Malaria e bonifica: il lago di Lentini - parte 4 - La sconfitta degli elettrici

Da "Mezzogiorno e modernizzazione" di Giuseppe Barone (Einaudi, 1986), capitolo quinto: "Modernizzazione agraria e resistenze sociali nella Piana di Catania", il quarto paragrafo dedicato a: "I consorzi dei proprietari e la sconfitta degli «elettrici»", pp. 222 e segg.. Si ringrazia il prof. Giuseppe Barone per l’autorizzazione alla pubblicazione.
di Redazione - lunedì 10 febbraio 2020 - 577 letture

Nell’estate del ’25 la Sges decise di mutare tattica: per fronteggiare l’opposizione agraria, che stava organizzandosi in tutte le regioni meridionali mediante il Comitato promotore dei consorzi di bonifica, non erano piú sufficienti il consenso degli ambienti scientifici né la bontà tecnica del progetto, ma occorreva attrezzarsi per sostenere uno scontro politico con l’obiettivo di vincere le resistenze dei grandi notabili. Si trattava, in definitiva, di competere sul terreno dell’egemonia sociale con le élites dominanti, concentrando tutte le risorse economiche e le influenze politicamente spendibili per recidere i legami clientelari e le connivenze di potere che costituivano il supporto essenziale del blocco agrario; nel contempo la classe dirigente andava sostituita con nuovi elementi prelevati dai ceti medi urbani, disposti a sostenere gli interessi del gruppo elettrofinanziario nella zona.

Un primo punto di forza per Vismara era rappresentato dalla permanenza di Giuseppe Poidomani alla prefettura di Siracusa, la cui nomina era stata imposta nel ’24 da Carnazza e Corbino per gestire le elezioni in quella provincia; l’altro personaggio, cooptato come agente fiduciario del gruppo, era Gioacchino Di Stefano, comproprietario del Pantano di Lentini, che era stato ottenuto in concessione dalla Sibi per la bonifica idraulica e agraria. Sotto il profilo politico, quest’ultimo era una creatura di Carnazza, che lo aveva piazzato come direttore centrale della nuova Banca del Sud e lo utilizzava per la spiccata verve giornalistica; nel quotidiano neutralista «Il giornale dell’isola », fondato da Carlo Carnazza nel gennaio 1915, Di Stefano si era acquistata una certa notorietà come critico musicale e curatore della prestigiosa pagina letteraria, finché alla metà degli anni ’20 aveva dato vita alla Sait (Società Anonima Imprese Teatrali) che durante il regime avrebbe tenuto la gestione del Teatro Massimo Bellini. L’impegno culturale coesisteva, ed anzi dava lustro all’attività politica di Gioacchino Di Stefano quale «grande elettore» dei fratelli Carnazza, riuscendo anche a coprire le lucrose mediazioni finanziarie.

Per la Sges, il cui nucleo imprenditoriale era di prevalente estrazione settentrionale, la collaborazione di un broker come Di Stefano risultava indispensabile per assicurarsi alcuni canali di collegamento con la società locale, e per aprire qualche frattura nel blocco di potere delle classi dominanti. Con lui Vismara sottoscrisse nel mese di settembre un contratto triennale di consulenza, in base al quale Di Stefano aveva il compito di promuovere un lavoro di propaganda e di persuasione nell’ambiente locale; il compenso delle prestazioni fu fissato nella cifra mensile di 2000 lire, con la promessa di un incarico di prestigio in una delle società del gruppo qualora la situazione si fosse sbloccata positivamente [1].

Le relazioni mensili stilate da Di Stefano, e spedite alla sede milanese della Sges, offrono uno spaccato eccezionale delle lotte di potere ingaggiate nei comprensori di bonifica meridionali in ordine ai diversi progetti di pianificazione del territorio:

“Poiché il progetto Omodeo è il piú serio e finanziariamente superiore - afferma la prima relazione - è da supporre che il Provveditore alle Opere Pubbliche non dia corso alla sua approvazione solo per le numerose proteste dei cosiddetti cittadini di Lentini e per il timore di disordini scatenati da contadini che temono il flagello della malaria [...]. Programma d’azione: studiare da vicino la situazione politica di Lentini, capovolgerla a nostro favore, arrivare ad una rumorosa manifestazione di piazza, ingrandirla a mezzo della stampa in modo da provare al Provveditore che la cittadinanza di Lentini reclama per il suo benessere l’appr-vazione del progetto Omodeo” [2].

Politicamente coperto dall’ex ministro Carnazza, non badando certo economie sui fondi segreti della Sges, Gioacchino Di Stefano prende ,contatti col federale di Siracusa, corrompe senza scrupoli il capo dei sindacati fascisti di Lentini, l’ex dirigente socialista Filadelfo Castro, avversario di Beneventano e leader carismatico dei braccianti, interviene sul prefetto affinché il consiglio sanitario provinciale voti un ordine del giorno favorevole al progetto Omodeo, facendo pressioni nel contempo per frettare la completa sostituzione dei quadri politici locali con un nuovo organigramma di personaggi ligi alle posizioni sostenute dalla Sges. Nei gennaio del ’26 i risultati conseguiti autorizzavano l’ottimismo:

“Ho il piacere di comunicare che abbiamo capovolto la situazione politici Lentini:

a) avevamo un’amministrazione comunale decisamente a noi contraria e legata a filo doppio agli interessi dei proprietari. Solo il Sindaco dissentiva dal resto dell’amministrazione ed era segretamente favorevole a noi. Abbiamo ottenuto le dimissioni della Giunta e la immediata nomina delle stesso Sindaco a Commissario prefettizio;

b) dirigeva la P.S. di Lentini un commissario di questura che era anima dei nostri oppositori dai quali riceveva ordini e direttive. Abbiamo ottenute il suo trasferimento e la sua sostituzione con un commissario nostro amico;

c) come si sa, la politica nei piccoli comuni è aristocraticamente diretta dal Segretario Politico del Fascio. Occupava la carica un tale sig. Astuti, nostro accanito oppositore, anche perché dipendente da un’azienda di nostri oppositori, e legato al commissario di P.S. da rapporti poco puliti. Abbiamo ottenuto la sostituzione del Segretario Politico ed in cambio la nomina di un triumvirato del quale fanno parte i sigg. Mangano e Castro, quest’ultimo capo dei Sindacati fascisti, l’uno e l’altro completamente e devotamente nostri. Il paese è dunque completamente nostro; tutta la cittadinanza è oggi pronta a qualunque azione dal nostro interesse venga domandata” [3].

Sono, queste, settimane frenetiche per Di Stefano e l’entourage di tecnici e politici mobilitati attorno al programma della Sges.

Mangano e Castro preparano un memoriale da inoltrare al Provveditore e al ministero dei Lavori pubblici, con la firma di un migliaio di lavoratori «contro l’interesse di pochissimi proprietari, i quali, già abbastanza ricchi, tentano di aumentare i loro possedimenti a danno della collettività» [4], mentre con cadenza quotidiana sul giornale dei Carnazza comparivano articoli contro i « signorotti di Lentini» e l’assenteismo dei proprietari della Piana.

L’attivismo di Di Stefano non dà però i frutti sperati, poiché le contraddizioni aperte nel tessuto della società locale non sembrano spostare in misura rilevante i rapporti di forza. I principi di Trabia e Borghese hanno reagito agli attacchi affrettando le procedure per la costituzione del consorzio dei proprietari, laddove Beneventano inscenava una manifestazione di piazza contro «le organizzazioni plutocratiche corruttrici », non esitando a scrivere direttamente a Mussolini per ricordargli la promessa fatta durante il suo viaggio in Sicilia [5].

Le capacità di tenuta del blocco agrario si rivelavano maggiori del previsto, anche perché, col decreto emanato nel novembre 1925, il regime fascista ha ormai maturato una inequivocabile scelta di classe a favore della grande proprietà meridionale, che ora la burocrazia ministeriale è chiamata ad applicare su scala regionale.

“Non posso nascondere - afferma Di Stefano nella sua quarta relazione - che il colloquio col Provveditore alle Opere Pubbliche della Sicilia mi ha lasciato un certo senso di incertezza. Hanno contribuito a mantenermela non solo le sue osservazioni sul mutato quadro legislativo, ma anche un piú attento esame della si-tuazione di Lentini. Gli avversari a Lentini sono stati completamente sbaragliati. Ma il fatto di averli vinti, cioè di averli tolti dalle posizioni politiche che avevano guadagnato non significa aver fatto sparire dalla circolazione i vari Signori Beneventano, Trabia, Borghese, Signorelli, ecc. che ci sono e ci saranno sempre accanitamente contrari. E poiché tali signori rappresentano con la loro numerosa parentela la classe piú eletta del paese, costituiranno sempre una forza, anche se nessuno di essi riuscirà ad avere da oggi in poi una carica pubblica nel luogo. E i-fatti non si fermeranno mai dal formare commissioni di cittadini, dal domandare udienza a ministri, dal telegrafare proteste ecc. Tutto ciò rappresenta quella voce discorde che tanta influenza ha sul Provveditore e che potrebbe preparare la nostra rovina [6].

La posta in palio era davvero alta e le differenze tecniche fra i tre progetti riflettevano la natura sociale degli interessi in gioco: con il piano Omodeo il nuovo lago artificiale avrebbe consentito l’impianto di grandi aziende capitalistiche irrigue su tutta la zona meridionale della Piana, completando la trasformazione fondiaria prevista anche nell’area settentrionale; con l’ipotesi Beneventano, il prosciugamento del Biviere si sarebbe limitato al recupero agrario dei 1200 ettari sommersi dalla palude, per un programma di quotizzazioni filocontadine che non dava alcuna garanzia tecnica circa l’eliminazione della malaria, ma che senza dubbio impediva l’intensificazione colturale dei 10.000 ettari sottostanti: l’ipotesi Trabia-Borghese, infine, grazie alla parziale conservazione dello specchio d’acqua, assicurava ai proprietari del Biviere l’irrigazione delle proprie terre, senza curarsi del danno provocato dal mancato arrivo dell’acqua sui terreni pantanosi a destra e a sinistra del fiume San Leonardo bonificati dalla Sibi.

Ognuna di queste soluzioni esprimeva una notevole progettualità politica, ed era insieme portatrice di mutamenti sociali, anche se il programma della SGES offriva la maggior somma di utilità collettive. Ma le difficoltà incontrate dagli elettrobancari nascevano proprio dal trovarsi come avversari non già neghittosi latifondisti, difensori ad oltranza dello status quo, quanto piuttosto gli esponenti di una imprenditorialità agraria da lungo tempo adusa ad esercitare il ruolo di classe egemone, capace di gestire costi e benefici di una modernizzazione che non doveva comunque alterare in modo traumatico il predominio della grande proprietà: era chiaro, infatti, che la soluzione vincente avrebbe dato a uno dei tre gruppi concorrenti il controllo sociale del territorio (dal monopolio delle acque al consorzio di manutenzione, dalle industrie di trasformazione agroalimentari al mercato del lavoro).

Dopo aver constatato che lo scontro frontale politicamente non pagava Di Stefano riaggiustò il tiro, temendo che i due gruppi di Beneventano e dei Borghese-Trabia finissero per coalizzarsi contro la Sges. « Volevo inscenare una grande manifestazione cittadina - scrive a Carnazza - ma riflessioni piú mature mi hanno fatto ritenere poco opportuna tale idea, almeno per il momento, perché irriterebbe il principe di Trabia, compromettendo anticipatamente le trattative da iniziare » [7].

Dal braccio dí ferro al tentativo di accordo, il passo non era breve, ma neppure impossibile: il nemico da battere restava Beneventano con i suoi propositi di prosciugamento, mentre con il proprietario del Biviere bisognava cercare il compromesso se si voleva «mutare il danno in benefizio ». Nel marzo 1926 la nuova proposta è sottoposta al giudizio di Vismara:

“Il nostro gruppo aspira alla concessione del lago di Lentini non come affare a sé stante da cui si speri soltanto un rilevante lucro, ma quasi come un mezzo per raggiungere un fine doppio: primo, l’irrigazione dei terreni ricavati dalla bonifica dei Pantani di Lentini e di Celsari; secondo, la possibilità di ottenere la concessione per la bonifica integrale della Piana di Catania. Pertanto anche se il nostro gruppo non ricavasse alcun utile dalla bonifica del Biviere secondo il progetto Omodeo, avrebbe sempre la più grande convenienza di eseguirla per raggiungere quei due scopi. E allora non sarebbe il caso di esaminare la rinunzia totale agli utili dell’azienda d’irrigazione che dovrà nascere sul lago di Lentini? La rinunzia da parte nostra dovrebbe andare a vantaggio soprattutto dei Trabia-Borghese che possiedono 1200 ettari dei 1400 che resterebbero sommersi dal nostro serbatoio. Occorrerebbe cedere allora 1/1400 di utile dell’azienda di irrigazione per ogni ettaro di superficie sommersa. Su questa ragionevole base d’accordo, la concessione potrebbe essere richiesta dal consorzio dei proprietari, si eviterebbe l’esproprio, e tutte le spese sarebbero a totale carico dello Stato. Forse cadrebbero di colpo tutte le opposizioni contro di noi” [8].

Di Stefano avviò trattative riservate con Gian Giacomo Borghese «che è pronto ad accordi - riferiva - purché gli assicuriamo vantaggi superiori al progetto delle Condotte». La Sges si impegnava a garantire un utile scalare da 500 a 300 lire per ogni ettaro sommerso, secondo la qualità dei terreni che costituivano il fondo del Biviere; in cambio il consorzio avrebbe concesso alla Sibi l’appalto dei lavori con i relativi contributi statali, affidando inoltre la direzione amministrativa dell’azienda d’irrigazione al gruppo elettrofinanziario [9].

Si delineava perciò una tregua temporanea fra due dei tre protagonisti che si contendevano il controllo del comprensorio di bonifica, certamente i piú esogeni rispetto alla società locale: se la Sges, infatti, rappresentava gli interessi del capitale finanziario multinazionale, anche i Trabia-Borghese erano espressione di un retaggio feudale imposto al territorio, in vinti del quale la piú grande palude della Sicilia orientale era passata in proprietà a una famiglia nobile del versante occidentale dell’isola, e infine ad un autorevole rampollo dell’aristocrazia romana. Beneventano, viceversa, s’identificava con le forze sociali autoctone del comprensorio; figura tipica di «borghese-gentiluomo», con una forte presa egemonica sul tessuto sociale propria del grande notabile, egli riassumeva, per una lunga tradizione familiare, le istanze antifeudali di Lentini città demaniale contro i tentativi dei Branciforte-Trabia di acquisire il controllo dei centri urbani limitrofi. A lui, ex gabelloto del Biviere, sarebbe spettata la palma della vittoria nella contesa contro l’ibrida alleanza tra feudalità antica e capitalismo moderno. Il prosciugamento del lago, oltre a confermarsi la soluzione tecnicamente piú agevole e meno onerosa per lo Stato, veniva incontro alle aspettative e alla mentalità collettiva di popolani, maggiorenti e contadini, abituati da secoli a collegare il flagello della malaria all’esistenza di quello specchio lacustre [10].

Le trattative fra la Sges e i proprietari del Biviere si arenarono. Non essendo il lago classificato come acqua pubblica, non era possibile applicare ad esso la legge sulle derivazioni idrauliche, a meno di aspettare i lunghi tempi burocratici per inserirlo in un elenco suppletivo; inoltre, nel caso in cui la classificazione fra le acque pubbliche fosse coincisa con una decisione ministeriale favorevole al prosciugamento, i Trabia avrebbero perso definitivamente la proprietà dell’alveo prosciugato. Gli ingegneri della Sges, Princivalle e Sartori, cercarono di convincere Borghese con calcoli che intendevano dimostrare i maggiori proventi di caccia e pesca ricavabili dall’invaso artificiale, ma pure questi abboccamenti non ebbero esito, poiché il provveditore alle opere pubbliche Calletti e gli uffici periferici del Genio civile si erano ormai orientati verso l’ipotesi del prosciugamento [11].

La mediazione degli organi statali si rivelò decisiva per far confluire tutti i proprietari interessati nel consorzio di bonifica, che fu costituito per acclamazione il 4 luglio 1926 nella sede della prefettura di Siracusa, da cui era stato allontanato il Poidomani.

La costituzione dell’ente consortile coincise con l’accettazione, da parte del gruppo Trabia-Borghese, del totale prosciugamento del Biviere secondo le direttive del progetto Rossi del 1901. Gian Giacomo Borghese diventava da quel momento il leader indiscusso del consorzio, anche se il vincitore reale dell’aspro scontro era Beneventano.

Il decreto ministeriale 23 settembre 1926 n. 4674, che dichiarava formalmente costituito il consorzio, capovolse in maniera definitiva la situazione. I proprietari locali diventavano i protagonisti principali dell’intervento bonificatore sul territorio, mentre il gruppo elettrofinanziario, che fino a quel momento era stato l’interlocutore privilegiato degli apparati statali, veniva relegato in un ruolo di sterile opposizione.

Contro il progetto esecutivo del primo lotto di lavori presentarono istanze nell’ottobre 1927 la Sibi, che fra gli esiti del prosciugamento temeva l’aumento delle piene del San Leonardo con conseguenti allagamenti dei pantani di Lentini e di Celsari, e la Sgbi, la quale contestava il «faraonico preventivo» di 40 milioni redatto dal consorzio per bonificare una palude di 1200 ettari, e a nome dei piccoli proprietari della Piana si dichiarava preoccupata per gli effetti del prosciugamento sulla consistenza delle falde freatiche delle colline meridionali [12].

Al centro e in periferia, però, i giochi erano ormai fatti: solo la Federazione nazionale delle irrigazioni espresse solidarietà con le tesi delle due società, tentando un intervento tardivo presso il ministero dei Lavori pubblici [13].

La sconfitta degli «elettrici» nel comprensorio lentinese comportò automaticamente il rapido sfaldarsi del progetto elettroirriguo nella Sicilia orientale.

Quasi 3000 ettari paludosi lungo la foce del San Leonardo, gli unici in tutta l’isola ad essere bonificati da un’impresa capitalistica concessionaria, furono danneggiati in maniera irreparabile dalla mancata realizzazione del lago artificiale. Il consorzio dei proprietari, che in ordine di tempo era stato il primo a costituirsi nell’isola, non ebbe però fretta a presentare il progetto esecutivo: un decreto del 30 ottobre 1928 respinse in via definitiva il piano Omodeo, e soltanto nel settembre dell’anno successivo fu approvata la concessione della bonifica al consorzio per un importo ridotto di 15,4 milioni [14].


Da "Mezzogiorno e modernizzazione" di Giuseppe Barone (Einaudi, 1986), capitolo quinto: "Modernizzazione agraria e resistenze sociali nella Piana di Catania", il quarto paragrafo dedicato a: "I consorzi dei proprietari e la sconfitta degli «elettrici»", pp. 222 e segg.. Si ringrazia il prof. Giuseppe Barone per l’autorizzazione alla pubblicazione.


Indice generale: La questione Biviere di Lentini.


[1] Sulle trattative e sui contenuti dell’accordo vedi le lettere indirizzate a Carnazza il 7 ed a Vismara il 12 settembre 1925, in Alc, “Corrispondenza”, fasc. “Cav. avv. Gioacchino Di Stefano”. Sulle molteplici attività del personaggio rimando al mio saggio “Partiti ed élites politiche”, pp. 29-86.

[2] “Relazione n. 1 del lavoro svolto per conto della Sges”, 2 dicembre 1925, in Alc, Sibi, b. 1, fasc. “Lago di Lentini”.

[3] “Relazione n. 2 del lavoro svolto per conto dell’ing. Vismara”, 15 gennaio 1926, ivi.

[4] Copia del memoriale e dei telegrammi di protesta delle cooperative, ivi.

[5] Vedi la lettera di Beneventano a Mussolini del 14 settembre 1925, in Acs, Pcm, 1925.

[6] ”Relazione n. 4 del lavoro svolto per conto dell’ing. Vismara”, 12 febbraio 1926, Alc, Sibi, b. 1, , fasc. “Lago di Lentini”.

[7] Di Stefano a Carnazza, 24 febbraio 1926, ivi.

[8] “Relazione n. 5 del lavoro svolto per conto della Sges”, 2 marzo 1926, ivi.

[9] “Lago di Lentini. Promemoria sulla situazione della pratica”, 4 marzo 1926, ivi.

[10] Sul municipalismo antifeudale della borghesia lentinese, di cui la famiglia Beneventano era esponente di primo plano cfr. C. Pisano Baudo, “Storia di Lentini antica e moderna”, Scatà, Lentíni 1902; piú in generale sul contrasto in età pre-caraccioliana tra città demaniali e feudali nell’isola si rimanda a E. Pontieri, “Il tramonto del baronaggio siciliano”, Laterza, Bari 1944; per una tipologia sociologica del «borghese-gentiluomo» vedi G. Huppert, “Il borghese gentiluomo”, II Mulino, Bologna 1977. Sulla famiglia Borghese cfr. G. Pescosolido, “Terra e nobiltà. I Borghese, secoli xviii e xix”, Jouvence, Roma 1979, e, in particolare, il profilo biografico di Gian Giacomo Borghese a cura di F. Malgeri, nel “Dizionario biografico degli Italiani”, Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma 1970, vol. XII, p. 591.

[11] Cfr. le lettere dell’ingegnere Vello Princivalle alla Sibi e alla Sges del 17 aprile e 5 maggio 1926, nonché la bozza predisposta dallo stesso tecnico in data 13 maggio col titolo “Bonifica del Lago di Lentini a mezzo serbatoio. Piano finanziario per l’esercizio dell’irrigazione”, in Alc, Sibi, b. 1, , fasc. “Lago di Lentini”.

[12] Copie delle opposizioni Sibi e Sgbi presentate al ministero dei Lavori pubblici in data 2 1 ottobre 1927, ivi. Vedi pure la lettera dell’ingegner Sartori alla Sibi del 13 ottobre, dalla quale si evince che i 40 milioni del primo lotto erano assegnati per i tre quarti alla sistemazione idraulica e per 9 milioni ad opere integrative fra cui la costruzione di un villaggio agricolo.

[13] Cfr. la corrispondenza fra la Federazione e la Sibi nel novembre-dicembre 1927, in Alc, Sibi, “Corrispondenza dal 1° luglio 1927 al 31 maggio 1928”.

[14] Ministero dell’Agricoltura e delle foreste, “Decreto ministeriale io settembre 1929 che dispone la concessione al consorzio dei proprietari dell’esecuzione dei lavori di bonifica dell’agro di Lentini”, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1930. Per le vicende che precedono il decreto cfr. la documentazione in Acs, Pcm, fasc. 8-2-2349, “Lentini (Siracusa). Opere per il prosciugamento di quel lago”.


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