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Illazioni sulla superficie esterna del “trono di spade”

«La nostra epoca è per lo più un’epoca di menzogne» (Lev Troskij)
di Victor Kusak - lunedì 30 settembre 2019 - 394 letture

È da quando vivo dentro la parte occidentale capitalistica e democratica del mondo che assisto a periodiche campagne collettive, che da una parte pongono il problema della sopravvivenza dell’ “umanità” tutta sul pianeta; dall’altra hanno quale obiettivo “progressista” il “combattere” (termine bellico, guerresco) “contro” qualcosa di impersonale, non legato a questa o quella Nazione o persona o istituzione propria dell’assetto interno della democrazia stessa.

Il tutto scandito dalle tre grandi fasi che ha conosciuto il capitalismo negli ultimi settant’anni.

“Noi” così ci siamo trovati a “lottare” contro La Dittatura, contro il Razzismo e lo Sterminio degli Ebrei (fase new deal, capitalismo espansivo rooseveltiano), contro il Pericolo Nucleare, contro la Guerra del VietNam, contro La Fame nel Mondo, contro i Missili di Comiso (fase espansiva del capitalismo e del sistema russo-sovietico contrapposti), contro la guerra sovietica in Afghanistan, il movimento No Global (fase intermedia tra il crollo del muro di Berlino e la presa del potere da parte del neoliberismo; il movimento è stato represso e ucciso nel sangue nella scuola Diaz), e poi contro la Dittatura di Saddam Hussein, il Terrorismo Islamico, la Dittatura di al-Assad (fase neoliberista post-Thatcheriana quale fase intermedia della campagna programmata contro la Cina).

Oggi ritorna una campagna internazionale, capace di mobilitare immense folle di persone. È la campagna contro il Surriscaldamento globale e il cambiamento climatico provocato dalle attività industriali umane. Un movimento che proviene dalla ricca Svezia, polo alternativo al sistema statunitense e agli altri co-esistenti quali potenze regionali. Non a caso gli Stati Uniti che provano a rimanere egemonici quale superpotenza mondiale, hanno fatto di tutto per smantellare la nascita di una potenza regionale europea; questo però a tolto le briglie alle culture avanzate, che si sono ricollegate a quelle esistenti nelle diverse regioni imbrigliate all’interno dei diversi Stati: si pensi alla cultura libertaria ed ecologista della California, alle culture pacifiste e anti-capitaliste sotterranee nelle diverse regioni europee ecc_. Il capitalismo, espandendosi a livello globale porta con sé una serie di conoscenze tecnologiche e scientifiche che recano una critica immanente allo stesso sistema capitalistico. Le caratteristiche di “progresso” che ha in sé coincidono con quest’altro lato della medaglia. È qualcosa che gli analisti del passato hanno osservato in svariate forme e non solo per il sistema capitalistico: un sistema reca dentro di sé forze e tendenze che portano alla dissoluzione (o all’esplosione, alla morte) del sistema stesso. La critica a un sistema avviene dall’interno del sistema stesso; se il sistema è vitale è in grado di servirsi di queste critiche per rafforzarsi, altrimenti è destinato a crollare. dall’esterno non avviene mai nessuna “critica” ma semplicemente lo scontro. Non si parla di qualcosa di cui non si conosce, e si può conoscere solo se si parla la stessa lingua della cosa che si critica. Chi lavora per il cambiamento può farlo lungo due direttive: o perché vuole semplicemente sostituirsi ai gruppi attualmente esistenti (favorendo in questo modo il necessario turn over generazionale, ad es_; usa il pensiero alternativo per occupare le poltrone di potere tradizionale). O perché è parte della cultura alternativa, sapendo che l’alternativa è tale perché l’altra faccia della medaglia di una stessa corrente culturale ed economica (o, se si vuole, tecnologica).

Ciò non significa che dall’esistente (la cultura capitalistica) non se ne esce. Se ne esce: ma il processo è molto lungo; oppure è estremamente catastrofico. Quando il nuovo movimento no-Global (contro il capitalismo globale o turbocapitalismo, come l’ha chiamato qualcuno) si ricompone attorno alla battaglia ambientalista non fa che riprendere forze e stilemi propria dell’alternativa borghese al sistema di controllo e di potere del capitalismo. Nello stesso tempo, tutti questi movimenti pongono la mobilitazione delle masse di fronte all’individuazione di un pericolo. Una fase emergenziale, un problema collettivo che diventa addirittura non solo centrale, ma ultimativo: è l’apocalisse, è il disastro nucleare, è l’estinzione del genere umano. Un movimento millenarista, che fa leva su sentimenti atavici e su una paura di lungo periodo - con Greta Thunberg siamo tra le “crociate dei bambini” e Jean d’Arc, tra una retorica che alimenta la psicosi di massa su entrambi le parti: da un lato di fautori del movimenti e dall’altro gli osteggiatori del movimento. Le forze ostili (il capitalismo turbo-globalista) ha facile gioco a trovare servi convinti della necessità di osteggiare la nuova ventata anticapitalista. Il “successo” di un movimento innesca poi, all’interno del movimento stesso, tossine e anticorpi che cominciano ad attaccare lo stesso movimento che ai loro occhi viene tacciato di non essere più “movimento” delle mitiche o supposte “origini”.

Tutti i “movimenti” hanno un mito delle “origini” che viene utilizzato contro lo “stato attuale” sentito come non corrispondente agli obiettivi primari. Si tratta spesso di falsi ricordi, una falsificazione duplice: il sistema ha bisogno di un mito delle origini, la dissidenza ha bisogno di un contro mito delle origini.

Il sistema capitalistico ha avuto finora questa caratteristica, di servirsi di un sistema basato sul consumo delle mode culturali. Si sono succedute, in base alle varie “situazioni” storiche e contingenti, diverse mode, che hanno svezzato le diverse generazioni che si sono succedute. Mode che si succedono come gli spot di un carosello televisivo. Finché il sistema deciderà di finire una buona volta il gioco gettando la maschera (e si potrà passare a un altro sistema), o finché si sbatterà contro il muro, tutti, (e saremo estinti e il problema passerà in mano a qualche altra specie vivente).


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