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Spero di sbagliarmi

Da medico spero di sbagliarmi, ma credo che stiamo inanellando un errore dietro l’altro. Anzi, da un punto di vista culturale...
di Gaetano Sgalambro - venerdì 27 marzo 2020 - 459 letture

Da medico spero di sbagliarmi, ma credo che stiamo inanellando un errore dietro l’altro. Anzi, da un punto di vista culturale strettamente metodologico e clinico ne dovrei essere sicuro. Ma aspetto di avere altri riscontri. Nella speranza che non arrivino mai.

Innanzitutto non so perché l’Istituto Superiore della Sanità, saputo nel gennaio scorso della veloce epidemia di Whuan, non abbia tenuto conto della sua potenzialità pandemica, dovutamente prevedibile in un mondo globalizzato, e non abbia allertato le nostre dormienti società scientifiche dei virologi, epidemiologi e infettivologi. E perché non abbia preavvisato la medicina di base (e degli ospedali di primo impatto) della possibile minaccia incombente, precisando che si sarebbe camuffata con i sintomi di un’influenza banale.

E, infatti, la prevedibile pandemia è arrivata come improvvisa, gettandoci nella confusione e nel panico. Debbo riconoscere, peraltro, che questa sottovalutazione sia stata identica in tutto il modo occidentale. Ma il mal comune in medicina non è mai un mezzo gaudio.

Così le regioni dell’eccellenza italiane, per la ricchezza dei rapporti commerciali con la Cina, sono state tra le prime a importare l’inattendibile Covid-19.

Purtroppo alcune delle loro aree della medicina di base cadono nell’inganno e considerano serie manifestazioni cliniche d’influenza, quelle che invece ne erano i sintomi e ospedalizzano i pazienti.

Così gli ospedali diventano i veri detonatori della sua alta carica di contagiosità.

A questo punto succede che invece dell’acqua per spegnere il fuoco, viene versata benzina. Infatti, entra in campo la politica con tutti suoi interessi elettorali, che dominano la sua pur presente buona volontà.

Da una parte si decide immediatamente di bloccare l’ingresso agli aerei provenienti dalla Cina (come se i virus viaggiassero solo con gli aerei).

Dall’altra si giudica eccessiva la chiusura degli aeroporti, invece di definirla inutile qual era come provvedimento isolato, e si sparge tanto fumo in giro con le accuse al governo che si manca di mascherine e tamponi: carenze che, nonostante il Consip, sono sempre a carico proprio delle regioni (Titolo V della Costituzione).

Ma in Italia chi grida più forte ha ragione.

Tutto questo per nascondere che nei sistemi sanitari delle regioni d’eccellenza si erano aperte alcune grosse falle a livello della medicina di base, laddove sul perché delle quali bisognava riflettere obiettivamente.

Sia per individuare a ritroso tutti gli anelli della catena sanitaria nazionale che erano stati deficitarii, sia per rendersi conto che avevamo di fronte una pandemia biblica (?). Allora si sarebbero dovute creare due cabine di massima competenza professionale, pluridiciplinari, una medico-scientifica e l’altra economico-imprenditoriale, per una regia straordinaria di riduzione del contagio nella continuità del lavoro.

Non si è voluto fare niente di questo per non sminuire le l’immagini di eccellenza dei sistemi sanitari della Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.

E da qui è nato tutto un prendere posizioni e decisioni operative politiche, una sovra l’altra, ad muzzum, anche se dichiarate di essere sostenute da un proprio staff tecnico-scientifico. Un po’ troppi: tre.

A questo punto mi chiedo: ma come abbiamo potuto genericamente chiudere in quarantena tutte le famiglie italiane di sani, in verità solo presunte tali? Senza tenere conto che entro di esse ci sarebbero potuti essere dei portatori sani o di forme fruste o delle tante forme atipiche, comuni a tante altra malattie?

Non è che le abbiamo costretti al suicidio del contagio? Quanti morti dovremo contare per questo?

In medicina si fanno molti più errori di quanto non si voglia ammettere. E a tutti capita di farne più d’uno. Ma, di fronte ad eventi importanti come questo, l’onestà di ammetterli non deve mancare mai, perché questa attiene alla sfera etica di uomo, che per me vale prima di qualsiasi altra etica professionale.



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