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Scuola laica non significa scuola neutrale

Pietro Barcellona risponde ai docenti del liceo Spedalieri con un articolo pubblicato su "La Sicilia" il 6 marzo 2007
di Redazione - martedì 10 aprile 2007 - 7220 letture

Pietro Barcellona risponde al preside e ai 28 insegnanti dello Spedalieri che hanno inviato una lettera aperta ai ragazzi sostenendo che la scuola non può proporre verità. «Cari prof, chi insegna ha il dovere di esplicitare i propri valori e le proprie verità. La critica è mezzo per raggiungere la verità»

«Cari prof, scuola laica non significa neutrale»

Trovo singolare la risposta risentita al comitato degli studenti che il preside e alcuni professori del liceo Spedalieri hanno pubblicato sulla Sicilia. Intanto l’idea degli studenti di avvalersi dei media per aprire un dibattito pubblico sui problemi delle nuove generazioni e del significato della Scuola è utile a investire l’intera città di questioni che riguardano il futuro di tutti e a richiamare l’attenzione su un mondo di domande e aspettative che solitamente vengono trattati come lussi adolescenziali. È assai positivo che l’omicidio del poliziotto e la guerriglia urbana provocati da bande di ragazzi, spesso minorenni, abbia suscitato una reazione morale pubblica di così tanti coetanei che vogliono capire al di là di ogni semplificazione e di ogni strumentalismo politico. Porre al centro del dibattito il senso della vita, del nascere e del morire mi sembra un fatto di grandissimo rilievo. Come si legge nell’antologia di Spoon River "dare un senso alla vita può condurre a follia, ma una vita senza senso è come una barca che anela al mare aperto e rimane attaccata alla riva". Il senso è l’investimento affettivo, la costituzione del desiderio e delle passioni che permettono di costruire obiettivi e mete ideali. Il senso è sempre una relazione fra l’io e il mondo delle persone e delle cose. La domanda di senso è ciò che spinge fuori da se stessi allaricerca dell’amicizia e dell’amore, è ciò che ci spinge a conoscere noi e gli altri, ad apprendere a pensare e guardare oltre la superficie degli eventi.

È giusto mettere il problema del senso in rapporto al problema della violenza, se è vero che la violenza è, assai spesso, il segno di una caduta di affettività verso il mondo esterno e, come dice Hillman, una prova del fallimento della parola. Ed è giusto mettere il problema del senso in rapporto con l’educazione, cioè con la capacità di investire affettivamente sulla conoscenza di se stessi e del proprio tempo. La formazione maieutica di Socrate, di cui tutti i docenti traggono vanto, altro non è se non l’interrogazione sul senso della vita, su ciò che fa di un uomo un essere consapevole e riflessivo. Il senso intrattiene anche uno stretto rapporto con la verità, giacché lo sviluppo della capacità critica e del dubbio metodico non è oggetto di ricerca appassionata, ma mezzo per raggiungere la verità senza la quale ogni discorso e scelta di vita sarebbero solo un calcolo di probabilità. Fra il dogmatismo fondamentalista e lo spirito critico che dubita di ciò che afferma la differenza sta appunto nel metodo, ma non nel risultato che è sempre l’affermazione della verità. Problematizzare, rappresentare la complessità del mondo non significa arrestarsi al dubbio, giacché altrimenti si cadrebbe nel nichilismo e nel relativismo, che sono forme di dogmatismo mascherato e non già di apertura e disponibilità all’ascolto. Chi insegna ha anzi il dovere di esplicitare i propri valori e le proprie verità, spiegando i percorsi attraverso i quali è pervenuto alla loro conquista, ma deve anche spiegare che la verità non è oggetto della signoria di nessuno e che nessuno può conferire significati assoluti alla propria esperienza e al proprio punto di vista. Se l’orizzonte si modifica a secondo dell’altezza del punto di osservazione, non significa che le pianure e le valli che si scorgono siano prive di realtà, ma solo di prospettive diverse. Temo che nelle critiche rivolte al documento degli studenti sia implicata una idea della laicità della scuola che tradizionalmente si fa coincidere con la "neutralità", ovvero con l’indifferenza verso i valori di quella che Weber chiamava la "razionalità formale" (ovvero la "procedura" e il metodo per argomentare correttamente che prescindono dai contenuti politici sociali). Ebbene, è questa nozione della laicità come neutralità e avalutatività che andrebbe in prima istanza messa in discussione, giacché è oramai una conquista del sapere scientifico contemporaneo la convinzione che ogni punto di vista esprime una presa di posizione e un giudizio di valore, che è anzi la premessa di ogni argomentazione.

La giusta esigenza dell’onestà intellettuale che i docenti fanno valere implica, perciò, che chiunque parli, dichiari in principio le proprie credenze e sia disponibile a metterle in discussione. È l’apertura all’altro, che garantisce la laicità e non il vecchio paravento della "neutralità". Alcuni anni or sono Carlo Sini (che fra l’altro è autore di manuali e antologie per i licei) scriveva in un saggio sulla Scuola che il compito dell’insegnamento dovrebbe tendere a produrre negli studenti la capacità di riflettere sui significati delle pratiche sociali in cui siamo immersi: ad esempio che rapporto c’è fra i nostri programmi scolastici e i modi dell’apprendimento e l’organizzazione economica della nostra società secondo il principio del mercato? E già Foucault, commentando lo scritto di Kant sull’illuminismo e la Rivoluzione Francese, sosteneva che il sapere serve anzitutto a fare una diagnosi dell’attualità. Educare alle virtù civiche e alla democrazia è un compito che richiede il coinvolgimento dei docenti nella vita sociale collettiva e la disponibilità a confrontarsi con le domande del proprio tempo. La violenza e il senso della vita sono i temi del nostro presente.


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Scuola laica non significa scuola neutrale
14 aprile 2007

Il problema non è una scuola neutrale. Il vero problema è quello di un insegnamento neutrale. Gli insegnanti non devono creare cloni di se stessi, ma individui coscienti e responsabili. Questo la scuola italiana non lo ha mai fatto.

Il nozionismo mnemonico e i dogmi della morale consolidata giustificano persino gli sconvolgimenti politici violenti a cui stiamo assistendo. La scuola non insegna la pace, ma la guerra. Non insegna la libertà, ma la cieca accettazione di regole spesso assurde.

L’unica neutralità ammissibile è quella dell’individuo rispetto alla società malata di elefantiasi concettuale.