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Testimoni che ascoltanto, testimoni che parlano.

Disorso ingenuo, col senno di poi, sul baratto culturale del Teatro Urgente a Novara di Sicilia.

di Francesco Chiantese - mercoledì 15 settembre 2004 - 6101 letture

L’attore è, innanzitutto, testimone allenato del quotidiano. Questa affermazione diventa vera, o meglio la riconosciamo come assioma, dopo aver vissuto un’esperienza simile al baratto culturale così come lo abbiamo concepito con il collettivo teatrale degli Urgenti, partendo dalla provincia di Siena, per arrivare a Novara di Sicilia (Messina); quando, cioè, ti trovi calato come attore in una situazione in cui i momenti in cui sei in scena sono decisamente inferiori a quelli in cui non stai recitando.

A Novara, la compagnia al completo, si è fermata per sei giorni, ed una sera soltanto era quella di spettacolo. Il resto era laboratorio, il resto era vivere quotidianamente da artisti in una comunità che ti è estranea, era avvicinare gli altri al tuo quotidiano di attore ed avvicinare te stesso al quotidiano degli altri.

L’attore, dicevo prima, è innanzitutto testimone allenato del quotidiano. "Testimone" come lo siamo tutti di una situazione quando ne siamo coinvolti, "allenato" perché le proprie esperienze artistiche, il proprio lavoro, il proprio "allenamento", appunto, ti consentono di essere maggiormente reattivo alle situazioni. In un situazione comunque limitata nel tempo puoi spingere al massimo te stesso, il tuo corpo, la tua attenzione affinché percepisca il maggior numero di informazioni e sensazioni dal contesto in cui ti muovi.

Con questo presupposto teorico siamo arrivati, lo scorso 17 agosto, a Novara di Sicilia.

Ma cosa trova un gruppo di artisti quando si sposta in uno spazio a se estraneo con l’intenzione di essere testimoni?

Trova innanzitutto una grande curiosità nei confronti della propria esperienza. Novara è una paese in cui persiste una buona tradizione di teatro popolare, che sebbene con le difficoltà di tutto il teatro filodrammatico in Italia, vive ancora attraverso alcuni giovani. Ma, appunto, le persone con cui siamo venuti in contatto difficilmente avevano mai incontrato degli attori quando non sono in scena.

In secondo luogo abbiamo incontrato alcuni attori, ed in genere alcune persone "attive" nella vita culturale della comunità che sono state disposte a mettersi in gioco con noi, durante un laboratorio, fino a realizzare assieme una performance a partire dalle leggende e dalle tradizioni locali.

Questo è credo quello che tutti noi ricorderemo come il piccolo miracolo di Novara di Sicilia. Un gruppo di persone che, lavorando sulle proprie tradizioni, lavorando sulle problematiche quotidiane della propria comunità attraverso gli strumenti messi a disposizione dal corpo ed attraverso il linguaggio del teatro: creano qualcosa di nuovo.

Com’è successo? Per prima cosa do la colpa di questa ricchezza alla cultura siciliana che, a sua croce e delizia, riesce a amalgamarsi, a coesistere ed a dialogare con le atre culture. Quella siciliana, lo credo da non siciliano ovviamente, è una cultura isola, a sua volta, proprio come il territorio su cui vive, ricca di porti, coste, circondata dalle altre, arroccata su se stessa, ma necessariamente in comunicazione. Al secondo posto, nella classifica delle responsabilità, metto la disponibilità da parte degli artisti che hanno lavorato con me a mettersi in gioco. Nessuno di noi aveva ancora vissuto un’esperienza simile. In questo, e non solo ma mi soffermerò su questo, non c’era distanza tra noi ed i cittadini di Novara. Entrambi guardavamo con curiosità ed aspettativa questa forma di baratto. Sulla base di questo "mettersi in gioco" è nato il dialogo.

Infine, ma l’elenco sarebbe enorme, metto le necessità di tutti. Gli "urgenti" avevano la necessità di consolidare la propria esperienza di collettivo attraverso un’esperienza che avesse in se un seme di fecondità. I "novaresi" avevano la necessità, i primi a venirci incontro ovviamente, di fermarsi a lavorare sul proprio quotidiano e su quello della propria città; avevano inoltre l’esigenza di trasferire questa loro urgenza agli altri che non ancora riconoscevano questo "lavoro" come necessario alla continuità della comunità.

Di tutto questo è vissuto il baratto a Novara. Ne è rappresentativo il primo frutto visibile di questa esperienza, cioè la performance realizzata dagli urgenti e dai cittadini il 21 agosto scorso. Non mi dilungo sul contenuto, mi basta dire qui che abbiamo giocato con un’antica leggenda locale per consentire ai novaresi di guardare in faccia la propria città e parlarle. Ascoltare e parlare. La base dell’essere uomini è anche la base del teatro, quindi nessuno stupore se sei giorni di duro lavoro abbiano portato a questo risultato grande e semplice allo stesso tempo.

Il teatro come lingua per parlare alla propria città, alla propria storia. Ecco allora un’altra piccola aggiunta che questo "stare a Novara" ci permette di dare alla nostra definizione di attore. L’attore è testimone allenato del quotidiano, testimone che ascolta, testimone che parla. Cioè non è altro che un uomo, solo che si allena. L’attore è uomo che si allena ad essere uomo.

Potrei citare impropriamente, nessuno se ne abbia a male, il testo sacro dei cristiani quando al primo capitolo del libro scritto da Giovanni dice: "ciò che noi abbiamo visto, ciò che noi abbiamo udito (ed il "solo" è implicito) racconteremo a voi". Ecco. Questo libro antico, sacro per alcuni e ricco per tutti suggerisce una conclusione momentanea.

Cosa ci fa un gruppo di attori (testimoni dunque ed uomini altrettanto) in un paese estraneo quando non è in scena? Vede ed ascolta; per poi avere qualcosa da raccontare.


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