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Oltre lo sguardo, una storia

"In trent’anni di carriera ho perso più di qualche macchina fotografica e, naturalmente, in concomitanza, ogni volta ho rischiato anche di rimetterci la pelle"

di Cristiana Di Bartolomeo - mercoledì 3 giugno 2015 - 4477 letture

Steve McCurry ha scattato foto dagli anni ’70, da quando clandestino, travestito da afghano o mimetizzato in un nucleo di mujahedin, ha iniziato a dar fondo alle centinaia di rullini che aveva portato con sé dagli Stati Uniti nel subcontinente indiano. Da questi scatti sotto tiro, mentre i compagni del gruppo inforcavano cannocchiali e mirini della resistenza prosovietica, lui inforcava l’obiettivo. È da questa sua prima esperienza di fotogiornalismo di una guerra civile, propostagli direttamente proprio dai combattenti islamici, che inizia la sua storia di fotografo documentarista che lo porterà poi a toccare le vette della fama mondiale.

McCurry nasce e cresce a Philadephia, e il sopraccitato fu uno dei conflitti più significativi del periodo della Guerra Fredda. Le tensioni interne degli stati del nostro pianeta si trasformavano alchimicamente in guerre per procura tra le due superpotenze: l’uno forniva le armi, l’altro invadeva e occupava militarmente il Paese. Quella volta toccò all’Afghanistan. Delle sue infinite storie questa merita di esser narrata, se non altro in omaggio al coraggio del pensiero divergente, dell’esser persona uscita dalla comfort zone. Senza documenti, senza passaporto e attraversando una zona interdetta, Steve, in una lingua fatta solo di gesti e sguardi ritrasse ogni pensiero di un Paese, dei miliziani, del contrasto tra misero armamento e ferrea determinazione. La prima immagine consegnata al mondo dell’esperienza vissuta, impressa su di un rullino, in bianco e nero, che era riuscita a varcare ogni presidio e controllo di frontiera, fu pubblicata sul New York Times il 3 dicembre del ’79.

Oltre lo sguardo, il titolo della nuova mostra, visitabile in questi giorni a Roma fino al 20 settembre, ospitata nel Teatro 1 degli Studi di Cinecittà in via Tuscolana 1055, dopo il gran successo della precedente e straordinaria installazione al Macro, allestita tre anni fa. McCurry ci ha insegnato sia l’incontro dello sguardo che la sua assenza, per vedere oltre. Il pretesto della mostra e della location nasce con il suo colpo di fulmine surrealista nei confronti degli studi cinematografici di Cinecittà alcuni anni fa, dove iniziò a muoversi tra set e magazzini ritraendo props e prospettive.

Il viaggio di questa mostra è perdersi e sorprendersi tra i pannelli di leggerissimo tessuto nero, come velo sospesi dall’alto, in un labirinto storico-geografico di anime, di momentum, ed il viaggio si realizza con le sue inquadrature, le sue attese e la prontezza di riflessi, che costringe il visitatore a salire su una macchina del tempo, e dello spazio. Nonostante le tematiche e i soggetti di McCurry, questa raccolta rimane un percorso rassicurante grazie anche al progetto di installazione di Peter Bottazzi. Una rassegna di immagini che seleziona scatti fermi ma stratificati come se il vivere fosse una conformazione geologica.

Nella agilità e velocità del mezzo che McCurry ha preferito utilizzare rispetto a quello cinematografico dei suoi studi universitari, fatto di tempi lunghi e lenti, attese, troupe, ci immergiamo nella tridimensionalità delle sue immagini: il lavoro di un DoP, i suoi Punctum, le sue Massime

Ciò che colpisce di più di questa narrazione sono le foto, che non si scattano a destinazione, ma durante il percorso, dal momento proprio in cui si decide di smarrirsi in stato quasi-meditativo. Difatti in questo abbandono, non si sta più forzando la situazione, la si sta solo cogliendo. Ma le situazioni le devi saper riconoscere “good grand pictures don’t grow on trees”, quindi i suoi click sono i suoi ciak, di attesa ed anticipazione e, solo come anche Salgado, ha la capacità di donare movimento al paesaggio.

Se nella precedente mostra fotografica McCurry ci ha consegnato una lezione di grammatica e sintassi della fotografia, questa volta, aggiunge una lezione di vita: lavorare con le persone sbagliate mette a repentaglio la tua stessa vita, non solo il risultato. Il rapporto di fiducia tra soggetti, dove l’altro la fiducia se la deve solo che guadagnare

C’è lo scatto di September 11, NYC INT GIORNO il suo ufficio: era rientrato a casa solo la sera prima, una voce amica al telefono gli dice ’faresti bene a guardare fuori dalla finestra’

E in quel momento, il suo sguardo alla finestra, un corto circuito mentale, ma non dell’occhio, neanche stavolta, sebbene per la prima volta, non credesse ai suoi occhi.

Steve ha partecipato in prima persona alla storia del mondo del suo tempo, un viaggio ricco di ricompense.

www.mostrastevemcurry.it

Dove: Cinecittà via Tuscolana 1055, Roma
 Quando: ogni giorno esclusi i martedì ore 9.30-19.30 fino al 20 settembre


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