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È tutta colpa del Gatto Mammone

di Sergej - mercoledì 14 luglio 2021 - 1005 letture

È davvero fastidioso il titolo diffuso da ANSA, l’agenzia dominante del giornalismo italiano: “I ’danni’ della Dad, 1 su 2 termina la scuola impreparato”. Fastidioso perché falso, e perché rivela molto del pressapochismo e dell’abissale ignoranza di questi “giornalisti”. Confindustria dice no-DAD e loro, fedeli al padrone, fanno il loro mestiere. La “notizia” sarebbe un report che fotografa la situazione della preparazione degli studenti italiani, incapaci ad affrontare i test Invalsi. Test che sono stati ampiamente boicottati qui in Italia, ma che “purtroppo” i Paesi europei ci impongono, come tante cose del resto che preferiremmo ignorare (nel senso di ignoranti) ma che “purtroppo” volenti o nolenti, proprio come gli asini, siamo costretti ad ingoiare. Asini o caproni che siamo, già nel 2018 il report Invalsi aveva delineato la Caporetto della scuola italiana. Quest’anno, e non c’entrano niente DAD né altre invenzioni, la scuola italiana prosegue il suo trend: la scuola d’élite per pochissimi, e il resto degli alunni che vadano a farsi fottere, sono pezzenti.

Un Paese forma i suoi concittadini se sa cosa farne dei suoi concittadini: operai per le fabbriche, soldati, dirigenti ecc_. Se un Paese non sa cosa farsene, se non ha un progetto - economico, politico, sociale -, non sa neppure cosa farsene della scuola. E infatti.

Proprio la DAD e il periodo della pandemia ci ha rivelato altre cose: che una parte sostanziosa dei nostri alunni non ha potuto studiare perché non ha connessione a casa, perché una parte considerevole dell’Italia non sarà mai coperta dall’Internet perché quelle zone sono considerate “antieconomiche”. Un’altra parte non dispone di una casa, non dispone di un computer, non dispone del tempo dei propri genitori che li possano seguire - perché con la DAD non basta l’insegnante che parla attraverso una videocamera e un audio claudicante. Ma naturalmente è tutto colpa della DAD che, sui luoghi di lavoro, impedisce ai capo-reparto di controllare gli impiegati e al padrone di avere attorno gli schiavetti che si chinano al suo passaggio e ridono alle sue barzellette.

Noi non pensiamo che la DAD sia uno strumento utile sempre e ovunque. Ma non è neppure possibile che il lavoro (in Italia, cattivo) possa rimanere com’è ora, che la scuola e la formazione (in Italia, cattivi) possano rimanere così come sono.

Né pensiamo che possano esistere “bacchette o chiavi magiche” che permettano di risolvere magicamente i problemi. Davanti a problemi complessi occorrono un insieme di soluzioni complesse, maneggiate da persone che pensino in maniera complessa, sapendo che le esigenze di una società complessa sono a loro volta complesse. Soluzioni semplici vanno bene per macchine stupide - stavo per dire: amebe, ma le amebe già sono organismi complessi -, e noi non siamo macchine.

I test Invalsi non sono né la panacea né il demonio. Sono uno strumento. Quando una società arretrata come quella italiana fa di tutto per non usare questo strumento, a me mi puzza. E pazienza che al rifiuto si accodano tante menti eccelse, e il codazzo del criticismo ottuso dei fanatici “io-so-tutto-perché-sono-dalla-parte-dei-pezzenti”. Anzi, a maggior ragione. In realtà Invalsi è uno strumento moderato, prodotto della macchina livellatrice “mondialista” e “matematizzante”, e certamente ha tutti i difetti di questo nostro mondo; ma rispetto all’Italia è una rivoluzione. È questo quello di cui si ha paura, sempre: sapere che non si è capaci di impugnare questa rivoluzione - di qui il rifiuto. Mentre proprio ora è necessario prendere in mano questo strumento, usarlo, per poterlo assimilare e procedere immediatamente al suo superamento. La modernizzazione dovrebbe essere il passo indispensabile, per poter andare oltre, sapendo che noi siamo ancora in una fase che “moderna” non è.

Tramite la leva del report Invalsi 2021 abbiamo alcuni dati; li avremmo potuti avere anche con strumenti tradizionali, e li abbiamo avuti - del resto -, ma i report fatti con gli strumenti tradizionali cadono da decenni nel dimenticatoio. Dicendo che sono prodotti dai “test Invalsi” magari si riesce a dare loro qualche secondo in più di attenzione. Tranquilli, che se non c’è interesse a mettere mano alla scuola, non cambierà proprio nulla. Questo report ci ripete la situazione che conosciamo da mezzo secolo a questa parte.

Al Sud oltre la metà degli studenti non raggiunge la soglia minima di competenze in Italiano”. E perché dovrebbe, diremmo: l’italiano a che serve? Hanno bloccato le assunzioni nella Pubblica Amministrazione, e anzi ci dicono da vent’anni a questa parte che la Pubblica Amministrazione dovrebbe avere un taglio radicale di impiegati. Per quale scopo uno dovrebbe imparare l’italiano? Per quale motivo un ragazzo o una ragazza dovrebbe parlare italiano? Tranne quei pochissimi che riescono a iscriversi ai programmi della De Filippi, l’unico “ascensore sociale” rimasto; e quelle pochissime figlie che riescono a sposare un calciatore o un riccastro (ma qui non serve saper parlare italiano…); per la stragante maggioranza dei cittadini italiani l’italiano non serve.

Il resto dell’articolo non è altro che la replica della descrizione di una situazione standard da decenni. Invalsi o non Invalsi.

"Alle medie il 39% degli studenti non ha raggiunto risultati adeguati in italiano, il dato sale al 45% in matematica. Alle superiori il dato sale rispettivamente al 44% e al 51% con un + 9%. In molte regioni del Sud oltre la metà degli studenti non raggiunge la soglia minima di competenze in Italiano: Campania e Calabria 64%, Puglia 59%, Sicilia 57%, Sardegna 53%, Abruzzo 50%. In Campania il 73% degli studenti è sotto il livello minimo di competenza in matematica, in Sicilia 70%, 69% Puglia. Il calo è generalizzato in tutto il Paese e solo la Provincia autonoma di Trento rimane sopra alla media delle rilevazioni del 2018 e del 2019 La quota di studenti sotto il livello minimo cresce di più tra gli studenti socialmente svantaggiati e presumibilmente anche tra quelli immigrati. Sono il 9,5%, ovvero oltre 40 mila i giovani di 18-19 anni, coloro escono da scuole senza competenze, impreparati: "sono la metà della città di Ferrara - ha fatto notare Roberto Ricci, responsabile nazionale delle prove Invalsi - un terzo di Modena. La bocciatura non cambia le cose, è più funzionale all’organizzazione della scuola che alle competenze. I dati dicono che anche gli studenti che hanno avuto una bocciatura, continuano ad avere esiti sensibilmente più bassi di chi non è stato bocciato, dunque la bocciatura non è la soluzione. La sfida credo sia cercare risposte alternative, che sono già tutte nell’ordinamento vigente, non necessitano di particolari risorse le indicazioni nazionali". "Il tempo che è trascorso - ha concluso il ricercatore - non lo recuperiamo con la bacchetta magica, ma usare questi dati può aiutare a prendere decisioni da calare nella realtà" [1].

Finora non è mai capitato che qualsiasi report sui disastri della scuola italiana sia mai servito a mutare il trend. Tanto più che da qualche anno a questa parte la scuola in Italia è regionalizzata; e vige la stella polare della privatizzazione (ampiamente sovvenzionata dallo Stato, alla faccia del dettato costituzionale che parla di “senza onere”). In questo contesto, ogni cosa viene usata per portare avanti il progetto regressivo, Invalsi comrpeso (di qui la demonizzazione in atto). Ma se l’informazione non informa, e i report non servono, forse sarebbe il caso di cominciare a pensare a qualcos’altro.


Aggiornamento del 15 luglio 2021. Come previsto, gran parte degli articoli ha ripreso senza alcun spirito critico la velina di ANSA. Può essere interessante invece quanto scrive Lucia Gangale che cita anche il Manifesto per la nuova scuola.


[1] Cfr: Ansa.


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