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Il delitto di via Poma tra pregiudizi e luoghi comuni

Una successione di pregiudizi come probabile ragione dell’insuccesso delle indagini sull’assassinio di Simonetta Cesaroni.
di Stefania Tiezzi - mercoledì 18 novembre 2020 - 704 letture

I trent’anni dall’uccisione di Simonetta Cesaroni, se da un lato hanno visto giornalisti, criminologi, investigatori, avvocati e semplici appassionati dividersi sul nome dell’assassino della giovanissima segretaria, dall’altro li hanno uniti in un unico grande abbraccio: quello del pregiudizio e del luogo comune.

Dove la Giustizia ha fallito, hanno trionfato i cliché.

Trent’anni di luoghi comuni che nessuno ha nemmeno per sbaglio tentato di scardinare per offrire una lettura diversa che potesse suggerire una svolta; una pista imbattuta che potesse accompagnare gli inquirenti se non sulla strada della verità, almeno su quella di una nuova ipotesi di quanto successe quel tragico pomeriggio del 7 agosto 1990.

Luoghi comuni che hanno orientato le indagini verso il movente di natura sessuale come unica ragione del delitto e dalla quale nessuno si è mai allontanato. Ed è qui che le indagini si sono impantanate da decenni. Ma vediamoli in dettaglio.

Gli abiti di Simonetta e la ‘seduzione’ di un incontro segreto

Simonetta quel pomeriggio indossa i suoi gioielli più preziosi:orecchini, bracciale, collana, un anello (portati via dall’assassino e mai più ritrovati). Ha un paio di leggings e una giacca sotto la quale un sobrio corpetto a vista nasconde la biancheria intima. Un paio di semplici scarpette sportive indossate sopra corti calzini bianchi di cotone completano l’abbigliamento della ragazza.

Proprio i gioielli e il corpetto hanno indotto a immaginare che Simonetta avesse un incontro segreto con un uomo conosciuto poco prima (una sorta di ‘chiodo scaccia chiodo’ dicono, per superare l’impasse della storia con Raniero Busco che non ricambiava il suo amore) e che sarebbe diventato il suo carnefice.

Fedeli al cliché che vuole la donna ‘farsi bella’ per un uomo e mai per se stessa, si dimentica che se quel pomeriggio qualcuno non avesse posto fine alla sua breve vita, dopo il lavoro Simonetta si sarebbe recata al solito bar a salutare il gruppo di amici in procinto di partire per le vacanze. Da qui, verosimilmente, quel tocco di eleganza in più data dai monili.

Il corpetto, scelto da ogni donna che non voglia esibire l’intimo sotto la giacca lasciata aperta in estate, diventa ricercata biancheria indossata a scopo seduttivo. Non importa se assai difficilmente una donna indosserebbe le scarpe stile Superga con calzini bianchi preparandosi ad un incontro d’amore, anche se la bellezza di Simonetta avrebbe reso qualunque straccio un abito di ‘haute couture’: per gli esperti Simonetta, riservata, fedele e professionale, si accingeva ad incontrare un uomo sul posto di lavoro.

La vita di Simonetta è stata scandagliata senza rispetto cercando amanti, storie proibite, allusioni a una doppia vita, un triste deja vu che rimanda al delitto di Alberica Filo della Torre, infamata da scribacchini e azzeccagarbugli e salvata in corner dall’esame del DNA trovato sul lenzuolo con il quale la giovane contessa fu strangolata.

Quasi come se un lato proibito e pruriginoso dovesse fare sempre da scenario alla morte oscura delle vittime femminili di un assassinio.

Stilettate e ‘sesso debole’

Sono 29 le stilettate che hanno martoriato il corpo della povera Simonetta: quasi sicuramente un’arma bianca come uno dei tagliacarte presenti negli uffici dell’A.I.A.G. di via Poma. La responsabilità femminile del delitto viene esclusa a priori: una donna non avrebbe avuto la forza necessaria per affondare la lama di un tagliacarte nel corpo della ragazza, sentenziano i nostri esperti. L’assassino, di nuovo, è per forza un uomo. Possibilmente ’giovane ed atletico’.

Senza andare a scomodare Messalina e Agrippina, ci basti ricordare i delitti efferati per gelosia e odio di Rina Fort, Leonarda Cianciulli (la “Saponificatrice”), la coppia Annamaria Botticelli e Maria Filomena Sica, Erika de Nardo, Rosa Bazzi, Sabrina Misseri.

Simonetta è stata stordita da un potente schiaffo che l’ha gettata a terra e molto probabilmente le ha causato la morte immediata alla quale hanno fatto seguito i 29 colpi inferti a corpo inerme: nessuna donna avrebbe difficoltà ad aggredire una ragazzina di 50 chili con un manrovescio potente e inaspettato per poi infierire sul corpo immobile con un tagliacarte.

Tuttavia, per reggere la (sola e unica) tesi del movente sessuale occorre spazzar via ogni declinazione del male al femminile e continuare a modellare gli scenari sulla responsabilità maschile del delitto.

L’uomo potente del quartiere Prati e la segretaria di periferia: il delitto di ‘classe

Questo aspetto merita una certa attenzione perché comprende un duplice ordine di pregiudizi : sessista e classista.

Come l’assassino si sia introdotto negli uffici di via Poma dove Simonetta lavorava quel pomeriggio è uno dei tanti punti oscuri di questo caso. Era già dentro ad attenderla? Sono arrivati insieme lui e Simonetta? Aveva le chiavi degli uffici? Se a Simonetta, come sappiamo, era stato raccomandato di tenere le chiavi nella serratura per sicurezza, allora forse l’assassino ha suonato. Ma Simonetta, attenta e cauta come racconta la madre:“anche a casa controllava sempre lo spioncino della porta prima di aprire”, non avrebbe mai aperto a nessuno a meno che il soggetto non fosse conosciuto o un suo superiore.

Se accettiamo l’ipotesi che chi ha ucciso ha suonato, questi è inevitabilmente un soggetto facente parte del palazzo che Simonetta conosceva o dell’ambiente di lavoro della ragazza, poiché difficilmente avrebbe aperto ad uno sconosciuto. I nostri esperti, tuttavia, non escludono che a suonare possa essere stata una persona, ovviamente di sesso maschile! non nota a Simonetta ma che sarebbe riuscita ad irretirla grazie al suo potere e al suo prestigio derivatogli dalla sua posizione sociale. E dall’ essere uomo, ça va sans dire..

Dunque ci troviamo davanti alla modesta segretaria del quartiere Don Bosco di Roma che acquista i suoi abiti da Postalmarket, come sottolinea ‘l’élite’ degli esperti ( chi non ha mai acquistato almeno una t-shirt sul famoso antesignano delle vendite a distanza?Ricchi e poveri, questo catalogo in casa lo avevamo tutti) in totale sottomissione al tronfio professionista in Barbour (un capo? un direttore?)che abilmente riesce a rompere gli indugi e a farsi aprire per poi tentare un approccio sessuale al quale Simonetta, totalmente dominata dalla superiorità dell’uomo ‘colto e di prestigio‘ (sic) inizia a cedere accettando l’invito a spogliarsi, come se le avances di ceto sociale elevato fossero meno odiose di quelle provenienti da Centocelle. Ma tant’è.

In realtà le testimonianze di parenti e amici, nonché le riflessioni affidate al suo diario segreto, descrivono una Simonetta tutt’altro che remissiva ma dal carattere tosto e determinato e dalla risposta pronta. Quel carattere forte e fiero che si forgia proprio nei quartieri meno agiati e più difficili come quello della periferia a sud est di Roma dove la ragazza viveva e dove era cresciuta. Simonetta, insomma, ragazza preparata, studentessa modello e una delle pochissime ( probabilmente l’unica) a saper utilizzare bene il PC in quegli uffici (e non era affatto scontato nel 1990)non aveva nulla da invidiare ai suoi colleghi se non qualche banconota in più nel portafoglio.

Ma la vulgata della umile segretaria indifesa, sedotta dalla superiorità intellettuale ed economica di uno dei suoi capi, è ormai attecchita nelle menti degli esperti del delitto di via Poma. Di nuovo la scena viene fatta aderire alla tesi del movente sessuale.

Una riflessione...

Quelli appena elencati sono sicuramente i luoghi comuni principali che accompagnano da decenni l’esame del delitto di via Poma e che rappresentano l’armatura necessaria per difendere la tesi del movente sessuale. Talmente sessuale che Simonetta non subì alcuna violenza.

Indagini più accurate e approfondite avrebbero dovuto prevedere anche la possibilità di una responsabilità femminile nell’omicidio che non è così peregrina come qualcuno sostiene. C’è da chiedersi se non sia stata proprio la sequela di pregiudizi uniti all’innamoramento della tesi del movente sessuale ad aver determinato, insieme alle ben note lacune investigative, la ragione dell’insuccesso delle indagini.

È solo una domanda, forse non è così, ma occorre valutare ogni aspetto, scandagliare ogni vizio e ogni errore, invitare a cambiare visione allargando la visuale anche a costo di abbandonare un vecchio amore (il solito movente) per uno nuovo e più fortunato.

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