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Days of Being Wild

Un film di Wong Kar Wai, con Leslie Cheung, Maggie Cheung, Andy Lau, Carina Lau e Tony Leung Chiu-Wai.

di Antonio Cavallaro - giovedì 26 ottobre 2006 - 4955 letture

Hong Kong, anni sessanta: Yuddi è un giovane mantenuto dalla sua matrigna, una ex-prostituta, che non gli ha mai voluto rivelare la vera identità della madre naturale. Il vuoto emotivo creato dall’assenza di questa figura, lo induce a rapportarsi con le donne che incontra in una maniera disillusa, attraendo e respingendo l’amore delle sue amanti (una barista ed una ballerina) come se si trattasse di un gioco crudele, il cui esito è sempre lo stesso: l’abbandono, privo di ogni scrupolo nei riguardi dei sentimenti. Quando anche la matrigna lo lascerà, si recherà nelle Filippine per conoscere la donna che lo ha abbandonato pochi giorni dopo la nascita, cercando forse anche una qualche redenzione, ma incontrerà solo la morte.

Altro Dvd uscito nella scorsa primavera per la Dolmen Video, Days of Being Wild va a coprire, assieme a As Tears Go By (primo lungometraggio di Kar Wai, uscito poco tempo prima), il vuoto sulla filmografia in digitale di questo autore, con l’eccezione di Ashes of Time premiato a Venezia nel 1994 con l’Osella per la migliore realizzazione tecnica e mai uscito in Italia, ora è solo Happy Together (premiato nel 1997 ancora a Venezia per la migliore regia) a mancare all’appello.

Days of Being Wild, uscito nel 1991, segna la nascita di Wong Kar Wai come autore. Più amato all’estero che in patria, dove viene ritenuto un regista dai “canoni” europei; per il suo approccio alla regia e i modelli applicati nella narrazione, fin dalle sue prime opere ha smosso, a torto e a ragione, paragoni importanti, da cui è riuscito a non farsi imprigionare, elaborando film dopo film un personalissimo universo filmico, che lo ha reso il più importante e originale autore cinematografico esistente nell’intero panorama mondiale.

Nato a Shangai nel ’58, si trasferì a cinque anni con la madre ad Hong Kong, in attesa che il resto della famiglia lì seguisse pochi mesi dopo. Lo scoppio della rivoluzione Culturale in Cina congelò le frontiere, impedendo per alcuni anni il ricongiungimento col padre, il fratello minore e la sorella. Amante della fotografia dei grandi maestri e autore di oltre cinquanta sceneggiature per produzione televisive e cinematografiche hongkonghiane, il cinema di Kar Wai per quanto prenda le mosse dalla cinematografia del proprio paese, se ne discosta, affondando le radici in un visione concettuale ed estetica di matrice occidentale, dove più visibili appaiono le tracce lasciate dalla Nouvelle Vague francese.

Se con As tears Go By appare ancora legato alle regole di genere (il noir, è Mean Streets di Scorsese il riferimento, otre che l’action movie hongkonghiano), con Days of Being Wild, Kar Wai inizia a scavare il solco, cominciano a prendere forma quelle che saranno le tematiche fondamentali del suo cinema: il valore assoluto dell’ossessione – necessità dell’amore, l’oblio della memoria, le solitudini, lo scorrere del tempo e le sue direzioni; compenetrati ad altri elementi “secondari” (non meno determinanti) che si ritroveranno in tutti i successivi lavori, come le sequenze cicliche, lo scambio dei ruoli, il viaggio, la pioggia. Tecnicamente, esprime un lavoro del tutto personale nell’utilizzo di ralenti, stop framing e step framing; ma soprattutto prende avvio la collaborazione col direttore della fotografia Christopher Doyle.

I personaggi di Days of Being Wild si muovono in una Hong Kong stranamente deserta, riflesso del loro tono emotivo, in un passato nostalgico dove, per usare le parole del regista: “tutto è sfumato e indistinto nel ricordo, evitando ciò che lo corrompe, quello che si vuole ricordare sarà ricordato con amore”. Yuddi è ossessionato dal tempo che passa nella sua ricorsa a quello che verrà, si muove in un passato che forse non è mai esistito, metafora di un presente che l’autore avverte come vuoto e senza radici. I critici asiatici dopo questo film parlarono di scoperta del post-moderno, la consapevolezza di essere arrivati tardi, nel rimpianto di un tempo trascorso.

Con una abilità registica che il primo film aveva lasciato intuire solo in alcuni frangenti, Wong Kar Wai forgia il suo film al melodramma, cominciando quel lavoro che lo porterà (in questo come negli altri suoi film) a spuntarlo da tutti gli elementi patetici del genere, sostituendolo con flussi visivi che incorniciano perfettamente, più di mille parole, i sentimenti e le pulsioni dei protagonisti (fondamentale diviene quindi l’affinità con Doyle). Assieme all’assoluta, incredibile capacità mostrata per la prima volta di manipolare lo scorrere del “tempo della storia”, che lo rende complice del modello narrativo, fanno di Days of Being Wild un film importantissimo nella carriera dell’autore.

Premiato in patria dalla critica ma non dal pubblico, ignorato in occidente (venne presentato al Festival del Cinema di Torino), la casa di produzione, la In-Gear, si rifiutò di girarne il seguito (successivamente il regista fondò la Jet Tone), preannunciato dalla curiosa coda finale nella quale un nuovo personaggio, interpretato da Tony Leung Chiu-Wai, si prepara ed esce dalla sua camera; forse colui che sarà il signor Chow protagonista di In the Mood for Love e 2046, come forse inconsapevolmente anticipatrice è la stessa figura della barista Su Lizhen.

Wong Kar Wai, filmografia: As Tears Go By (1988); Days of Being Wild (1991); Ashes of Time (1994); Hong Kong Express (1994); Angeli Perduti (1995); Happy Together (1997); In the Mood for Love (2000); 2046 (2004); Eros (episodio La Mano, 2004).


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