalentemente, un po’ Franco Venturella: un cattolico - democratico, non bigotto, aperto al confronto - ma un cattolico. Già allora vi erano aspetti del cattolicesimo che mi sbalordivano più che scandalizzarmi. In treno un anziano prete della diocesi di Cefalù, collega di religione, mi chiese una volta come mai mi capitasse di salutarmi con colleghe e alunne scambiandomi abbracci e spesso bacetti sulle guance: “Capisco che ai miei tempi si esagerava quando, in seminario, ci dicevano che il diavolo entra in noi attraverso gli occhi delle donne; ma arrivare ad abbracciare ragazze e giovani signore senza provare turbamenti mi pare davvero incredibile...”.

Comunque lo studio della teologia, che mi ha sempre appassionato e mi appassiona, quasi inscindibilmente dallo studio della filosofia, mi ha gradualmente spostato su posizioni che oggi si chiamano “post-teistiche” e “post-religionali” (e che preferisco denominare “oltre-cristiane”). Le pagine di questo romanzo mi hanno dunque fatto rivivere con nostalgia quegli anni in cui credevo con sincerità e convinzione c he la narrazione cattolica – tanto consolatrice - fosse sostanzialmente vera. E che la crisi della Chiesa fosse una questione di coerenza soggettiva dei papi, dei vescovi, dei preti, dei fedeli in servizio permanente ed effettivo. Insomma, mi hanno fatto rivivere lo stato d’animo che caratterizza ancora Franco Venturella. Con molta onestà egli dipinge una chiesa del futuro senza più praticanti, soprattutto fra i giovani. Ma dà l’impressione che si tratti di una crisi di linguaggio, sia verbale che soprattutto gestuale: con un aggettivo troppo bucolico per i miei gusti, una crisi pastorale. Magari fosse così, mi è venuto di commentare fra me e me! Magari non ci fosse un abisso fra la semplicità essenziale dell’annunzio evangelico e tutta quella montagna di dogmi e di precetti sotto cui le chiese cristiane (cattolica in primis) hanno seppellito quella piccola sorgente di acqua fresca!

Faccio un solo esempio: nel romanzo si immagina che Cefalù bruci e che si ricorra all’intervento del Cristo Salvatore per evitare che l’incendio, già grave, provochi danni ancora più gravi. Lo abbiamo visto di recente con l’epidemia del covid: dall’immagine tragica e commovente del papa con la croce in una piazza san Pietro deserta battuta dalla pioggia agli elicotteri affittati per far girare nei cieli statue della Madonna in funzione terapeutica...Ma veramente pensiamo che Dio possa e voglia intervenire, come un puparo buono, per rimediare ai guai che compiamo amministrando disastrosamente la natura, le industrie, gli scambi commerciali? Ma veramente possiamo credere in un Dio tappabuchi da cui già Bonhoeffer prendeva le distanze davanti all’orrore nazista?

Non so se nei prossimi decenni la Chiesa cattolica, un po’ come molte altre confessioni religiose più che millenarie, imploderà. Spero però che dalle macerie del sistema dottrinario-istituzionale medievale si salvi il nucleo del messaggio originario evangelico: che l’umanità si salverà solo praticando amore. Non solo eros (e nel romanzo non viene trascurato) né solo amicizia (anch’essa valorizzata), ma anche agape: dono gratuito, disinteressato, asimmetrico, unidirezionale (di cui molti personaggi del romanzo tessono le lodi e che è, per così dire, il tema specifico, anche se non esclusivo, della testimonianza gesuana). Questa perla della tradizione plurisecolare cristiana – sporcata da troppe infamie imperdonabili – dovrebbe, col tempo, delegittimare ogni strumentalizzazione ideologica del nome di Cristo. E su queste tematiche il mio accordo con l’autore torna a farsi totale. Egli non esita a denunziare le ipocrisie di quanti tradiscono i dettami più elementari della giustizia e della compassione. Ciò avviene a Destra:

“I simboli religiosi, a volte, vengono utilizzati non per quello che rappresentano, ma come elementi decorativi. Pensate al crocifisso, divenuto ornamento di moda o portafortuna, o considerato alla stregua di suppellettile dell’arredo negli uffici pubblici, perdendo quel senso forte e provocatorio dell’amore gratuitamente donato per i fratelli. Persino il rosario viene esibito dai politici per usi impropri. Del resto, una certa cultura considera il Vangelo un vademecum di buoni sentimenti o semplicemente una morale come tante. Mentre la fede richiede la disponibilità ad andare controcorrente, ad assumere un punto di vista sul mondo e sulla storia spesso in contrasto con il pensiero dominante” (p. 115).

Ma avviene anche a Sinistra:

“C’è una città che vedi, che mostra tutta la sua superba magnificenza, dove le vetrine ostentano una ricchezza eccessiva e invereconda, e la città che non vedi, anzi che fa comodo non vedere, persino da parte di quelle forze politiche che dicono, a parole, di stare con i poveri” (p. 138).

Forse è toccata alla nostra generazione assistere al paradosso di un cristianesimo che si avvia la tramonto senza aver prima raggiunto il suo mezzogiorno.


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