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Ultime notizie sul caso Manca

Un altro caso dai risvolti non ancora ben definiti, una storia che come altre si trascina nel tempo da far pensare che i diretti responsabili auspichino venga dimenticata.
di francoplat - mercoledì 17 marzo 2021 - 790 letture

Lo scorso venerdì 12 marzo, alle 21 su Facebook, si è tenuto un incontro in diretta streaming dal titolo “Chi ha suicidato Attilio Manca?”. Moderato da Luigi Piccirillo, componente della Commissione Antimafia e consigliere regionale in Lombardia, il convegno ha visto la presenza di Angela Gentile, madre dell’urologo Attilio Manca, di Salvatore Borsellino e del giornalista Paolo Borrometi. Occasione e stimolo per riportare l’attenzione sul caso noto, ambiguo e altamente sospetto sulla morte del medico siciliano, archiviata dalla Procura di Viterbo come suicidio, nonostante molte evidenze portino a pensare a un omicidio eccellente legato alla possibilità che l’urologo avesse operato il latitante Bernardo Provenzano in Francia e, per tale ragione, fosse stato ucciso e fosse stata inscenata una finta morte per overdose, è stata una recente sentenza della Corte d’Appello di Roma. Ribaltando il verdetto di condanna, in primo grado, a 5 anni e 4 mesi di reclusione per Monica Mileti, accusata di aver ceduto all’urologo la droga fatale, la sentenza della III sezione penale riapre la questione, almeno agli occhi dei sostenitori della tesi del finto suicidio.

Di questo si è parlato nell’incontro del 12 marzo. Angela, o Angelina, ha ricordato come tale sentenza sia stata preceduta da un articolo di Paolo Borrometi, un’intervista pubblicata per l’Agi a Cesare Placanica, avvocato della Mileti, nella quale il legale sosteneva che qualcuno nella Procura di Viterbo gli avrebbe detto “ma falla confessare, tanto a quel punto il reato si prescrive. Noi lo facciamo prescrivere ed è tutto finito”. Una delle tante anomalie di una vicenda che la madre dell’urologo ritiene, ora, possa essere riletta e ricollocata nella sua esatta cornice e secondo i suoi colori, fuori da ogni distorsione. È lo stesso Borrometi, nel corso della diretta streaming, a sottolineare come l’assoluzione della Mileti, di cui riconosce il coraggio e la tenacia nel rifiutare una soluzione facile a fronte della lotta per affermare la propria reale posizione, rappresenti un punto forte per ripristinare una verità giudiziaria e storica, in virtù del fatto che la tesi del suicidio di Attilio si fonda proprio sul suo rapporto con gli stupefacenti, negato con forza dai famigliari dell’urologo. La pietra tombale sulla morte di Attilio, sostiene Angelina, è stata levata, così come, afferma con sollievo, sta mutando il clima attorno a tale vicenda nella stessa Barcellona Pozzo di Gotto, dove i Manca risiedono. Un clima, per intenderci, di graduale e lenta consapevolezza da parte dei Barcellonesi che la battaglia della famiglia dell’urologo sia una battaglia legittima, fondata, che la morte del giovane medico sia legata a ragioni distanti dalla sua presunta dipendenza tossicologica.

Segnali positivi, dunque, per affrontare con altra determinazione e con onestà non solo la singola questione di Attilio Manca, la cui memoria merita una riabilitazione piena e senza ombre, ma il più complesso quadro della storia italiana degli ultimi decenni, e forse dell’intera storia repubblicana, contrassegnati dalla controversa e ignobile questione della trattativa Stato-mafia. È Salvatore Borsellino, in un accorato intervento nel dibattito del 12 marzo, a inquadrare la morte di Attilio Manca nella cornice della trattativa. Lo fa equiparando l’assoluzione della Mileti a quella di Scarantino, nel corso della sentenza Borsellino quater, vittima inerme di un depistaggio di Stato per coprire mandanti ed esecutori della strage di via D’Amelio, così come nella tecnica del “mascariamento” – ossia cercare di rendere credibile ciò che è falso – tanto quello del suicidio di Attilio quanto quello della scomparsa dell’agenda rossa del fratello Paolo o del materiale digitale di Falcone. Lo fa, ancora, ribadendo come, a suo giudizio, nel caso del magistrato Borsellino e in quello di Attilio Manca ci sia una regia non mafiosa, la “stessa mano”.

Ai mafiosi non interessava uccidere Attilio Manca, sostiene Salvatore Borsellino, erano altri a essere spaventati dal possibile riconoscimento da parte dell’urologo delle persone attorno a Provenzano, persone di Stato, esponenti dei servizi segreti deviati. Sempre loro. La mafia “sicuramente sarà stata la mano armata”, continua, ma la regia è stata dei servizi, essendo troppo raffinate le modalità di costruzione dell’esplosivo per menti non raffinatissime, almeno da questo punto di vista, come quelle di Riina e di larga parte dei suoi accoliti. Attilio Manca, conclude Borsellino, è stato ucciso per proteggere la trattativa, non una seconda trattativa, come domanda il moderatore, ma la stessa, quella che vedeva in Provenzano una delle controparti del patto sporco tra lo Stato e le organizzazioni mafiose.

Si è trattato di un dibattito aperto, che si è allargato al di là dei casi Manca e Borsellino, avendo incluso, pur se di sfuggita, altri nomi celebri, da dalla Chiesa a Falcone, da Beppe Alfano a Rostagno. Un dibattito sospeso tra indignazione e ottimismo, tra il motivo-guida di Salvatore Borsellino, relativo al fatto che suo fratello sarebbe stato ucciso dal fuoco “amico” e non da quello nemico, e il mea culpa giornalistico di Borrometi, circa la scarsa attenzione iniziale delle fonti di informazione al caso Manca, tra il timbro speranzoso di Angelina sulla possibilità di resettare una sentenza indegna e di riabilitare, finalmente, il figlio e l’affondo del moderatore, Luigi Piccirillo, contro quella parte di Stato che ancora si ostina a trattare “il popolo come un popolo bue”.

Quel popolo, andrebbe aggiunto, una parte del quale mangia nello stesso truogolo di mafiosi e di infedeli servitori dello Stato, per opportunismo, necessità, incuria morale, abitudine, educazione o altro. Almeno, il dibattito dello scorso venerdì rincuora per la forza civile che emerge dal viso ossuto e dai tratti marcati di Angelina, così come dalle sue parole, nette, chiare, mai urlate, talmente cristalline da convincerci che, un giorno, da suo figlio Attilio potrà essere scrostata la patina ingiuriosa che qualcuno gli ha vigliaccamente gettato addosso.


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