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I blog e la qualità dell’aria

Un intervento di Carlo Annese sul tema del local blog lanciato da Giuseppe Granieri ("Local Blog: l’analisi")
di Redazione - martedì 27 maggio 2003 - 4960 letture

Caro Giuseppe,

non credo che tu sia matto, né che soffra di attacchi di veteromovimentismo culturale. Forse anche tu, come me, hai l’impressione che ti sfugga qualcosa; anche tu, come me, provi quella che sensazione di incompiutezza che anche il "fare blog" in questa società ti lascia. Io comincio a credere che il problema non risieda più soltanto dentro di me o di noi, nel mio o nel nostro modo di comunicare, di cercare nuove forme, nuovi stili, nuovi ambiti; quanto fuori, in quello che mi circonda e in qualche modo mi influenza in quella ricerca. Tu, mi sembra a costo di sbagliare, hai un approccio più dinamico, diretto, da problem solver quale sei, credi ancora che la questione stia nel senso da dare allo strumento e soprattutto nel come si possa usarlo meglio d’ora in poi: quel fare blog più maturo di cui parli.

Rispetto la tua posizione, e condivido profondamente la necessità di personalizzare il più possibile i blog, rendendoli tematici. Ma la soluzione più importante che proponi, il Local Blogging, mi lascia molto scettico. Per una serie di motivi, alcuni dei quali hai ammesso tu stesso:

Gli spazi, geografici ed editoriali, dell’America sono ben diversi da quelli dell’Italia La considerazione nei confronti dell’informazione nel nostro Paese è influenzata da convinzioni antiche, di forte sfiducia verso il sistema e i suoi attori

Malgrado le tue rassicurazioni, l’idea di un blogging locale sposta l’attenzione dal mezzo al fine del "fare blog", con un’inevitabile deriva professionistica e professionale, diciamo anche imprenditoriale o commerciale, ben rappresentata dall’affermazione di Paolo Valdemarin: I weblog non dovrebbero essere solo i sitini che conosciamo oggi, ma siti di qualsiasi taglia e forma gestiti con sistemi editoriali

Ancora Valdemarin aggiunge: Credo che sia venuto il momento di smettere di fare esperimenti e iniziare a costruire qualcosa di nuovo. Non un progetto da "in un paio di giorni l’interfaccia si fa", ma un progetto serio, ragionato e possibilmente sponsorizzato. Legittimo anche questo. Ma non so quanti, in Italia, immaginano realmente: a) che un weblog possa essere una fonte di guadagno; b) che un bannerino su un bloc (crasi di blog e locale) sia un investimento interessante o addirittura utile; c) che qualcuno consideri già i bloc sullo stesso livello, da un punto di vista di marketing e di promozione del marchio, dei giornali locali

Ho il timore che si stiano mitizzando un po’ troppo i blogger americani "di punta": sono realmente pochissimi quelli che si sono lanciati in blog indipendenti e autofinanziati, e nella maggior parte dei casi sono giornalisti di professione, spesso freelance in un sistema che (all’opposto di quanto accade in Italia) non solo offre opportunità continue ai freelance ma li considera una risorsa

Per esperienza personale di molti anni nei giornali locali, ricordo quante volte sia fallito il tentativo di creare dei corrispondenti di quartiere, sia in città grandi sia in quelle piccole. Mancavano le nozioni fondamentali, spesso mancava l’idea elementare (e spesso non solo tra i corrispondenti improvvisati) di che cosa potesse fare notizia, ecc.

Ma quello che mi rende ancora più scettico è l’obiettivo dei blocs, l’argomento. Ho capito che tu non pensi a un giornale pieno di fatti locali, ma tenda ad aggregare per temi. Eppure è proprio questo che mi lascia perplesso, considerate anche le difficoltà che il Blog Aggregator attuale ha incontrato nel tentativo di sistematizzare materie di genere molto vario. Tu scrivi

"Anche qui, la soluzione è semplice se si ha qualche idea. Se Tizio decidesse di raccontare i locali notturni a Milano, o i ristoranti dell’Emilia o le manifestazioni Jazz & Blues a Roma, otterrebbe immediamente il risultato. Gli addetti ai lavori comincerebbero a mandargli i comunicati stampa, la gente inizierebbe a cercarlo, ecc. ecc. Diffondere notizie, oggi, non è solo un compito di informazione: spesso è un servizio per chi ha bisogno di diffonderle".

Perdonami, ma qui non si può trattare di una o più idee, purchessiano. Se si vuole aggregare localmente, lo si faccia in maniera intellettualmente organica (quintostatescamente potri anche direi: con una logica e una valenza politiche), trovando uno o più temi "universali", che non possono essere la produzione musicale locale, la diffusione del teatro nel territorio o l’immagine dei negozi.

In questi giorni mi sono chiesto quale potrebbe essere un tema universale e in parte, almeno come enunciato filosofico, ho trovato la risposta nella prefazione di Nicola Lagioia e Christian Raimo a La qualità dell’aria, la raccolta di scrittori italiani appena pubblicata da minimumfax:

"A ognuno dei nostri interlocutori facemmo un discorso massimalista sulla nostra idea di letteratura: "Non credi che sia giusto trovare il modo di raccontare l’Italia come fa Bernhard con l’Austria? Di trasformare il proprio luogo e il proprio tempo in una questione di stile?" "L’impegno: ecco un tabù sulla scrittura attuale che va sfatato. Il coinvolgimento in quello che ci accade. La responsabilità che abbiamo come cittadini, persone, semplici creature". "Declinare le ansie sociali in uno stile forte, riconoscibile. Non gli scrittori che fanno i giornalisti, gli opinionisti, le persone sensibili, quelli che Busi chiama i "cronisti". Ma l’etica della forma. Hai presente la rabbia di Bianciardi? Il livore disincantato di Arbasino? L’intensità quasi fisica di Fenoglio?" "Pasolini". "DeLillo". "Sebald". "Houellebecq". "Marìas". "Foster Wallace". "Capote".

Ecco, forse oggi la vita di ognuno, il modo in cui s’arriva alla fine del mese (al di là delle generalizzazioni più o meno scandalistiche di questo o quel giornale) può essere un argomento sufficientemente locale e universale allo stesso tempo, come dice anche Antonio Montanaro, per capire (politicamente e socialmente) chi siamo, cosa scriviamo, perché lo facciamo e soprattutto perché attraverso i blog.

Natalia Aspesi, in un’intervista con Maria Laura Rodotà, ha raccontato:

"Si facevano grandi inchieste a quel tempo (nel ’76, i primi anni di Repubblica, nota mia), ora chi te le fa fare più? Me ne ricordo una sul Giorno assieme a Giorgio Bocca sulle periferie milanesi: stavamo una settimana in ogni quartiere, una a Quarto Oggiaro, una al Giambellino, scoprivamo un sacco di cose. Era un momento fantastico di partecipazione democratica".

Se non ci sono più i cronisti d’assalto, con le scarpe bucate e i taccuini colmi d’appunti, e se è difficile anche per strutture editoriali importanti riuscire a sintetizzare cosa accade nei quartieri e nelle città, non per questo la cronaca è finita. Se prima si raccoglieva per strada, adesso si diffonde via internet, per il semplice fatto che qualcuno parla di sè: del proprio modo di spendere lo stipendio, di andare al cinema, di usare i mezzi pubblici, di portare i bambini a scuola, ma anche di amare, soffrire, essere sano o ammalato in questa Italia. Insomma, credo che i bloc che tu solleciti esistano già, così come l’aggregatore (il tuo): non è necessario che qualcuno indichi ad altri cosa devono scrivere, è sufficiente che continuino a farlo.


Questo intervento di Carlo Annese, 23 marzo 2004, è apparso su: http://fuoridalcoro.blogspot.com/2004_03_01_fuoridalcoro_archive.html#108005062355217394

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