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Alvaro, cronaca di una morte annunciata

Era un uomo di 31 anni, Alvaro, il cui nome per esteso suona Alvaro Fabricio Nuñez Sanchez, nativo dell’Ecuador e giunto in Italia intorno ai sei anni.

di francoplat - mercoledì 3 aprile 2024 - 1416 letture

«Papi come stai? Non preoccuparti per me. Sto bene».

Poche ore dopo, Alvaro ha sfilacciato un lenzuolo, costruito un cappio, che ha assicurato alle sbarre della finestra, è salito su un panchetto, l’ha tirato via ed è morto così in una cella del penitenziario torinese “Lorusso e Cotugno”. Era la sera del 24 marzo scorso; poco prima, aveva rassicurato il padre sulle sue condizioni di salute.

Era un uomo di 31 anni, Alvaro, il cui nome per esteso suona Alvaro Fabricio Nuñez Sanchez, nativo dell’Ecuador e giunto in Italia intorno ai sei anni. Era, prima di ogni altra cosa, un uomo delicato, garbato, gentile, dal volto indio, intenso, venato da una nota insistentemente pensosa o, forse, malinconica. Chi scrive lo aveva conosciuto a scuola, era un suo studente, al tempo un ragazzo, che si muoveva con il riserbo trattenuto di chi vorrebbe slanciarsi con ben altra vivacità e intraprendenza nella vita, ma che non rinunciava alla curiosità e al dialogo con il mondo. Alvaro, in quegli anni, dava l’impressione di tenere le mani in tasca, perché non osava poggiarle sulle cose, come i timidi, gli irrisolti, e in quelle tasche le mani erano freneticamente mosse, inquiete, si agitavano per una vita che, come tante, non riusciva a compiersi o lo faceva fuori dalla sua volontà. Amava giocare al calcio, la musica, sognava l’amore. E gli piaceva la storia.

Fu nel corso di una visita d’istruzione in Toscana che Alvaro cercò per la prima volta il vuoto oltre una finestra, ma non si gettò, evidenziando comunque un male interiore profondo che, nel corso degli anni, si sarebbe aggravato. Continuò gli studi, conseguì il diploma. Dopo la maturità, nel 2014, prese la decisione estrema, si lanciò da una finestra di casa, dal quarto piano, ma non perse la vita, non quella esteriore. Non quella esteriore perché Alvaro, ricoverato per via delle gravi lesioni riportare alle gambe, iniziò il suo lento calvario interiore, quello che le cartelle psichiatriche definiscono “schizofrenia”. Iniziò per la famiglia un percorso difficile, denunciato dal padre ai giornali dopo l’ultimo atto del figlio, il suicidio, stavolta riuscito, in cella. Un percorso dentro il disagio psichico del giovane, le terapie che consistevano in «una puntura al mese e basta» – come ha dichiarato Edmundo, il padre, a “La Stampa” –, le crisi del ragazzo che stava diventando uomo, la sua violenza trattenuta, la paura che il disagio interiore sfociasse in qualcosa di più grave. Era Alvaro a dire al padre: «papà esci di casa che sto male, ti chiamo quando mi passa».

La violenza arrivò una prima volta nel 2018, quando Alvaro maltrattò la madre; si trovò dinanzi a un giudice e fu ritenuto incapace di intendere e di volere. I giorni di Alvaro, da quel momento in poi, si consumarono tra ricoveri in strutture specializzate, TSO, terapie, sempre la solita puntura, e le sue ombre, via via più nefaste e avvolgenti. Uno squarcio sulla sua quotidianità giunse a chi scrive, tra il tentativo di suicidio del 2014 e lo scorso anno, attraverso dei commenti su Messenger, in uno scambio epistolare frammentario, legato ai momenti di lucidità e di crisi di questo sfortunato ragazzo. «Sembro un bambino di tre anni che ha bisogno che i genitori pensino per lui, non un ragazzo di 21 anni che vuole imparare a prendere le sue decisioni» (dicembre 2014); «molto meglio professore, non sono più così triste e ho molta voglia di vivere» (aprile 2015); «molte volte mi capita di pensare “perché la mia testa mi ha fatto fare una cosa del genere”? La tristezza può davvero far fare queste cose? Spero che non mi capiti mai più una cosa del genere» (luglio 2015). Dopo pochi altri messaggi nell’anno successivo e in quello seguente ancora, Alvaro rientrò su Messenger nell’estate 2023, dopo un lungo silenzio. Rientrò con messaggi scossi, grevi, a volte lucidi e, altre volte, deliranti. «Prof io ho sentito ti sparano» (9 luglio 2023); «Imparare è la cosa più bella. Sa che prima di buttarmi dalla finestra ho preso 3 libri come se fosse una scelta su chi salvare, uno di medicina, la bibbia e uno di storia, io ho scelto quello di storia» (25 luglio 2023); «non so come mai adesso non riesco più ad uscire di casa per cercare lavoro. Mi sento in prigione mentale e fisica» (25 luglio 2023).

Stava male, Alvaro. Da tanto tempo. Non si potevano avere dubbi in proposito. Così male che, alla fine dello scorso agosto, cercò di uccidere il padre nel sonno, aggredendolo con un coltello. L’uomo riuscì a salvarsi, ma per il figlio si aprirono nuovamente le porte del carcere, per quanto fosse assodato da anni che quel ragazzo divenuto uomo non avrebbe dovuto essere sottoposto a un regime carcerario. Non a lungo, almeno. E, difatti, il pubblico ministero aveva previsto per lui la detenzione in una Rems, ossia una residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Introdotte nel 2014, le Rems sono strutture sostitutive dei vecchi ospedali psichiatrici giudiziari, sono di competenza regionale e servono ad accogliere persone autrici di reati e affette da patologie mentali. L’internamento in tali strutture ha carattere transitorio ed eccezionale, poiché è applicabile, come recita la legge, «solo nei casi in cui siano acquisiti elementi dai quali risulti che è la sola misura idonea ad assicurare cure adeguate e a fare fronte alla pericolosità sociale dell’infermo o seminfermo di mente».

Alvaro rientrava in tale casistica: incapace di intendere e di volere, bisognoso di cure adeguate, socialmente pericoloso, ma anche pericoloso per sé stesso, come dimostra il tentato suicidio del 2014. Eppure, nonostante l’opinione favorevole del pm e l’evidenza del caso, si trovava in lista d’attesa, perché le due Rems piemontesi non potevano, al momento, accoglierlo. Da agosto 2023 a marzo 2024, per sette mesi, lunghissimi, quest’uomo ha dovuto convivere con la propria ineludibile sofferenza e con un sistema detentivo inadeguato a farvi fronte. «Un suicidio in un contesto istituzionale è l’espressione del linguaggio estremo dell’insopportabilità di una situazione», ha scritto, il giorno dopo la scomparsa di Alvaro, Mauro Palma, giurista e da sempre impegnato nello studio delle degradanti condizioni di vita nei penitenziari, in un articolo su “La Stampa” nel quale sottolinea quanto aberrante sia la situazione delle carceri italiane, a maggior ragione per un essere umano «la cui fragilità era nota» e per il quale «non si era riusciti a trovare un posto meno inidoneo ad affrontare il suo bisogno».

Edmundo Nuñez, con grande onestà, non cerca la polemica a tutti i costi con le autorità carcerarie. Riconosce che il figlio «ultimamente era curato abbastanza bene», ma afferma con altrettanta chiarezza che Alvaro chiedeva aiuto, non poteva rimanere là. Nell’intervista a “La Stampa” riferisce di uno degli ultimi colloqui nel carcere torinese con Alvaro: «papino io non ce la faccio più, voglio uscire di qua». Anche Lucrezia Carnero, la giovane criminologa che dialogò con il giovane nel 2018, dopo il primo arresto per i maltrattamenti alla madre, precisa che quell’uomo tormentato non avrebbe dovuto essere al “Lorusso e Cotugno”, ma in una Rems, come aveva stabilito sin da novembre 2023 la procura.

Non avrebbe dovuto essere lì. Ma non è andata così. Alvaro era un giovane e un uomo delicato, sommerso da qualcosa di impossibile da gestire per chiunque, ma non era uomo con santi in paradiso né amicizie eccellenti, non era in grado di scavalcare le liste d’attesa, non aveva fiancheggiatori, complici, amici degli amici che lo aiutassero a uscire da quella tragedia. Era uno qualunque, uno dei tanti “uno qualunque” che affollano le carceri, quei luoghi così poco di moda per governanti e governati, così scarsamente affascinanti per la politica dei consensi, così pudicamente ignorati o apertamente disprezzati da chi ha la ventura di non doverli incontrare. È il ventisettesimo suicidio in un penitenziario italiano dall’inizio dell’anno, quello di Alvaro, ma Alvaro non è un numero, non lo è per chi lo ha incontrato, per chi ne ha, anche se per poco, incrociato lo sguardo, ne ha visto i sussulti di vita, gli slanci smorzati, la mitezza del comportamento, le mani in tasca sfiorate da dita in burrasca.

Alvaro se n’è andato nel buio della sua anima e nel buio delle istituzioni. Si dice spesso, in questi casi, «non doveva finire così». Ma, altrettanto spesso, non può che finire così, se si combinano insieme le sventure individuali e le miopie collettive, la cecità comune, e gli Alvaro cominciano a franare, poco per volta, poi più velocemente, prigionieri di sé stessi – come lui stesso scriveva – e della macchina penitenziaria. Se n’è andato il 24 marzo. Immagino sia solo un caso, ma quello è il giorno che l’Onu ha riservato alla Giornata internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime. Ecco, quella che ha subito questo giovane uomo è per certo una violazione, forse non grave ma tangibile, di un diritto umano, di più diritti umani, il diritto alla vita, alla cura, al rispetto della sua persona, della dignità di una creatura che non sapeva come trovare pace, come uscire dal dolore insopportabile che lo avvolgeva da anni.

Non doveva finire così, ma è finita così. E ora, a chi lo ha conosciuto, non resta che ricordarne il sorriso trattenuto e le mani in tasca, inquiete e incapaci di costruire qualcosa di diverso da un cappio, una sera come tante, solo con sé stesso, dopo aver rassicurato il babbo che stava bene, dopo avergli detto di non preoccuparsi. Avrebbe voluto una vita tranquilla, ordinaria: voglio una moglie, dei figli, professore. Mi basta questo.

Ma questo era troppo per Alvaro. A lui è stata riservata una storia senza lieto fine, tragica. La sua tragedia è l’incompiutezza del suo percorso umano, il suo non fiorire pienamente, la sua deviazione da quel percorso che ci trova in equilibrio con la realtà, magari precario, ma in equilibrio. Non è stato così per lui e non importa a quale volto attribuire ora una responsabilità diretta in questo suicidio annunciato, in questa cronaca di una morta annunciata, non importa più sapere perché sia stato lasciato così lungamente in balia delle proprie lacerazioni, dei propri tormenti. Importa ricollocarlo là dove avrebbe voluto essere collocato, nel fluire di un’esistenza gratificante, magari non straordinaria e pacata, con il suo sorriso pensoso e malinconico, il suo fare garbato e delicato. La sua stessa voglia di uscire dal dolore: «ce la farò professore! Come ho detto non vedo l’ora di ricominciare, adesso finalmente vedo una fine».

Era il luglio 2015 quando Alvaro scriveva questo messaggio, che, oggi, appare così drammaticamente ottimistico e vano. RIP, ragazzo caro.

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