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Giovani e scuola

Articolo di Concetto Martello sulla lettera degli alunni dello "Spedalieri"
di Redazione - mercoledì 25 aprile 2007 - 9743 letture

Giovani e scuola Ho seguito con interesse il dibattito sul disagio e le domande dei giovani, che è stato suscitato dall’appassionata lettera di alcuni studenti del Liceo “Spedalieri”, accostata per questo alla Lettera a una professoressa (scritta quarant’anni fa dagli allievi della scuola di Barbiana e dal loro maestro, Lorenzo Milani), magari un po’ enfaticamente e tutto sommato impropriamente, in quanto quest’ultima era una rigorosa messa in questione degli “assoluti” ideologici e didattici che irregimentavano la società e la scuola del tempo, mentre la nostra – direi all’incontrario – è nient’altro che un’accorata richiesta, ovviamente pienamente congrua alla corretta dialettica tra le diverse componenti dell’“universo” scolastico, di attenzione e di verità. Tale tema si sviluppa nell’“appello”, ed è stato poi sviluppato dai partecipanti al dibattito, su due piani, che spesso si confondono ma che, a mio avviso, vanno tenuti distinti: da un lato la denuncia, o quanto meno la constatazione, di una demotivazione degli insegnanti ritenuta diffusa; dall’altro lato la struggente “nostalgia dell’altro”, che sconfina, o tende a sconfinare, nel bisogno dell’“assolutamente altro”, inteso come risposta rassicurante e onnicomprensiva a ogni emergere di un’alterità conflittuale o semplicemente diversa dai modelli consueti. A proposito del primo aspetto, il discorso inevitabilmente accomuna al disagio dei giovani quello degli insegnanti, gli uni e gli altri “vittime” invisibili, finché non siano funzionali a un qualche interesse “forte” che li trascende, di una spietata competizione sociale, in cui, a prescindere da chi “vince”, su cui nondimeno ci sarebbe da dire molto, a chi “perde” non resta che aggredire, per rivalsa o per sentirsi protagonista e “vincente”. Da questo punto di vista, gli insegnanti non sono marziani e non si può pretendere che siano “eroi”, ancorché la nostra terra sia sufficientemente “infelice” da legittimarne la presenza; probabilmente le critiche che in modo implicito o velato sono state loro avanzate in più di un intervento possono non essere ritenute del tutto infondate; forse l’attenzione, la motivazione e la concentrazione che alcuni di essi mettono nella loro attività professionale non sono sempre profuse al massimo grado; e tuttavia, così come avviene anche in occasione di fatti che riguardano gli studenti, e in generale i giovani, ci si accorge di loro e del loro lavoro solo per metterne in evidenza le inevitabili défaillances e difficoltà, l’attenzione dei media di massa non è prestata all’impegno, di certo non meno rilevante e qualitativo di quello profuso dalle altre categorie professionali, con cui è da essi, ciascuno con la sua personalità e le sue risorse umane e culturali, portato quotidianamente avanti il dialogo con i giovani, né all’entusiasmo, che ha dell’eccezionale in relazione a un’attività particolarmente usurante sul piano nervoso, con cui sistematicamente si aprono agli altri e alle loro esigenze, a fronte di un riconoscimento sociale pressoché nullo, per cui tutti si sentono in diritto di giudicarli e sono di fatto incoraggiati a condannarli. Certo l’aspetto della lettera degli studenti che maggiormente ha attratto l’interesse di chi è intervenuto e la legittima risposta di numerosi professori, che non penso possa essere stigmatizzata come segno di hubris, è stato quello riguardante la domanda di “felicità e verità” che verrebbe dai giovani e che inevitabilmente ha determinato due “schieramenti”, quello di chi si è sentito in grado di soddisfare questa richiesta di pienezza e di esaustività, o comunque l’ha ritenuta compatibile con le funzioni della scuola e le responsabilità dei docenti, e quello di chi ha inteso mettere in guardia i ragazzi perché siano in grado di ridimensionare le “figure” e i “miti” della pubblicità, così come le rappresentazioni mediatiche di una realtà meramente pensata, attraverso un rapporto corretto e razionale con la realtà, e rifuggano da “scorciatoie” e semplificazioni. In altri termini, hanno affermato che la scuola non è chiamata a trasmettere valori, non perché essa sia luogo di arida e scettica “riproduzione” dei saperi, ma proprio per il motivo opposto, perché è sede privilegiata del dibattito culturale di un paese e di una città, “spazio” di riconoscimento degli altri e delle diversità. Prendendo spunto da questa contrapposizione di legittime opinioni, che in quanto tali non qualificano una scuola buona o cattiva, il mio illustre collega e autorevole editorialista Pietro Barcellona ha mediato, da buon magister, tra opponentes e respondentes, evidenziando nella laicità un “terreno” che gli uni e gli altri possano riconoscere comune e che emerge dalla lettura di tutti gli interventi, che, quanto meno, non si fermi ai titoli, che peraltro, come si sa, hanno una genesi eteronoma rispetto ai contenuti espressi. Sento tuttavia l’esigenza di un’ulteriore precisazione, a beneficio proprio dei giovani e dei soggetti in formazione, da cui è partito il dibattito e che hanno diritto di capire prima di prendere una qualunque posizione: il significato del termine “laicità”, per come s’è strutturato nel tempo a prescindere dalle differenti idee, confessioni e ideologie di chi l’ha promosso, non è modificato, come non è accresciuto né ridimensionato quello di “democrazia”, da un qualsiasi aggettivo che viene a esso concordato; c’è quindi una sola laicità, non una buona e una cattiva, che accomuna, nell’accettazione del confronto paritario col “diverso”, speranze e timori, bisogni di stabilità e aspirazioni al cambiamento, fedi e incredulità di uomini diversi e lontani, nello spazio e nel tempo. Essa non è mera neutralità, tanto meno scettico disimpegno o disinteresse nei confronti dei diversi bisogni culturali e spirituali; come si evince dalla più volte ricordata risposta dei docenti, con cui si dichiarano disponibili ad accogliere e indirizzare, secondo quello che è il loro compito, l’appello dei loro giovani allievi, ma anche dalla diffusa ostilità che è nutrita nei suoi confronti (in questi nostri tempi di “riformismi” restauratori) quando non è intesa nel senso del “laicato”, la laicità è, in positivo, pratica del riconoscimento di legittimità di tutte le posizioni e del ravvisamento della piena dignità di tutti i soggetti, con i quali è auspicabile e possibile incontrarsi e ai quali è auspicabile e possibile aprirsi, certo a partire dalle idee e dalla mentalità di ciascuno nonché dall’immagine di sé che ciascuno è stato provvisoriamente in grado di realizzare, ma dentro un orizzonte radicalmente mondano, che non preclude scelte valoriali e veritative, anzi ne è ricettacolo e “madre”, ma non consente di brandirle come armi ideologiche o di utilizzarle come strumenti di controllo e di “selezione” delle idee.

Concetto Martello


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