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Treni d’amore

Treni d’amore / di Maurizio Garuti. - Bologna : Minerva, 2024. - 280 p. - (Egida). - ISBN 978-88-3324-693-2.

di Alessandro Castellari - venerdì 12 aprile 2024 - 416 letture

È il 1994. Alfredo è ormai anziano, ma da tanti anni è ossessionato dall’incubo di un treno che gli stride davanti, sferraglia e passa, mentre dall’interno sente voci che gridano. Abita ancora in via Fondazza nella casa dei suoi genitori che avevano un forno. Un giorno, sfogliando il “Carlino” in un caffè di Strada Maggiore, legge l’annuncio funebre della morte di Anna Ottolenghi, “professoressa emerita di storia dell’arte”.

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Copertina di Treni d’amore di Maurizio Garuti

Qui la narrazione di Treni d’amore procede con una analessi che ci fa tornare al 1943, quando Alfredo ventenne è stato appena assunto in ferrovia e proprio nel suo primo viaggio, in una sosta di tre ore del treno a Venezia prima del ritorno a Bologna, incontra Anna: “La danza dei suoi capelli, biondi e ondulati, fuoriuscivano da un basco verde portato di sghimbescio sul suo capo”. Nulla sa di lei, che sia una giovinetta ebrea, che sia stata allontanata dagli studi, che abbia sempre fame perché non le è concessa la tessera annonaria. Sa solo che ne è innamorato. Anna lo trascina in un mondo per lui sconosciuto, quello della bellezza artistica. Gli parla di Giorgione, Tiziano, Tintoretto che Alfredo crede siano suoi amici, e quando si danno appuntamento a Firenze “gli intima” di prepararsi su Giotto.

Maurizio Garuti in questa storia d’amore dal dominante registro drammatico è capace di inserire momenti di grazia sorridente, come il tentativo di Alfredo, consultando per la prima volta un libro d’arte, di capire cosa significhi che Giotto supera “gli stilemi bizantini”; o, dopo che Anna lo ha portato a Firenze ad una piccola mostra su Giorgio Morandi, cosa vogliano dire “la luce risentita” e “la luce interiore” della metafisica morandiana”. Sì, “il pittore delle bottiglie” come dice la gente a Bologna, lo scontroso Morandi che vive con le tre sorelle ed è suo dirimpettaio in via Fondazza! Per amore di Anna riesce a rubare al vicino di casa una piccola tela per portarla a Firenze. Quella tela costituirà il colpo di scena finale del romanzo.

Ma il suo centro drammatico è costituito dall’arrivo nella stazione di Bologna di un treno carico di ebrei deportati diretto al nord. Fra lamenti indistinti dietro le staffe di ferro, Alfredo sente la voce di Anna che lo chiama; e non riesce a far nulla per fermare il treno, per liberarla dal suo destino. L’incubo del treno lo perseguiterà per tutte le notti, per tutta la vita.

La bella prosa di Garuti dà valore narrativo anche ad altre figure: come quella di zio Vittorio, un down, un “mongoloide” come si diceva allora, che nella sua limitatezza sa cogliere l’essenziale, quello degli affetti; o come la figura di Tagliavini, il capo di Alfredo, sempre burbero e oppresso da una pena segreta, ma sempre capace di capire i bisogni degli altri; e soprattutto la figura di Marcella che ci appare fin da subito come ragazza sorridente, vicina ad Alfredo, ninfa gentile piena di sollecitudine amorosa.

La qualità della scrittura si misura anche dai dettagli: una cucina economica col tubo della stufa stretto da una raggiera metallica su cui è appesa la biancheria da asciugare; il turbinio delle rondini a caccia degli insetti snidati dal primo sfalcio dell’erba medica; la cadenza di un kaddish intonato dal rabbino durante una cerimonia funebre ebraica. L’arte del dettaglio è una grande regola dello stile.


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