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"Se io fossi un epidemiologo" (Riscrittura senza peli sulla lingua)

"È pensabile che, nel terzo millennio, una volta investiti da una pandemia, questa la si possa contenere solo con misure di buon senso clinico, come ai tempi della peste del Manzoni?"

di Gaetano Sgalambro - mercoledì 12 maggio 2021 - 1176 letture

Innanzitutto preciso che se io fossi un vero epidemiologo nello stesso tempo non potrei essere un infettivologo, né uno pneumologo, né un virologo, né un immunologo, né un microbiologo. Le fondamenta scientifiche che differenziano le discipline professionali per me non sarebbero ignorabili. Né mi riconoscerei nei virtuali colleghi imbucati dentro le alte istituzioni sanitarie centrali o periferiche dello Stato e delle Regioni, i quali, da quando è esplosa in estremo oriente la pandemia del Coronavirus, non hanno dato alcun segnale di vita professionale qualificata. Tantoché in previsione del suo arrivo non si sono presi la briga di rispolverare (per quel poco che valeva) il vecchio piano epidemico che dal 2006 ammuffiva nei loro cassetti.

L’affermazione posta in premessa anticipa il taglio che darò ai fatti di cronaca concernente la pandemia che da oltre un anno ci aggredisce, sui quali voglio anticipare il sintetico profilo finale. E questo prima di presentare la mia simulazione di epidemiologo che ne è la dimostrazione. Essi parlano con dovizia di particolari di una crisi pandemica intricata che, purtroppo, è stata abbandonata pressoché al suo destino naturale. Questa per di più è sopraggiunta sull’endemica, e non meno problematica, crisi sistemica del paese, subito intrecciatesi reciprocamente in una perversa simbiosi, nella quale ciascuna s’è fatta epifenomeno dell’altra.

In tali frangenti è difficile dirimere le diverse parti di responsabilità da assegnare a ciascuna delle due. Io ho incominciato con leggere all’inverso la naturale sequenza causa-effetto, pandemia v/s sistema paese, per valutare quanto e come i diversi aspetti della crisi endemica del paese abbiano potuto aggravare i pesanti effetti naturali della prima.

Dal loro inizio a oggi gli effetti pandemici costantemente narrati dalla cronaca vertono sui drammatici risvolti delle morti umane, i quali hanno messo in subordine qualsiasi altro problema: vedi gli enormi danni economici collaterali (in debito).

La cifra totale di questi due effetti, tuttavia, minaccia di superare di molto quella naturale, per l’incapacità politica di saperla contenere. Dato che solo in pochi tengono conto di quanto possa pesare negativamente sui già gravi accadimenti pandemici. Di fatto l’abbiamo ignorata. Ne è prova lo slancio con il quale siamo, chi più chi meno, proiettati solo verso lo spenderci nei ristori economici, che ogni volta, chissà perché, risultano sempre insufficienti e richiedono sempre nuovi scostamenti di bilancio. Ne è controprova che non si è minimamente pensato di inquadrare la pandemia entro la cornice che racchiude anche gli altri problemi del paese e, conseguentemente, di come avesse avuto bisogno di essere affrontata con un’efficace strategia sistemica, a matrice epidemiologica e non limitativamente clinica. Come, di fatto, è avvenuto.

Verosimilmente all’indomani della fine della pandemia riaffioreranno a galla gli effetti di entrambe le crisi, esacerbati in tutta la loro sinergica gravità.

Se fossimo ancora in tempo utile ad arrestare questa china, sulla quale è stata fatta scivolare la pandemia, occorrerebbe rimuoverne, ancora prima di quelle eziologiche, le pesanti cause ambientali, rappresentate dai media, dalla politica e da un defilato potere industriale, che ne hanno impedita la correzione in progress work.

Delle tre il ruolo tatticamente più importante è spettato ai media. Sono essi i registi del racconto dei fatti pandemici e delle dichiarazioni dei loro attori, protagonisti o comparse che siano, all’opinione pubblica.

In tale ruolo hanno organizzato un palinsesto centrato tutto sugli effetti clinici della pandemia: le dolorose perdite di vite umane e le terrorizzanti manovre strumentali di trattamento invasivo dell’insufficienza respiratoria acuta della Covid-19, che emotivamente spaventano molto di più dei severi danni causati a molti settori dell’economia. Danni che finiscono decalati a interessi nazionali di secondo ordine d’importanza.

La scelta è stata di massimo appeal giornalistico e in parte sarebbe stata anche legittima, se non fosse stata deviante per la sua totale unilateralità. Come chiunque ha potuto vedere, hanno intervistato instancabilmente, e continuano a farlo, tutti i migliori esperti italiani del settore, che con un termine omnicomprensivo possiamo definire dell’area clinica (infettivologi, pneumologi, virologi, immunologi), concedendo loro tutto lo spazio dell’informazione.

Così l’opinione pubblica è stata inondata dalla marea delle argomentazioni cliniche di detti esperti, i quali, rispondendo al dovere deontologico di tenere basso il rischio di morte da Covid-19, hanno richiamato l’attenzione sul seguente punto cruciale: prevenire il contagio con l’uso delle tradizionali misure cautelative individuali (portare la mascherina, il distanziamento fisico e l’igiene delle mani), al fine di non incorrere nella sovrasaturazione dei reparti di ricovero, sia ordinari sia di terapia intensiva, che ne è un importante cofattore decisivo.

Tuttavia, per eccesso di zelo sono straripati oltre i propri confini di competenza clinica e non si sono risparmiati nel dispensare opinioni gratuite sui modi di come potere controllare la diffusione del contagio. In vero hanno consigliato solo generiche misure cautelative individuali, accompagnate da indicazioni di tracciamento dei contatti per effettuarne la conta da sottoporre a vaglio clinico, le quali ora della fine sono state assunte come indirizzi determinanti di una supponente strategia epidemiologica. Purtroppo l’abbattimento degli steccati di competenza epidemiologica, per opera di così autorevoli clinici, ha comportato anche gravi ripercussione sul piano culturale del paese. Ha dato la stura all’esplosione di un confuso dibattito pubblico, senza alcun principio e fine, ove ognuno si è sentito autorizzato a esprimere la sua opinione su tutto: sull’impiego delle misure cautelative individuali; sulla vigilanza e sulla portata che devono avere le variazioni del tasso d’incidenza del contagio o dall’indice R/T (che si leggono solo come predittivi del tasso di ricovero nelle terapie intensive); sulla regola di applicazione delle “tre T” (testare con tamponi diagnostici, tracciare i contagi, trattare a domicilio) per non superare la soglia di sicurezza del 30% dei ricoveri Covid-19 nelle terapie intensive e del 40% nei reparti; sui provvedimenti adottati o non adottai dalle autorità sanitarie. Di fatto siamo rimasti avviluppati in una babilonia totale, che poco ha di scientifico.

E quando gli indici di saturazione minacciano di salire pericolosamente, al fine di raffreddare la circolazione del coronavirus, si alzano solerti le voci dei nostri clinici a indicare la necessità di rallentare con misure restrittive le attività civili, genericamente definite non essenziali, fino al lockdown totale.

Nella strategia anti-pandemica dei rispettabili clinici, non siamo andati oltre l’uso di questo provvedimento (tattico per i paesi orientali, come vedremo) dagli effetti economici rovinosi, si badi bene: soprattutto per i settori del consumo e dei servizi, piuttosto che della produzione industriale.

Senza contare che il confinamento entro le cinte murarie domestiche costituisce l’ambiente ideale per la diffusione del coronavirus: spazi ridotti e chiusi, contatti ristretti (il contrario del distanziamento fisico), dove peraltro non si usa la mascherina. Con esso si frena temporaneamente il principale motore moltiplicatore della diffusione del contagio (l’addensamento umano dei trasporti e dei luoghi pubblici chiusi), con ristoro sì dei ricoveri ospedalieri, ma quando si riapriranno le porte, si realizzerà l’effetto boomerang: sulle strade si riverseranno più contagiati, frutto della circolazione del virus entro le mura domestiche, di quanti ce ne fossero stati al momento del suo start. E il coronavirus riprenderà a correre come e più di prima fino alla successiva stazione di lockdown, come in un gioco dell’oca.

Il risultato di tutto questo è una mortalità da coronavirus fra le più alte dell’Europa: opposto a quel che si diceva di volere raggiungere.

Anche la Cina è ricorsa al lockdown generale, ma non è mai stata costretta a riproporlo. Perché? Perché l’ha adottato solo come misura tattica, per avere il tempo di costruire nuovi ospedali (ove potere ricoverare la marea dei nuovi pazienti) e soprattutto per organizzare una strategia sistemica di contrasto alla pandemia, con la quale gli epidemiologi sono riusciti a spegnere l’enorme focolaio esploso nella provincia dell’Hubei e a preservare quelle indenni.

Di questa strategia i media ci hanno raccontato solo due aspetti particolari: la ricerca di cluster infettivi domiciliari, entro i grossi complessi residenziali, e la sanificazione di tutti gli ambienti pubblici rimasti deserti. Non ci è stato raccontato altro. Nei diversi servizi il tema è stato sommariamente liquidato da tutti gli intervistati con la seguente apodittica affermazione: in Cina la dittatura ha reso molto facile il controllo della pandemia. Come dire che i coronavirus circolassero di meno per paura della dittatura.

In realtà, sul tema unico del palinsesto dei media sono confluite le limitate (o interessate?) convinzioni strategiche delle massime autorità sanitarie del paese, istituzionali e civili, e di tutta la classe politica. E così l’etico contenimento del rischio clinico di morte da COVID-19 diviene l’obiettivo strategico dominante del paese. Si casca in questo modo in un errore di prospettiva strategica nel contrasto alla pandemia, perché non si da il seguito dovuto al dato di decisiva rilevanza epidemiologica, peraltro sotto gli occhi di tutti, che ne sarebbe dovuto stare proficuamente alla base: l’origine occupazionale (lavorativa) della catena di diffusione del coronavirus, che la cronaca stava documentando come si stesse snodando lungo la precisa linea di produzione industriale, da Wuhan al nostro focolaio tri-regionale (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna) e da questo a tutto il paese, lungo la linea di rifinitura del prodotto e della sua commercializzazione.

Di fatto si è voluta ignorare la possibilità di elaborare una strategia epidemiologica sistemica, per favorirne una ridotta inopinatamente al solo obiettivo clinico della riduzione del numero delle morti.

La totale disconoscenza del suddetto dato ha il significato politico o di non sapere o di non volere affrontare l’obiettivo d’assoluta priorità: ordire una strategia sistemica di prevenzione e di contrasto primario alla diffusione del contagio da SARS-COV2, che risultasse di beneficio a tutti i settori del paese e che avrebbe potuto ancora meglio garantire anche il contenimento del rischio di morte da COVID-19.

I media hanno prestato il fianco alla posizione dei clinici e hanno glissato con astuzia il tema della strategia primaria anti-pandemica. Infatti, hanno mescolato in un pot pourri le diverse competenze professionali impegnate nella pandemia: da quelle epidemiologiche a quelle dell’area clinica, passando per quella dell’Igiene e della Statistica matematica, accollandole tutte a chiunque dei suddetti famosi esperti dell’area clinica fosse intervistato, con la formuletta en passant «... e lei che ne pensa anche di...?».

Esperti peraltro tutti elevati “a strasatto” (licenza dialettale) all’alta dignità di scienziati-ricercatori: sia per conferire maggiore peso specifico alle loro risposte sia per autoreferenzialità di testata giornalistica, che impone di accrescere lo share di telespettatori, di pubblicità, financo dei consensi per la propria parte politica. Con la congiunzione coordinante “anche”, li hanno stimolati a parlare di tutto e a prevedere, come s’è detto, anche gli andamenti diffusivi del coronavirus. Naturalmente ne hanno ricevute semplici opinioni e come tali spesso discordanti tra loro. E ogni volta che ciò succedeva i media le strillavano, come scoop da edizione straordinaria, «anche la scienza si contraddice!», alla pubblica opinione, che rimaneva annichilita non potendo sapere di quanta volontaria dissacrazione fossero intrise tali notizie. Altro che danno da «no vax»!

E’ esecrabile che professionisti della tanta declamata informazione corretta, finanche quando svolgono ruoli di conduttori radio-televisivi d’importanti programmi di approfondimento, non si documentino e usino travalicare con le loro domande i confini di competenza dei personaggi che intervistano; che non osservino la necessità di trattare con la dovuta pertinenza argomenti particolarmente delicati per la vita del paese, qual è quello dell’efficace contrasto sistemico alla pandemia; che non rispettino il dovere di fornire ai cittadini le elementari informazioni scientifiche affinché possano capire le dimensioni concrete del serio problema vissuto.

Il biasimo maggiore va agli illustri intervistati che dall’alto della loro autorevolezza clinica non hanno evitato di esporsi al ruolo abusivo di esperti epidemiologi, rendendosi pienamente corresponsabili del malevolo pressapochismo mediatico.

Sembra che il narcisismo televisivo consenta di travalicare impunemente i confini della propria alta competenza e d’incorrere tranquillamente in seri inciampi etico-professionali. Forse perché nessuno nel paese ne sa di più e se ne potrà accorgere?

Di contro, prima di dare corso alla mia simulazione posta in titolo, voglio precisare il ruolo moderno che io riconosco all’epidemiologia. Essa alla sua nascita era solo una materia ancillare delle malattie infettive, delle quali curava la prevenzione. Poi con l’estendersi della cultura della prevenzione a quasi tutti i settori della medicina e del ruolo sempre più importante della salute (in termini di giornate lavorative complessivamente perse), sia nei settori di macro-produzione sia in quelli di micro-produzione di un mondo globalizzato e ad altissima competitività, si è arricchita di altre competenze (d’igiene, di statistica matematica, di tecniche d’organizzazione del lavoro), fino ad acquisire anche una precisa identità dottrinale sul piano sociale ed economico, oltre che clinico.

Essa assolve tre compiti convergenti: contenere la diffusione del contagio nel paese, raffreddare e circoscrivere i suoi focolai più roventi e, soprattutto, continuare a fare muovere la società in una sicurezza sostenibile. I suoi obiettivi, quindi, sono certamente altri rispetto a quelli terapeutici della Covid-19 o di studio microbiologico e immunologico del SARS-COV2 e delle sue evoluzioni. Sebbene dei risultati di questi debba tenerne conto.

A questo punto vesto i panni di epidemiologo e mi riporto a ritroso nel tempo, a metà gennaio 2020. Quando dalla televisione ho appena saputo che:

Whuan, città cinese di undici milioni di abitanti, capoluogo della provincia dell’Hubei (sessanta milioni di abitanti), è completamente deserta perché sottoposta a una quarantena generale per contenere la diffusione dell’epidemia virale, esplosavi in modo massiccio, mentre tutta la provincia è stata isolata dal resto del paese per evitare che vi si diffonda il contagio;

contemporaneamente la stessa epidemia è registrata nei paesi partner più prossimi, la Corea del Sud (però senza ricorso a quarantene) e in misura minore nel Giappone (in pochi mesi sono cointeressati oltre duecento milioni di persone di tre paesi diversi);

il 30 dicembre 2019, il laboratorio molecolare di Whuan ha comunicato alla comunità scientifica internazionale che il virus implicato è nato in loco, è stato battezzato SARS-COV2 per le sue parentele genetiche, il suo ospite è l’uomo, si trasmette facilmente da uomo a uomo attraverso le goccioline di Flugge (emesse dalla bocca parlando), è più contagioso dei virus influenzali, contro di esso non si dispone di farmaci e vaccini specifici, la malattia che genera è la Covid-19.

Ebbene, in questo pacchetto di notizie ci sono i caratteri patognomonici della pandemia da coronavirus in atto in estremo oriente:

-l’affermazione scientifica della facilissima trasmissione interumana per la via aerea naso-buccale, più il fattore straordinariamente favorente dell’alta densità abitativa della città di Whuan, che ne hanno materializzata l’esplosiva diffusione;

-la nota e cosmopolita densità industriale di Whuan, che parimenti ha consentito lungo la catena occupazionale (lavorativa) la sua diffusione nei paesi co-partner; -l’assenza di barriere umane in un’economia globale.

Maturata la convinzione di avere di fronte una vera pandemia, inizio le mie indagini epidemiologiche, chiedendomi: e noi, che abbiamo rapporti di lavoro stretti con le suddette località, a che distanza di tempo ci troviamo dall’arrivo della pandemia? Per calcolare i tempi dell’atteso impatto sul nostro paese, mi informo su quanto e quale sia stato il volume del traffico passeggero sulla tratta aerea Whuan-Malpensa (Milano) nell’ultimo trimestre del 2019 (comprensivi dei tempi d’incubazione del coronavirus e della raccolta di una sua biomassa infettante critica).

Il dato di risposta è oggettivamente allarmante: mediamente di cinquantamila passeggeri settimanali, specie del settore industriale e del commercio.

Il pensiero vola subito alle tre regioni più ricche d’Italia, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto,le quali, molto più delle altre e da tempo, hanno stretti rapporti d’affari con la provincia dell’Hubei e che hanno anche un elevatissimo tasso di sensibilità alla diffusione del contagio, dovuto all’alta densità abitativa e d’industrializzazione.

Ricalcolando a grosse spanne i tempi canonici d’incubazione e di diffusione del coronavirus fino a noi, deduco che, di fatto, esso è presente da alcuni mesi sul territorio delle tre regioni. E’ stato importato dall’andirivieni dei numerosi concittadini, solerti nei ricchi affari con Whuan ma incuranti di quanto stesse succedendo attorno a loro e a loro stesso danno personale.

A questo punto il quadro d’inizio della pandemia in Italia diviene plasticamente completo in tutti i suoi principali aspetti epidemiologici: l’origine, i suoi vettori umani, la sua pericolosa contagiosità, la via industriale d’ingresso dalla Cina e di diffusione in Italia.

E che cosa succede? Succede l’incredibile: si lascia esplodere irresponsabilmente la pandemia nelle tre regioni, che divengono il focolaio infettivo centrale che alimenterà la continua diffusione del contagio in tutto il paese.

Rebus sic stantibus, il primo passo da epidemiologo da fare è quello di assumere d’emergenza i seguenti provvedimenti:

 allertare tutti i livelli del SSN (dalla medicina del territorio a quella ospedaliera) sulla necessità di riorganizzarsi alla bisogna;

 isolare fisicamente le suddette regioni per circoscriverne la diffusione del contagio e metterle in lockdown per frenarne la circolazione del virus, in attesa d’intervenire con provvedimenti elettivi;

 mettere in sicurezza i luoghi chiusi di cura, di raccolta anziani e carcerari entro l’area circoscritta;

 procurare, a qualsiasi costo, i tamponi diagnostici (per identificare i contagianti portatori sani del coronavirus) e le mascherine di protezione individuale;

 iniziare una capillare e convincente campagna nazionale d’informazione sulle patogenicità e letalità del coronavirus, sui meccanismi concreti della sua diffusione, e dei suoi fattori favorenti (ambientali, sociali e climatici), e di contro sui vantaggi circonstanziati sull’uso corretto dei sistemi di protezione individuale (mascherine, distanziamento fisico e igiene delle mani), appena saranno disponibili.

Il secondo passo è quello di organizzare con il governo la stazione di comando assoluto del paese, la quale deve affrontare la pandemia alla guisa di un proditorio attacco bellico.

Essa sarà composta da due cabine di regia, una epidemiologica e una governativa. La seconda avocherà a se il controllo dei diversi servizi istituzionali dello Stato e funzionali delle attività civili.

Le due cabine lavoreranno in feedback: la prima raccoglierà quotidianamente i dati significativi indicati alla seconda, alla quale restituirà le istruzioni strategiche anti-pandemiche da realizzare (elaborate sulla base dei dati ricevuti), fino alla standardizzazione di un sostenibile trend dell’epidemia.

La ratio principale della strategia anti-pandemica, non essendo disponibili strumenti per combattere direttamente il coronavirus, sarà quella di ridurne al minimo la contagiosità, che costituisce il suo maggiore fattore di pericolosità.

Per raggiungere questo obiettivo, nella cabina di comando saranno implementate le seguenti capacità funzionali: sapere rappresentare la geografia statica e dinamica dei luoghi e dei mezzi delle attività principali del paese; sapere mappare i contagiati della già nota catena lavorativa (industriale) di diffusione del virus e tracciare i suoi contatti; sapere tenere separata la catena lavorativa di diffusione del contagio da quelle delle attività sane; sapere stratificare e monitorare i diversi tassi di contagiosità regionali e intra-regionali del paese per adeguarvi, al bisogno, gli interventi elettivi.

Gli strumenti di lavoro epidemiologici saranno due: i tamponi diagnostici e la padronanza assoluta sul loro impiego elettivo, secondo intelligenti (per efficacia ed economicità) modelli statistici di screening diagnostici; il lavoro interdisciplinare con i vari esperti di sistema e di settore, igienisti e organizzatori aziendali, per definire i diversi protocolli di sicurezza nei singoli luoghi di lavoro e soprattutto per diversificare i flussi umani delle diverse linee lavorative.

La chiave del successo politico della strategia anti-pandemia poggerà su questi tre cardini: la capacità sapere proporre e spiegare un efficace e organico progetto di tutela sanitaria del paese, senza dolorose restrizioni mutilanti le attività civili; l’attendibile capacità di sapere manovrare (su apposita piattaforma digitale e con tecniche di “big data”) l’enormità dei dati significativi da raccogliere ed elaborare; la compliance convinta dei cittadini.

A questo punto diverse domande sono da porsi.

Perché nessuno dei suddetti esperti clinici non ha mai allertato il paese sull’arrivo della pandemia, nota ufficialmente al mondo scientifico internazionale dal 30 dicembre 2019? Non era un loro dovere primario, così come delle più alte cariche scientifiche dello Stato, piuttosto che dei politici? Perché nessuno di loro ha suggerito di trarre insegnamento dalle strategie sistemiche di contrasto e di contenimento della diffusione del contagio adottate dai paesi orientali, grazie alle quali si sono tirati fuori dai guai maggiori della pandemia (ancora prima del ricorso alle vaccinazioni)?

Perché si è voluto screditare il mondo della cultura scientifica presentandola all’opinione pubblica in maniera così inappropriata? Forse per evitare che dalla ricostruzione della catena di diffusione del coronavirus, da Whuan all’Italia, scaturissero responsabilità materiali di potenti settori industriali, mentori (o finanziatori) dei media e dei partiti? Perché solo la voce del silenzio si è levata dal mondo industriale impegnato in Cina, appena saputo di essere un anello fondamentale e incolpevole della catena della trasmissione pandemica nel paese? Anzi, perché hanno continuato a produrre, questa volta colposamente, senza soluzione di continuità, avvalendosi dell’auto-certificazione (non validata dai prefetti) di svolgere attività essenziali? Si vedano a riscontro i loro dati ufficiali di produzione e di esportazione nel 2020.

Di fatto sono venute a mancare all’opinione pubblica sia le conoscenze di base, essenziali per capire gli elementi pratici del vissuto pandemico, sia i punti accreditati di riferimento scientifico. E con essi è venuta meno anche l’efficace compliance dei cittadini finanche verso gli insufficienti e generici provvedimenti di protezione individuale. Né è potuta nascere e formarsi nell’opinione pubblica la coscienza di quella che deve essere una vera strategia di contenimento e controllo della pandemia. Tanto che così come una tifoseria si è divisa in una maggioranza che sta per il lockdown e in una minoranza che sta per l’apertura lavorativa.

Paradossali e tanti sono stati gli aspetti di questa impostazione pseudo-strategica, ad esempio: l’invio solidale di milioni di mascherine alla Cina, quando non ne avevamo le scorte necessarie; la patetica ricerca del paziente zero, quando il nord dell’Italia ne era già pieno zeppo; la triste autoreferenzialità di proporsi a modello europeo d’esempio nel trattamento della pandemia; la mancata stratificazione delle aree del paese a diverso indice di contagiosità, con l’opportuno impiego di screening diagnostici; le aspre denunzie di assembramenti lungo le movide cittadine, anche con il regolare uso di mascherine e, all’opposto, la clamorosa svista che nei bar o nei ristoranti (durante i periodi di apertura) gli avventori senza mascherine sedessero a stretto contatto di gomito attorno ai tavoli, questi sì regolarmente distanziati. Si voleva evitare che i coronavirus potessero saltare facilmente da un tavolo all’altro?

Per non dire dell’impiego massiccio di tamponi diagnostici per il tracciamento dei contatti dei contagiati, disseminati lungo la scia del passaggio del coronavirus, solo al fine di determinarne gli indici di diffusione, sul valore dei quali potere modulare le misure più o meno restrittive delle attività civili. Il messaggio strategico inviato è che si sprangano le porte della stalla dopo che i buoi sono scappati.

E questo fintantoché la vaccinazione di massa, spontanea o farmacologica, non ci risolverà la pandemia.

Infine, a una domanda su tutte bisogna rispondere: è pensabile che, nel terzo millennio, una volta investiti da una pandemia, contro la quale non si hanno antidoti diretti, questa la si possa contenere solo con misure di buon senso clinico, come ai tempi della peste del Manzoni? Disconoscendo i vantaggiosi strumenti offerti da una moderna disciplina epidemiologica?


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