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Oltre la Cultura dell’emergenza

Chi lavora nello spettacolo rischia sempre di non essere preso sul serio, ma la maschera del lavoratore dei diritti negati non si toglie mai, neanche dopo la chiusura del sipario
di Redazione Lavoro - mercoledì 23 dicembre 2020 - 698 letture

Com’era largamente prevedibile, dopo una timida ripresa estiva, con l’arrivo della seconda “ondata” della pandemia, i teatri italiani e in generale tutto il settore dello Spettacolo hanno subito l’ennesimo contraccolpo. Allo stesso modo anche il timido avvio di proteste più o meno auto-organizzate ha visto un generale riflusso.

Eppure le problematiche da tutti denunciate sono ancora più attuali. Scontiamo gli effetti di una gestione politica inadeguata della crisi, i cui effetti più pesanti si sono scaricati, come sempre, sui lavoratori. Intanto si parla di ulteriori recrudescenze e migliaia di lavoratori precari sono alle prese con sostegni al reddito che, se permettono forse di “galleggiare”, non risolvono alla radice i problemi.

Non vogliamo certo imporre una riapertura generalizzata senza “criteri” (come ha invece imposto Confindustria nelle fabbriche e nella logistica), ma non possiamo neanche accettare che una futura ripartenza ci faccia tornare al medesimo sistema di precarietà e incertezza che abbiamo sempre vissuto. Oggi sono necessarie delle forme di reddito adeguate per tutti i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo, siano essi tecnici o artisti. Non è accettabile proseguire con i sussidi una tantum, da elemosinare DPCM dopo DPCM. S’impone la necessità di una misura strutturale e universale che comprenda tutte le figure del settore. Ma ciò non basterà.

Dobbiamo essere anche in grado di imporre un vero e proprio cambio di passo, una rivoluzione nell’organizzazione del lavoro all’interno dei teatri italiani. È questo un settore che è stato a vocazione e gestione pubblica, ed è ora smantellato e precarizzato dal capitale privato. Il sistema si fonda su piante organiche ormai sepolte, su una sequela di contratti a termine e su un abuso del lavoro intermittente. Tutte le parti finora “in causa” non hanno fatto che rendere “sistema” e certificare quanto detto: a partire dalla contrattazione nazionale dei sindacati “complici”, fino ad arrivare a quella di secondo livello, così come le prassi delle fondazioni e i tavoli istituzionali.

Sappiamo anche bene che alla base di tutto ciò c’è sempre il dato economico. Come in tutti i settori pubblici strategici (si veda la crisi proprio nella Sanità), nella Cultura non s’investono più risorse pubbliche determinanti. Il FUS, come finanziamento pubblico al settore dello spettacolo, ha subito un taglio del suo valore rispetto al PIL del 70% in 35 anni! Si tira a campare e, peggio ancora, si è nel ricatto dell’apporto del capitale privato, che condiziona i suoi investimenti al taglio dei diritti dei lavoratori.

Per affrontare questa situazione serve un sindacato che voglia invertire la rotta e faccia sentire la propria voce sia a livello nazionale che locale, sia nel rivendicare la funzione e la gestione pubblica del settore, sia nel lottare per un contratto nazionale unico. Vanno inoltre osservati i cambiamenti produttivi che nel nostro settore, come in altri, s’intravedono all’orizzonte: digitalizzazione di opere e spettacoli a scapito della presenza dal vivo, l’utilizzo sistematico degli ammortizzatori sociali, la riduzione dei cartelloni.

Se l’imperativo resta quello della sostenibilità economica per tutti noi non ci sarà futuro. Non saranno certo i vari direttori e Cda delle fondazioni a fare i nostri interessi e più in generale a rispondere al bisogno di una vera formazione culturale nel nostro paese. Questi processi vanno affrontati e non subiti. Per farlo abbiamo bisogno di un’organizzazione strutturata a livello nazionale che sia in grado di unire i vari settori in difficoltà per costruire la forza necessaria per incidere veramente. E proprio quello che come Unione Sindacale di Base ci proponiamo di fare.

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Lavoratori dello Spettacolo

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