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"A sad day for London"

Un risveglio per triste per Londra, quello del 7 luglio. La capitale è passata dall’euforia dell’assegnazione delle Olimpiadi per il 2012, con cui si era addormentata mercoledì sera, all’atroce agonia con cui si è svegliata l’indomani mattina.

di Laura Giannini - martedì 19 luglio 2005 - 4493 letture

Anche il 2005 ha avuto il suo attentato, eclatante e inaspettato, proprio come tutti gli altri. Un risveglio triste per Londra, quello del 7 luglio. La capitale è passata dall’euforia dell’assegnazione delle Olimpiadi per il 2012, con cui si era addormentata mercoledì sera, all’atroce agonia con cui si è svegliata l’indomani mattina. “8.51: attacco a Londra” diranno i telegiornali, scriveranno i giornali e comunicheranno le radio.

Un titolo che ha già fatto il giro del mondo negli ultimi anni. Il 26 febbraio 1993 scoppia una bomba di 500 Kg nei sotterranei del World Trade Center- sei morti e mille feriti-; è il primo attacco di Al Qaeda; il 25 giugno 1997 si verifica un attentato all’ambasciata Usa nei pressi dell’aeroporto saudita di Dhuran- 19 le vittime-; il 7 agosto 1999 in Tanzania scoppia una bomba contro l’ambasciata americana a Dar el Salam- sette morti e centinaia i feriti-. Lo stesso giorno in Kenya esplode un’autobomba sempre contro l’ambasciata americana- i morti stavolta sono più di duecento, per la maggior parte civili-; il 12 ottobre 2000 muoiono diciassette marinai americani per un attacco suicida contro la nave Cole. L’11 settembre 2001 New York, l’attentato più eclatante; a Bali sono oltre duecento i morti per una bomba che esplode in una discoteca; il 16 maggio 2003 ancora attacchi, stavolta a Casablanca- le vittime sono 45, tra cui 12 terroristi uccisi dalla polizia-. L’11 marzo 2004 Madrid: l’ultimo della lunga serie prima di Londra.

Ma cos’è successo nella capitale inglese? Un attentato preparato da mesi con la stessa tecnica di Madrid. All’inizio si diffonde la notizia di un corto circuito sulla Circle Line, alla stazione del metrò di Liverpool Street. Quattro minuti più tardi la triste verità: un secondo scoppio su una diversa linea metropolitana, la Piccadilly, nei pressi di King’s Cross. E se un’esplosione è casuale, la seconda diventa sospetta. Ancora ventuno minuti e arriva la terza esplosione: ancora la Circle Line, stavolta però alla stazione di Edgware Road, famosa per i ristoranti e i caffè arabi. A quel punto non ci sono più dubbi: Londra è sotto assedio. Altri trenta minuti ed ecco la quarta esplosione. Ad essere preso di mira è un Double Decker, autobus simbolo della città, rosso e a due piani, a Tavistock Square. E’ violentissima: disintegra il veicolo, lo accartoccia e lo ripiega su se stesso. Le squadre dell’anti- terrorismo entrano nei tunnel del metrò. Sono protette da tute e maschere per prevenire eventuali attacchi chimici.

I passeggeri più fortunati sono riusciti con mezzi improvvisati a rompere i finestrini e a uscire, mettendosi in fila ordinata. In quel momento Londra si ferma: la polizia chiude la metropolitana e blocca ogni autobus. Comincia l’esodo dalla capitale. Il bilancio dei morti è salito a 54 vittime; 44 persone sono ancora in ospedale, di cui 9 in terapia intensiva. E’ del 18 luglio la notizia dell’identificazione del corpo di Benedetta Ciaccia, l’italiana dispersa dopo gli attentati di giovedì 7 luglio. Scotland Yard sostiene che fossero quattro e tutti quanti britannici gli attentatori di Londra. Intanto, è stato arrestato al Cairo un egiziano, il cosiddetto “quinto uomo” , sospettato di essere coinvolto nelle stragi del 7 luglio come chimico delle bombe. L’uomo, venuto via dalla Gran Bretagna due settimane prima degli attentati, è attualmente sotto interrogatorio. Secondo fonti della polizia, citate dal quotidiano “Times”, l’organizzatore materiale, non ancora identificato, avrebbe contatti diretti con Al Qaeda. “A sad day for London”- dice Tony Blair - “I barbari non vinceranno, li prenderemo”. Ma la guerra contro un nemico che ormai fa parte del nostro tessuto è lontana dal concludersi. Con la sua strategia inaspettata, il terrorismo riesce sempre a far parlare di se’, proprio quando la vita di tutti i giorni riprende il sopravvento nella nostra quotidianità.

C’è da chiedersi se con questo giorno, terribile come l’attacco nazista durante la seconda guerra mondiale e più degli attentati dell’Ira irlandese, l’Inghilterra abbia pagato il suo conto con il Terrore. Ma quanto valgono gli attentati di Londra? La vittoria per l’assegnazione delle Olimpiadi o il semestre di presidenza inglese nel Consiglio Europeo oppure quella del G8? O più semplicemente l’alleanza in una guerra per importare la democrazia e per esportare il petrolio? Si può pensare che noi crediamo ancora a giustificazioni demagogiche? E’ facile porgere le condoglianze, dimostrare la propria partecipazione e una grande sete di giustizia in un momento tragico.

Vediamo le immagini alla televisione, leggiamo gli articoli sui giornali, ci informiamo di quello che sta accadendo, di quelle persone sgraffiate, deturpate, in barella e sentiamo che sono come noi, cittadini occidentali, uniti da un sentimento comune, la paura. Ma le condoglianze dovrebbero valere anche per i migliaia di afgani e di iracheni e di ceceni e di curdi e per tutti coloro che muoiono ogni giorno sotto le “bombe intelligenti” dell’alleanza occidentale. La partecipazione dovrebbe esserci anche per tutti coloro che hanno perso famiglia, casa, lavoro. Chiedono giustizia, per esempio, anche i carcerati iracheni. Prima costretti a subire torture e poi umiliati da una condanna di assoluzione per i responsabili. Non sono veri sentimenti quelli dei grandi della terra.

Le vere condoglianze, la vera partecipazione e la vera sete di giustizia è nostra, di noi persone comuni, fuori dalle commemorazioni ufficiali, noi che sappiamo immedesimarci nel dolore, perché un giorno potrebbe capitare anche noi “a sad day”. Noi che non abbiamo ne’ scorta ne’ macchine blindate. Che abbiamo imparato a vivere con la minaccia del terrorismo.


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19 luglio 2005, di : Serenella

"Vinceremo con l’amore, non con il fuoco! Il nazismo finirà, il male divora sé stesso. Ma se l’amore non trionferà, il nazismo tornerà, magari con un altro nome." tratto dal film "Karol, un uomo diventato Papa".