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4 giugno 2004: Let’s go, alla ricerca della pace

Il 6 giugno 2004 Chirac e Schroder si sono incontrati: "Non più amici, ma fratelli".
di Laura Giannini - mercoledì 9 giugno 2004 - 4509 letture

5 giugno 2004: una data storica, una di quelle che segna un passaggio, dopo di che il mondo non è più quello che si è lasciato. L’occupazione americana annulla il nazismo, abbatte il fascismo, limita il comunismo, porta alla "pax americana", che divide il mondo in due blocchi, quello occidentale legato all’economia di mercato, quello orientale legato all’economia socialista, in cui lo Stato impera e il cittadino altro non è che un semplice mezzo per ingrandire- arricchire- potenziare il Sistema al quale appartiene.

Se non ci fosse stata l’America, l’Europa, abbandonata a se stessa, sarebbe stata annichilita dal regime nazi- fascista, non avrebbe forse avuto la forza di abbattere le grandi dittature e sarebbe andata incontro a un declino di civiltà; o forse, al contrario, avrebbe trovato, prima o poi, la capacità di reagire per negare le barbarie e far nascere una resistenza interna tanto forte da permettere il riscatto.

E’ difficile prevedere quello che sarebbe stato, ma certamente l’aiuto dell’America, il piano Marshall e il facile ottimismo della rinascita non sono di fatto corrisposti ad effettiva libertà. "Do ut Des", dicevano i romani con caustico cinismo che, in effetti, svelava la vera intenzione di dominare il mondo: gli antichi controllavano le frontiere, riconoscevano in Roma la città "caput mundi". Ma chi rifiutava quest’ordine, veniva allontanato, segregato, rinnegato; chi si ribellava violentemente, veniva schiavizzato e anche crocifisso: la "pax romana" era un discrimen fra ciò che è buono e ciò che è errato, e, di fatto, si collegava a un’idea di stato sovranazionale, che aveva il diritto di imporre il proprio ordine al mondo. Dopo il crollo dell’Impero Romano, c’è stato il Sacro Romano Impero, di fatto troppo variegato e frammentato per imporre una visione del mondo unitaria; poi sono nati i primi stati nazionali e, a turno, c’è stata la supremazia spagnola, francese, inglese sul Mediterraneo e, attraverso la colonizzazione, sul mondo intero. L’Illuminismo ha sperato di effondere la luce della ragione sul mondo, facilitando il cosmopolitismo e l’egualitarismo, ma la Rivoluzione Francese ha spento le grandi speranze di una società più giusta, perchè il Terrore ha soffocato tutto nel sangue e nelle barbarie: ecco, dunque, le dittature e il ritorno allo "status quo", il ripiegamento del Romanticismo nell’esaltazione dell’intellettuale come figura di élite e poi le lotte per la supremazia in campo coloniale, l’avvento della Prussia militarizzata, la nascita degli "ismi" come forme di politica basate sulla forza e sulla logica di potere.

In quegli anni, l’America rappresentava ancora il sogno utopistico di una società dove tutti partivano uguali, e dove il mito del "self- made- man" permetteva anche al più umile degli umili di sperare in un avvenire migliore. L’America che dal 1823 con la dottrina Monroe aveva stabilito di isolarsi al di là dell’Atlantico per sottrarsi a ogni possibile condizionamento del Vecchio Mondo, era diventata una chimera irragiungibile per i più poveri (come non pensare a "Stella Avvelenata"?)che, in Europa, dovevano continuare a rispettare la supremazia classista dei ceti sociali privilegiati.

Ecco, dunque, che lo sbarco in Normandia, come quello già in Sicilia, allargano il cuore di speranza, fanno sperare in un avvenire migliore in cui l’ombra della "pax americana" si effonde sul mondo e garantisce una migliore gestione del potere. Ma è proprio qui l’errore: chi comanda, quando è solo, viene destinato alla solitudine disperata del potere. Neppure l’America può sottrarsi a questo destino: e già col muro di Berlino e con gli accordi di Jalta la spartizione del mondo viene solo apparentemente celata dall’immagine rassicurante di una democrazia da esportare. La guerra fredda e il Vietnam, la Cambogia, Cuba, l’America Latina evidenziano gradualmente che questa democrazia è di fatto garantita con la violenza, con la guerra, con la sopraffazione.

E anche in Europa le cose non vanno più così bene: con la caduta del muro di Berlino e del comunismo, l’economia del mercato evidenzia tutti i propri limiti, perchè non riesce a garantire la propria espansione in paesi dove manca l’abitudine all’autogestione. E la crisi di sovrapproduzione che ha già fatto i suoi danni nel 1929 incombe minacciosa, perchè l’evoluzione tecnologica è di fatto un processo che non può conoscere momenti di stasi, pena il disastro economico. La logica di mercato si lega al consumismo,e la stessa guerra diventa un mezzo per garantire lo smaltimento del prodotto interno destinato altrimenti a non essere venduto...

L’economia di mercato garantisce un sistema economico dove il più forte vince e il più debole soccombe. Chiusa nel suo splendido isolamento, l’America sottovaluta che i problemi, se non vengono risolti, s’incancreniscono e diventano bubboni pestilenziali, sottovaluta che la storia insegna: ogni Impero ha un inizio, un’evoluzione e una fine.

Quest’errore che è stato pagato caro, con l’11 settembre 2001 e con la conseguente guerra in Iraq, mi sembrano la lotta di un gigante ferito contro avversari molto più deboli di lui, ma numerosi e disposti alla morte pur di salvaguardare la propria identità.


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