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Trasformazione dei non-luoghi

A passeggio con padre BoyGeorge

di Sergej - lunedì 7 giugno 2021 - 952 letture

Mi capita a volte di passeggiare con un mio carissimo amico, ex padre domenicano oramai in pensione - padre BoyGeorge, da non confondere con il padre George che assiste da anni papa Ratzinger. Questo padre BoyGeorge è una mente acutissima, e nonostante la veneranda età si tiene aggiornato su quel che accade nel mondo secolare - molto più di me che, sbadato e facile alla distrazione, a volte ho una visione più ristretta e parziale: come diceva la canzone, "guardo il mondo da un’oblò". Le mie camminate con padre BoyGeorge sono sempre interessanti.

Facciamo le nostre solite, abitudinarie camminate, nella terra di confine tra due città appiccicate le une alle altre. Un quartiere residenziale di condomini cresciuti negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso.

E discutendo di luogo e dell’abitare, padre BoyGeorge accenna a recenti notizie di cronaca. Ciò che accade in alcune città della movida, episodi di violenza tra giovani. Luoghi deputati alla ristorazione e all’incontro serale tra amici, funestati da questi episodi di violenza, esplosiva e incontenibile, apparentemente causati da "futili motivi", come si dice nel gergo dei rapporti di polizia. Solo in parte c’entra lo sfogo derivato dalle chiusure della quarantena, dei mesi trascorsi; il tappo della bottiglia che salta per l’energia a lungo accumulata. Episodi simili si verificavano anche prima.

I centri storici vitalizzati dalla "movida" qualche anno fa, si trovano nelle condizioni di terra-di-nessuno. In cui avviene il libero sfogo di bande di disadattati, che sembrano utilizzare la logica del branco per ribaltare quella che è la loro paura di singoli in esibizione di violenza e tracotanza.

Io ricordo che sui non-luoghi ne ha scritto Augé, diversi anni fa. Padre BoyGeorge osserva giustamente come i non-luoghi di Augé (gli aeroporti ad es_), usati per incanali i flussi di trasferimento della modernità, sono in ogni caso luoghi ampiamente controllati: attraverso telecamere, e forze di polizia presenti ed esibite. Sono spazi della modernità in cui la modernità svolge il suo ruolo saldo di controllore - dei corpi singoli e delle masse. Invece in questi non-luoghi della movida il controllo sembra venuto meno. Territori lasciati a se stessi, in cui le bande hanno modo di spadroneggiare, e nascono regole e codici di comunicazione autonomi (non guardare mai un estraneo in faccia altrimenti quello ti accoltella, non urtare un altro corpo se non vuoi essere accoltellato, ecc_).

Torno a casa e mi capita di leggere una cosa interessante, cui rimando. È la recensione di Carlo Moiso su Carmilla online, riguardo a un libro di La Cecla intitolato "Mente locale" (Eléuthera editrice, 2021). Qui vengono spunti molto interessanti, che sembrano ricollegarsi al discorso fatto.

C’è Haussmann e la costruzione della Parigi moderna con i suoi ampi viali. Su questo già sappiamo:

"il barone Haussmann operò un immenso e radicale ammodernamento urbanistico della capitale francese, portando alle estreme conseguenze l’esperienza precedente. Il Barone, infatti, sventrò il fitto tessuto dell’antica città medievale, perenne focolaio di epidemie e di insurrezioni, mediante la costruzione di nuove arterie stradali, rettilinee, ampie e alberate, che si snodano per 165 chilometri in tutta la capitale.

Attraverso tale trasformazione di Parigi Haussmann intendeva infatti impiegare e ingigantire gli enormi profitti dell’epoca e riorganizzare la rendita immobiliare parigina, spesso al limite della speculazione edilizia. Importante era anche la valenza politica e sociale dell’intero progetto, che mirava a conferire alla capitale un aspetto moderno e grandioso. Più significativo, dal punto di vista di classe, era il terzo scopo, legato a ragioni di pubblica sicurezza e di ordine pubblico. Haussmann vide nei boulevard un ottimo strumento per consentire il rapido ed efficace spostamento di truppe militari a Parigi in caso di insurrezione e, contestualmente, per impedire la costruzione di barricate, cosa che avveniva assai di frequente nello stretto labirinto di strade medievali" [1]

Moiso sottolinea come La Cecla va oltre l’interpretazione tradizionale, quando sottolinea come:

"Insediarsi vuol dire ritagliare un posto tra la genericità dei luoghi, porre un confine tra l’abitato e il non abitato. Questo gesto e un gesto di fondazione, e ogni fondazione implica un orientamento. Questo luogo, adesso abitato, e in relazione con ciò che gli sta intorno secondo alcune direttrici orientate. Ogni insediamento viene cosi incardinato non solo da un circoscrivere, ma anche da un legare al cosmo intero" [2].

Chi si stabilisce in un luogo fa diventare quel luogo non solo un punto geografico, ma un punto psichico. Quando la modernità interviene su quei luoghi e sulle popolazioni che abitano quei luoghi, compie un atto di distruzione non solo fisica. Moiso accenna alle lotte delle popolazioni della Val di Susa, al conflitto tra Israele e Palestinesi. Riprende l’interessantissimo accenno di La Cecla agli interventi di modernizzazione operati nella Palermo dopo l’insurrezione del 1866. Io penso all’operazione di eliminazione dei "cortili" avviata a Lentini sotto il fascismo - i cortili luoghi di aggregazione e di formazione di socializzazioni non borghesi, per questo sentiti come ostili e pericolosi da parte della modernizzazione portata avanti dal fascismo -. Nella fase successiva, lo svuotamento del centro storico a favore della colonizzazione di una nuova area condominiale e residenziale (Santuzzi/Carlentini nord) con la cancellazione dei vecchi dèi dal centro storico a favore del nuovo dio del consumo nei nuovi quartieri residenziali. A questo punto l’idea dei non-luoghi di Augé ne esce superata da un fronte di considerazioni più vaste.

Con la movida sembrerebbe assistere a un "ritorno al centro storico", una rivitalizzazione dei centri storici. In realtà è la nuova modernità che torna sui luoghi del delitto della modernità precedente. Vengono spartite le spoglie rimaste, i luoghi vengono ri-modellati ad uso e consumo dei nuovi occupanti: ristoratori (improvvisati), personale impiegato (cuochi e camerieri, in nero), tutti in genere non abitanti del luogo o facenti parte di una nuova immigrazione. Che accolgono il flusso dei nuovi consumatori non all’interno dei propri spazi privati (così come avviene in aeroporti o supermercati), ma negli spazi ex-comuni che vengono così privatizzati: strade, piazzette, angoli. Perimetri di libero scambio, spazi sottratti alla collettività, fiere del consumo ossessivo per classi e ceti marginali: i ragazzi appunto. È l’idea del libero mercato, dei "distretti" o delle "città libere". La quintessenza del neoliberismo [3] dei poveri.

[1] Contro il non luogo universale / di Carlo Moiso, Carmilla online, 2 giugno 2021.

[2] Mente locale / Franco La Cecla. - Eléuthera editrice, 2021, pp. 58

[3] Stiamo qui usando due termini quantomeno ambigui e provvisori: modernità/modernismo e neoliberismo con il beneficio d’inventario, o, come dice il mio amico domenicano, cum grano salis.


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