Gli impastati e l’imp(r)estate della politica

“Dobbiamo procurarci Das Kapital il capitale di cui abbiamo tanto bisogno per sopravvivere e ricordatevi sempre che solo in Italia la pasta la si fa in casa e gli spaghetti si cuociono bene”.

di Deborah A. Simoncini - venerdì 26 gennaio 2024 - 882 letture

Si ritrovarono a pranzo nel ristorante calabrese “la Pentola d’oro” di Sesto San Giovanni e tra risotto ai funghi silani e pennette mantecate nella mezza forma di parmigiano con vodka alla fiamma si concessero l’uno all’altra in un intenso e spregiudicato amore. Brevi le frasi e di intensa spiritualità, in piena autonomia.

“Sono il gastropurista, ancor più di Lollo, nuovo sacerdote della tradizione culinaria italiana. La mia storia gastronomica è fortemente ideologizzata dalla tradizione. Piatti sempre identici che hanno superato la storia per arrivare indenni sulle nostre tavole. L’essere antico e stabile nel tempo definiscono cosa si può considerare tradizionale e cosa no. Ho inventato piatti di pasta famosi e laboriosi, geniali. Con pochi ingredienti ho messo le mani in pasta e creato piatti indimenticabili. Le mie specialità recenti sono tradizionali e tutt’altro che stabili. Non ci dobbiamo stupire se una lasagna o un’amatriciana di un secolo fa non sono le stesse che mangiamo oggi?

Alla cuciniera bolognese che guida il PD e si ostina a voler diventare la capa dell’opposizione dico di scorrere l’indice del libriccino di ricette stampate a Bologna nel 1874: non troverebbe neanche una ricetta di pasta, niente ragù, né tagliatelle, né lasagne, né cannelloni, perfino i tortellini mancano all’appello. Si va dalla “Zuppa alla tedesca”, a quella alla portoghese o alla catalana, al Mano all’inglese, o in “bis-tek”.

Cosa ne sa Ellen della “Fonduja alla monferrina”, per non parlare della “Testa di vitello alla vercellese”, dei “Filetti di lepre in civet” e dei pollastri al formaggio? I manuali di cucina elitari: esprimono l’alimentazione delle corti, della nobiltà e dell’alta borghesia. La cucina quotidiana degli strati più bassi della società ha delle lacune principali anche quando i poveri mangiano meglio dei ricchi. Mi riconosceranno come una preziosa testimonianza storica: “Maestro Matteo”, il più grande cuoco del regime e della politica italiana del Duemila.

Non a caso gli “spaghettoni Matteo” hanno superato da tempo le fettuccine Alfredo; negli Stati Uniti le hanno trasformate in un piatto condito con una crema a base di panna e formaggio, insaporita a volte con aglio e prezzemolo. Anche per contrastare tutto questo abbiamo brevettato i sughi “Matteo&Lollo”: presenti nei supermercati americani in busta e in barattolo, si preparano con acqua e burro, pronti da versare sulla pasta, ma anche sulla pizza. Il semolino lo impasto con le mie mani e lo condisco con burro e parmigiano freschissimi. Li miscelo perfettamente fino a ottenere una salsa vellutata e avvolgente. Ci vuole tutta una tecnica sapiente per conferire al condimento morbidezza straordinaria. L’impasto va preparato con un chilo di farina, cinque tuorli d’uovo, un bicchiere d’acqua e un pizzico di sale. Il servizio al tavolo la vera chiave della ricetta: con un grande cucchiaio e una forchetta spargo il parmigiano sugli spaghetti e inizio a girarli e rigirarli.

La ricetta sembra molto semplice da realizzare: l’importante è “non cosa si fa, ma come lo si fa”. Da vero gran maestro di cerimonia conquisto i commensali perché so metterli al centro della scena. La “pastasciutta” è stata sempre condita col formaggio grattugiato. Giorgia convenne: in questi anni ho maturato molti debiti di gratitudine. Mi accusano di causare danni ad altri con mezzi occulti, vale a dire d’essere una strega, nel mondo anglofono witch, solo perché credo nella magia, me ne servo e ne faccio uso. Possiedo l’arte della parola, so che le parole sono importanti e vanno scelte con cura. Per rendere più umano e giusto il mondo sono capace di ferire e soggiogare.

Nata imparata sono diventata una figura familiare. I fatti parlano chiaro: so ottenere quello che voglio, nell’individuare le strategie e quando serve attaccare o difendermi. Sono stata figlia ribelle di un padre militarista e violento che voleva passare per avventuroso. Un uomo malvagio, sleale e ingrato. Da primo servitore dello stato amo la musica: suono e compongo con estro. Lettrice instancabile, dialogo con i filosofi. Il mondo è molto cambiato rispetto a quando sono nata, anche per questo ho una vita emblematica e per molti aspetti straordinaria. So bene che la guerra è un affare sporco, sanguinoso e feroce e per questo cerco di starci alla larga.

Come Winston Churchill, nata con una pronuncia non troppo limpida, grazie all’esercizio e alla retorica diventerò sublime. Il mio parlare sa ben essere persuasivo, perché so che le parole devono avere calore e potenza persuasiva. La violenza fisica è un’alternativa alla persuasione? Minacciare di fare del male può risultare convincente, ma ci si può sempre imbattere in qualcuno più grande, grosso e cattivo. Fa differenza il soccombere in una disputa e rischiare di farsi accoppare in uno scontro fisico.

Da parte mia so riconoscere gli yes-men che accompagnano la carriera dei dittatori e so bene che la retorica ha potere manipolatorio e consente a chi parla meglio di ottenere di più perché nell’adattarsi creativamente all’ambiente si ha più possibilità di sopravvivere e riprodursi.

Matteo, consapevole che gli individui imparano sempre gli uni dagli altri, nell’elogiare i pensieri di Giorgia la chiamò “la Grande” e da quel giorno così i fratelli d’Italia le si rivolsero.

Lei, avvampata in volto, mentre si sforzava di dominare la collera, urlò con aria risentita: “Dobbiamo procurarci Das Kapital il capitale di cui abbiamo tanto bisogno per sopravvivere e ricordatevi sempre che solo in Italia la pasta la si fa in casa e gli spaghetti si cuociono bene”.


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