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L’etica del viandante. Un’alternativa?

L’etica del viandante / Umberto Galimberti. - Milano : Feltrinelli, 2023. - 480 p., br. - ISBN 978-88-07-49364-5.

di Alessandro Castellari - domenica 1 ottobre 2023 - 959 letture

Umberto Galimberti nell’Etica del viandante pone davanti a noi il mondo in cui viviamo: la società della tecnica.

La tecnica dall’età antica fino a ieri era un rimedio all’insufficienza umana, era uno strumento a nostra disposizione per raggiungere i nostri obbiettivi, era cioè un mezzo rispetto ai fini. In questo millenario orizzonte di senso fondato sulla centralità umana si sono sviluppate varie etiche. Quella dell’antica Grecia per la quale la eudaimonía, la felicità, consiste nella realizzazione del proprio dáimon, del proprio carattere, ma col forte senso del limite posto dalla nostra definitiva mortalità, o meglio dall’essere parte, come tutti i viventi animali e vegetali, del ciclo della natura: tanto che Prometeo, che ha offerto agli umani col fuoco la prima tecnica, viene incatenato dagli dei. Poi si impone l’etica cristiana della intenzione di cui è improntato ancora oggi il nostro sistema giudiziario (delitto intenzionale, preterintenzionale, colposo). Infine quella laica della responsabilità “secondo la quale bisogna rispondere delle conseguenze (prevedibili) delle proprie azioni” (Max Weber, 1919). Entrambe si collocano in una visione antropocentrica.

Nella nostra modernità, dice Galimberti, Prometeo è stato scatenato.

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Copertina di L’Etica del viandante, di Umberto Galimberti

Già Karl Marx aveva capito che la quantità, crescendo a dismisura, diventa qualità, che il denaro, crescendo a dismisura, da mezzo per procurarsi dei beni diventa il fine. Oggi la straordinaria quantità dei mezzi tecnici è diventata qualità, e i mezzi tecnici sono diventati il fine: da strumenti in mano all’uomo sono diventati il mondo in cui abitiamo. Obiettivo della tecnica è “funzionare” senza altri fini che il proprio potenziamento, e gli addetti non sono riconosciuti come esseri che provano sentimenti o giudicano moralmente, ma come incaricati a far funzionare qualcosa applicando un protocollo. L’età della tecnica ha avuto la sua prima grande realizzazione col nazismo: il responsabile di un lager nazista non si poneva problemi morali, ma si preoccupava solo della funzionalità e dell’efficienza della struttura a lui affidata secondo un protocollo preciso. Anche per la costruzione della bomba atomica avviene una cosa simile: gli scrupoli morali e religiosi sono secondari rispetto alla sua fattibilità e utilizzabilità. Nell’età della tecnica non ci si pone dei fini, ma ci si propone dei risultati attraverso la funzionalità, l’efficienza, la velocizzazione delle procedure. L’identità individuale, come la maschera teatrale, dipende dal ruolo, dal riconoscimento sociale che avviene solo a livello di funzioni, di prestazioni, di curricula. Dunque, fine dell’umanesimo.

C’è un’alternativa alla società della tecnica, o quanto meno un modo di essere che non schiacci ciascuno di noi nel ruolo di suo funzionario?

Galimberti individua un pertugio, uno spiraglio, forse un “varco”, usando una parola cara a Eugenio Montale. Il modo di essere prevalente e massificante, indotto dalla società della tecnica, non è un assoluto in grado di cancellare valori, emozioni, prospettive, desideri, speranze. Un’altra esistenza è possibile, eine mögliche Existenz, diceva Karl Jaspers nel 1931, seguendo le intuizioni di Friedrich Nietzsche per il quale “l’uomo è un animale non ancora stabilizzato”. E a questo “animale non ancora stabilizzato” un’altra etica si offre: quella del viandante.

Scriveva Nietzsche in Umano troppo umano (1878-1879) che l’uomo “non può mai sentirsi sulla terra nient’altro che un viandante, non un viaggiatore diretto ad una meta finale”. Scriveva Antonio Machado nel 1912: “Viandante, non c’è sentiero, / il sentiero si fa camminando. / Sono le tue impronte a fare il sentiero / e niente più”.

Il viandante cammina e fa esperienza del mondo, un mondo non filtrato dagli invasivi strumenti della tecnica. Allora egli esperisce la differenza e l’alterità di ogni essere umano, e vive da cosmopolita nella confusione dei confini, perché le migrazioni non sono un’emergenza, ma appartengono all’eterna storia dell’umano. Egli comprende che la vita è possibile solo nell’interconnessione delle cose. Microorganismi, piante, animali tengono insieme la biosfera, quella sottile pellicola che ci fa vivere, e che oggi è minacciata e aggredita. Gli interessi economici della società della tecnica rendono, infatti, gli esseri umani la forza geofisica più distruttiva. Allora il nuovo paradigma deve essere biocentrico: non solo i diritti dell’Uomo, ma anche quelli della Natura e della Terra. Dal Settecento in poi nessuna dichiarazione dei diritti ha preso in considerazione quelli della Terra, la nostra vera patria. Così ci siamo dimenticati di tutte le creature celebrate da San Francesco nel suo Cantico.

Umberto Galimberti sa bene che questa etica del viandante è difficile da praticare, ma sa anche che essa è necessaria per il nostro stare al mondo, per il nostro abitare la Terra, come hanno compreso soprattutto le giovani generazioni.

Nelle battute finali, il saggio assume quasi una dimensione visionaria e profetica. E l’effetto sul lettore è quello di una illuminazione che gli permette di rivisitare la sua concezione del mondo e soprattutto di sperimentarsi con un diverso stare al mondo superando vecchie abitudini e perniciosi automatismi, modificando anche i triti stilemi del proprio linguaggio.


Sinossi

L’Occidente ha due radici: il mondo greco e la tradizione giudaico-cristiana. Per quanto dischiudano orizzonti completamente diversi, entrambi descrivono un mondo dotato di ordine e stabilità. Ma noi viviamo nell’età della tecnica. È finito l’incanto del mondo tipico degli antichi. È finito anche il disincanto dei moderni, che ancora agivano secondo un orizzonte di senso e un fine. La tecnica non tende a uno scopo, non apre scenari di salvezza, non svela la verità: la tecnica funziona. L’etica, come forma dell’agire in vista di fini, celebra la sua impotenza. Il mondo è ora regolato dal fare come pura produzione di risultati.

L’unica etica possibile, scrive Umberto Galimberti, è quella del viandante. A differenza del viaggiatore, il viandante non ha meta. Il suo percorso nomade, tutt’altro che un’anarchica erranza, si fa carico dell’assenza di uno scopo. Il viandante spinge avanti i suoi passi, ma non più con l’intenzione di trovare qualcosa, la casa, la patria, l’amore, la verità, la salvezza. Cammina per non perdere le figure del paesaggio. E così scopre il vuoto della legge e il sonno della politica, ancora incuranti dell’unica condizione comune all’umanità: come l’Ulisse dantesco, tutti gli uomini sono uomini di frontiera. Oggi l’uomo sa di non essere al centro. L’etica del viandante si oppone all’etica antropologica del dominio della Terra. Denuncia il nostro modello di civiltà e mette in evidenza che la sua diffusione in tutto il pianeta equivale alla fine della biosfera. L’umanesimo del dominio è un umanesimo senza futuro. Il viandante percorre invece la terra senza possederla, perché sa che la vita appartiene alla natura. Così ci guida Galimberti: “L’etica del viandante avvia a questi pensieri. Sono pensieri ancora tutti da pensare, ma il paesaggio da essi dispiegato è già la nostra instabile, provvisoria e incompiuta dimora”.

Nell’età della tecnica non comprendiamo più il mondo a partire da un senso ultimo. La storia non è più inscritta in un fine. L’unica etica possibile è quella che si fa carico della pura processualità: senza meta, come il percorso del viandante.



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